Uomini in movimento: quali spazi oggi?

Caro Claudio, riprendo il filo delle ultime lettere arrivate al blog, sulla nostalgia della forza maschile, ed il desiderio di ritrovarsi, come esperienza più o meno conscia, ma comune e diffusa.

Ernst Jünger parlava di “inquietudine della diminuzione”, per ciò che sentiamo esser perduto nella secolarizzazione: “E’ il tempo della ricerca, delle grandi peregrinazioni e delle partenze, dei profeti veri e falsi, degli attendamenti e dei campi militari, delle solitarie veglie notturne”. Difficile mantenere una direzione e – totalmente assorbiti dal lavoro quale forma dominante del nostro tempo – specie gli uomini rischiano di muoversi, confusamente, in solitaria. 

E’ come entrare in una foresta, facendosi largo col machete, con la segreta speranza che da un’altra parte qualcuno stia facendo lo stesso, per prima o poi incontrarsi.

Nella società matrizzata e senza padri (o peggio, con padri traditori), la tentazione di nostalgiche contrapposizioni, battaglie di retroguardia per fantomatici ritorni di immaginarie comunità è molto forte. Potenzialmente più attuale, mi sembra, il ritrovamento graduale di un’amicizia-alleanza maschile, come lega-Bund, in quanto categoria specifica a sé rispetto all’ideologica e per me abbastanza sterile contrapposizione comunità-società.

Certo si tratta di muoversi nell’ombra, riconoscendo valore a tutto ciò che è avvertito come pericoloso e interdetto dai poteri vigenti, senza negarsi il lusso (e il divertimento) di lanciare qualche freccia acuminata, ma assicurandosi di centrare il bersaglio.  

Quale spazio concreto può avere, oggi, una ricerca comune maschile? 

Paolo M.   

Lasciare il superfluo per trovarsi

Caro Claudio, negli ultimi anni la mia vita è cambiata in meglio proprio perché ho abbandonato il piano orizzontale cui abbiamo accennato nel post precedente; non so se casualmente o per un qualche disegno destinale trascendente la mia volontà. La mia amicizia con te, iniziata   poco meno di un lustro fa, ha accompagnato questo progressivo allontanamento dall’orizzontalità bisognosa e dipendente, e il contemporaneo avvicinamento ad una dimensione che attingesse preziose energie più dall’interno. 

È stata una trasformazione radicale. Non lineare, beninteso. Ho avuto ricadute specie all’inizio di questo cammino. Sdrucciolamenti verso il basso che, però, per fortuna, si sono diradati nel tempo e sono divenuti sempre meno inconsapevoli. Adesso è come se osservassi continuamente questa sorta di forza di gravità che a volte riconduce infaustamente alla dimensione orizzontale, quando mi accorgo di prestare troppa attenzione agli oggetti, al cibo, e  mi sento dipendente da ciò che ho ‘immediatamente’ attorno. Allora mi sforzo con tutto me stesso di dare un colpo d’ala che mi riporti più in alto. 

Mi sentivo “repulsivo”, adesso invece sento che le persone desiderano la mia compagnia; con mia grande gioia  cercano in me calore, ed io con grande soddisfazione sono in grado di donarlo. Mi piacerebbe che tu mi regalassi ancora più consapevolezza rispetto a questa mia esperienza che mi ha cambiato la vita.

Con profonda stima e gratitudine ed eterna amicizia. Michele

Nostalgia (e necessità) della forza maschile

Ciao Claudio, sono un giovane uomo di 32 anni e da tempo leggo i tuoi scritti e il tuo blog; questa sera ho deciso di scriverti per raccontarti una mia esperienza. Stavo imparando una vecchia canzone tedesca che parla dei cavalieri teutonici, la canzone si chiama “Die Eisenfaust am Lanzenschaft – il pugno di ferro sulla lancia” (la puoi ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=kDVIm_Rb8Os). 

Leggendo il testo (che parla di bandiere, fratelli, armi, confini) ho avuto come un momento di commozione profonda che mi ha portato alle lacrime. Direi che era quasi una nostalgia di qualcosa che non riuscivo bene a definire, come un qualcosa che mi mancava pur non avendolo mai veramente vissuto… direi una compagnia di amici, di fratelli con il quale affrontare un’avventura, una missione (come appunto descriveva la canzone).

Mi sembra che nella vita di tutti i giorni, benché mi vengano chieste molte cose (ad esempio al lavoro) non vengo mai davvero messo alla prova, almeno non in modo totale. E a parte gli obiettivi lavorativi, non mi viene offerto nulla se non divertimento (serate varie con gli amici, vacanze etc). Però non mi basta. Mi sembra che a tutti manchi un obiettivo, una missione ben definita e che chi si pone la domanda sia lasciato a se stesso in questa ricerca.

Ma, come fare? Nel nostro mondo di oggi non ci sono più guerre, avventure, terre da scoprire o confini da difendere. Non c’è più qualcosa che possa impegnare completamente la vita di un uomo. Il rischio viene tolto di mezzo, e ogni attività viene vissuta come un hobby che può essere messo da parte quando si è stufi. Si dovrebbe essere contenti che non ci siano più situazioni rischiose, avventurose e potenzialmente mortali, ma allora perché mi mancano?

Forse sono stato un po’ sconclusionato, ma ho preferito scrivere di getto quello che sentivo invece che aspettare domani, lasciando magari perdere tutto con un “non vale la pena”. Grazie per l’attenzione e la pazienza. Cristiano

Ciao Cristiano, la tua lettera sintetizza con l’immagine  del gruppo di cavalieri, la lancia nel pugno di ferro, e il canto, la grande nostalgia ancora inconscia, ma sempre più spesso ormai anche conscia, del giovane uomo in Occidente.

Una nostalgia innanzitutto di forza, come quella dei cavalieri dell’Ordine Teutonico, un ordine cavalleresco medioevale (ancora oggi esistente), celebrata appunto in questo canto. L’uomo occidentale, i cui compiti sono ormai quasi completamente eseguiti da macchine e quindi è sottratto ad ogni prova e fatica, è divenuto insopportabilmente debole e infelice (non perché sia “strano”, ma perché l’uomo ha, anche fisiologicamente bisogno di prove e fatiche per maturare e stare bene).

Per trovare se stessi è indispensabile mettersi alla prova. In questa ricerca maschile (rappresentata anche dal canto e dall’immagine da te citata), il rapporto con l’aspetto istintuale/animale (il cavallo), l’aggressività e la difesa (le armi), e la compagnia dei fratelli maschi è decisiva. Il territorio, fisico e psicologico (la cultura), è uno degli aspetti più importanti del campo d’azione maschile, così come lo è lo Spirito, sempre presente nel patto fra uomini (altro aspetto oggi largamente assente).

Non credo però che sia la società che deve necessariamente fornire tutte queste cose; l’uomo può benissimo cercarsele da sé (anche quella sarà una prova, generatrice di forza). E’ però necessario che la società non lo ostacoli né lo vieti, come invece oggi accade nell’Occidente contemporaneo. Il recupero di una libertà autentica, oggi resa molto difficile da una quantità di divieti, ostacoli, pregiudizi (tutti organizzati nell’obbligatorio codice del “politicamente corretto” e dalle norme da esso ispirate), è dunque il primo passo. Il “maschio selvatico”, annuncio ancora isolato e brado di ciò che diventerà poi il cavaliere, è una figura, inizialmente indispensabile a questa ricerca. Almeno, a me pare. Ciao, Claudio

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E' lo smartphone il vero colpevole?

Ciao Claudio, leggo (La Verità) 8.12.2019 che sei anche tu tra quelli che sostengono che lo smartphone sia all’origine di molti degli attuali guai. Eppure, decenni fa, eri tra i pochi intellettuali che scrivevano che il computer non era poi così male, e che della tecnica non si poteva fare a meno. E – a quanto pare – l’hai usato abbondantemente.  Come mai questo cambiamento di rotta?

Per quanto riguarda me, insegnante, mi sono cautamente digitalizzato, ma anch’io sono abbastanza impressionato dai più vistosi danni dello smartphone sugli adolescenti, a cominciare dalla perdita dei freni inibitori, e dall’apparente caduta della capacità affettiva. Poi certo, come anche tu scrivi, questo pauroso restringersi e involgarirsi del vocabolario fa paura…

Ma come se ne esce (ammesso che si possa)? C’è davvero una via d’uscita?

Ciao, Enrico 

 

Ciao Enrico, lo smartphone è solo l’ultimo (per ora) passo sulla lunga strada dello strumento digitale come sostituto della scrittura, dell’incontro personale e della maggior parte della comunicazioni. Sta assumendo caratteri di emergenza, accelerando la crisi nell’educazione, nella vita personale e nelle aziende, perché è comparso molto in fretta, senza preparazione né negli utenti né nelle superstiti figure educative. Ha reso così più evidente e rapido il distacco dei giovani dalle mansioni loro affidate sia a scuola che in azienda, peraltro già in atto per ragioni più ampie, di “sistema” e della loro lontananza da aspetti costitutivi dell’umano.

Tuttavia la crisi è forte perché il cervello, ma anche l’essere umano in generale, aveva finora seguito un processo (quello analogico) di arricchimento e amplificazione dei propri contenuti, non di riduzione e semplificazione come avviene nel digitale. La situazione è drammatica, in particolare, nei bambini e adolescenti perché non è facile crescere e sviluppare le proprie facoltà riducendo l’approfondimento, il linguaggio e la partecipazione affettiva. E’ come crescere diventando però più stupidi: pericoloso, per sé e per gli altri.

E’ un tema di fondo di fronte al quale si trova la nostra civiltà “sviluppata”; in Occidente, ma non solo. Il sottotesto della questione è: la tecnica deve essere al servizio dell’uomo, o lasciamo che l’uomo diventi lo strumento, oltre che il finanziatore, delle tecniche?  Ma ora sentiamo cosa ne dici tu, e anche gli altri, ciao, Claudio

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Le lettere di Psiche Lui

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Le risposte saranno pubblicate a partire dal 7 dicembre sul blog: https://claudiorise.wordpress.com .

Carissimi saluti!

La scoperta di sé. I sentieri dell’individuazione

Il nuovo libro di Claudio Risé

La scoperta di sé
I sentieri dell’individuazione

Edizioni San Paolo, Aprile 2018

In questo libro si parla delle energie che l’essere umano può trovare dentro di sé, da sempre, per uscire dalle difficoltà, crescere e affrontarle. E dei diversi modi che nel corso dei secoli sono stati riconosciuti e messi a punto per farlo, scoprendo le risorse della propria personalità e sviluppandole in un’esistenza il più possibile felice e realizzata.
Un’impresa iniziata in Occidente più di 2500 anni fa, non da psicologi (che ancora non esistevano come tali), ma da filosofi, matematici, scienziati. I quali videro tutti, fin dall’inizio, che il benessere e lo sviluppo fisico, psichico e spirituale dell’uomo comincia dentro di sé, nel graduale riconoscimento delle proprie personali forze, energie e vocazioni. È dal riconoscersi, trovarsi e diventare chi a livello profondo già siamo che nasce la realizzazione personale, nostra e di chi ci sta intorno.
In questo libro si parla di questo percorso, che dal secolo scorso, per iniziativa soprattutto dello psicologo analista Carl Gustav Jung, è stato chiamato “processo di individuazione”. Ad animarlo, figure e immagini che prima ancora della psicologia appartengono al teatro, ai riti religiosi, alle arti, alle narrazioni mitiche o romanzesche dell’umanità. Compaiono così i temi della maschera-Persona che mostriamo agli altri, dell’Io che conduce l’intero processo, dell’Ombra in cui ricacciamo gli aspetti più inquietanti, dell’Anima che sostituisce il potere con la grazia, del Sé che ispira e conclude l’intero sviluppo.

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Claudio Risé: «La terra desolata della modernità»

(Da Attuali e inattuali. Il Blog di Andrea Scarabelli, 29/12/2017, blog.ilgiornale.it/scarabelli)

È appena uscito per Lindau un singolare libretto, firmato da Francesco Borgonovo e Claudio Risé. Vita selvatica è allo stesso tempo un dialogo tra due generazioni e una ricognizione sul nostro qui e ora, che si muove agilmente tra storia e archetipi, presente e passato, libertà e necessità, uomo e natura. Un manualetto da tenere sempre in tasca per guardare al nostro tempo in un modo autenticamente alternativo. Ne abbiamo parlato direttamente con Claudio Risé, psicoterapeuta e autore di una serie di studi che, percorrendo strade diverse, giungono tutti al cuore del problema: l’uomo moderno, nelle sue luci e nelle sue ombre. Il libro appena pubblicato non fa eccezione: il sottotitolo di Vita selvatica è, infatti, Manuale di sopravvivenza alla modernità. Un tempo in profonda crisi che viene interrogato in maniera serrata, utilizzando come chiave di lettura The Waste Land di T. S. Eliot, perfetta metafora della contemporaneità, che ci parla di una terra ridotta al silenzio e violentata dall’uomo, sottratta alle Muse e consegnata alla tecnica… Cosa ci dice questa potente immagine?

La terra desolata parla sostanzialmente della desacralizzazione. La terra è desolata perché non è più sacra. È una terra in qualche modo contaminata, offesa e disprezzata. Naturalmente – come tutti i momenti importanti della storia umana – è una situazione ricorrente. Non accade oggi per la prima volta: è un archetipo che ritorna. E noi siamo immersi in questo archetipo dominante – dominante per lo meno da Cartesio in poi, con l’idea filosofica di una res extensa contrapposta a una res cogitans. La terra e il corpo, secondo Descartes, non hanno un pensiero, sono soltanto oggetti. Ma ciò equivale a strappare la terra alla sua origine e alla sua destinazione – che sono entrambe divine – mutilandola della sua sacralità, istituendone così la desolazione. E poiché la desolazione è appunto una violazione, un impoverimento, noi ci troviamo in una crescente infelicità.

È un aspetto importante, che dà luogo a molti cambiamenti, alla fuoriuscita da un certo stato, con la conseguente liberazione dell’aspetto sinistro dell’archetipo. E gli archetipi non sono storielle, ma forze, rappresentate da immagini psichiche attive nell’inconscio collettivo, che acquistano potere sulle persone e le civiltà quando queste entrano nella situazione descritta dagli archetipi, ognuno dei quali è rappresentativo di una precisa condizione umana.  Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo libro di Claudio Risé e altre questioni

(Di Armando Ermini, da “Il Covile”, Settembre 2017, www.ilcovile.it)

Nel libro-intervista col giornalista de La Verità, Francesco Borgonovo, l’analista junghiano e sociologo Claudio Risé ripercorre e sistematizza tutte le tematiche che tratta da oltre vent’anni, ossia dalla prima apparizione de Il Maschio selvatico, del 1994, poi seguita da numerosi altri lavori fra cui Il maschio selvatico 2. Lo fa da terapeuta, nel senso di prestare particolare attenzione agli aspetti archetipici dei fenomeni ed alle conseguenze concrete sulle persone, ma di conseguenza anche sulla società, delle scelte che hanno contrassegnato la parabola della civiltà occidentale.

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“Se perdi la strada del bosco ti ammali…”  e come guarire dalle malattie di oggi

Recensione di Antonello Vanni www.antonello-vanni.it

In un libro appena uscito, che ho sfogliato ieri in una libreria, ho trovato questa frase: “se perdi la strada del bosco ti ammali, anche psichicamente”. Visto che ultimamente le cose non vanno tanto bene, l’ho acquistato per capire meglio la situazione di malessere in cui mi trovo e anche per trovare una soluzione ai miei problemi dato che il libro si propone anche come “manuale di sopravvivenza”.
Si tratta dell’opera Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità di Claudio Risé e Francesco Borgonovo (Lindau Ed., 2017), un libro-dialogo tra uno psicanalista e un giornalista che discutono sulle problematiche individuali e sociali del mondo in cui viviamo.
Secondo Risé e Borgonovo, i disagi che ci affliggono in questa società consumistica e tecnologica sono diversi, e molti di essi li riconosco subito tra quelli che mi fanno stare male: crisi del desiderio, perdita di energie, mancanza di spinta vitale, depressione, incapacità di contenere le pulsioni in vista di un progetto più importante e ampio, di una visione e ricerca per la nostra vita, riduzione della vita a coazione al consumo, narcisismo, infertilità sia simbolica che concreta… Di fronte a questo scenario, che appunto in parte mi riguarda, mi sento spaventato ma a un certo punto della lettura anche contento: per sopravvivere al deserto psicologico e affettivo in cui viviamo gli autori propongono infatti un rimedio: la “vita selvatica” che ci indica di “passare al bosco” per stare meglio, ritrovare le nostre energie, la nostra capacità creativa e il desiderio di vivere pienamente la nostra vita.
Quali sono i percorsi di questa “vita selvatica” che ci aiuta a salvarci? Secondo gli autori sono diversi, ognuno di noi può leggere questo libro e trovare il rimedio per ciò che lo affligge personalmente. Io me ne sono appuntati alcuni (ma nell’opera ce ne sono molti di più), che qui sotto condivido, e che vorrei approfondire nella mia vita personale.  Leggi il resto dell’articolo

Guido Venturini: “è l’albero che ha scelto me”

(Intervista dei Maschi Selvatici all’artista della Mostra “L’asse del mondo”, Faenza, 1-18 settembre 2017, da www.maschiselvatici.it)

Maschi Selvatici: Noi maschi selvatici siamo molto interessati alla relazione con la natura. Che cosa ti ha portato a raffigurarla nelle tue opere, che cosa cerchi e trovi nella natura?

Guido Venturini: Nella natura si ritrova se stessi. Noi siamo natura. Gli stessi segni che la mano traccia sulla tela sono segni naturali, ben diversi da quelli meccanici del computer o di altre macchine. Sono segni che hanno un rapporto con il corpo, con il respiro. Riflettono lo stato di forma dell’artista, e anche, inesorabilmente, la vicinanza alla natura dell’artista nel momento in cui lavora. È stato particolarmente lungo il percorso che mi ha portato dal lavoro precedente sul Cristo a questi alberi, mi sono avvicinato ai paesaggi, andando a disegnare tra le montagne o in altri luoghi naturali, per poi arrivare alla semplicità dell’albero, così vicina in fondo al legno della croce, l’albero della vita.

M.S.: Perché hai scelto proprio gli alberi come motivo della tua ispirazione?

G.V.: Forse è l’albero che ha scelto me. Forse le mie mani avevano digerito altri alberi e forme naturali, ed hanno cominciato da sole a dar vita a rami e foglie, tronchi e terra. Senza che io potessi opporre altre forme altrettanto plausibili, altrettanto naturalmente nascenti da un mio fare non troppo mediato dal pensiero. Come una danza improvvisata. Mi sono trovato tra gli alberi. E ancora ci sono in mezzo.

M.S.: Tu hai rappresentato in passato soggetti sacri, ad esempio il Cristo crocefisso (nel tuo trittico “Oggi sarai con me in paradiso” ospitato anche presso il Museo Diocesano di Milano). Soggetti piuttosto insoliti, coraggiosi, in un’epoca che fa volentieri a meno della relazione con il trascendente. Credi che anche la relazione, e quindi l’osservazione, della natura possa permetterci di ri-stabilire un dialogo con questa dimensione di cui l’uomo ha tanto bisogno? Leggi il resto dell’articolo

Privazione e resurrezione: chi non muore nemmeno vive

(Di Riccardo Paradisi, da “Tempi”, 20 luglio 2017, www.tempi.it)

Secondo Risé il destino dell’Occidente non è il trionfo della tecnica. “Noi siamo natura, solo il Selvatico si salva”.

Vita selvatica. Un libro-dialogo tra Claudio Risé e Francesco Borgonovo, esce in sincronia con l’estate, stagione evocatrice di “quelle forze profonde che spingono a un cambiamento positivo e vitale”, come le definisce Risé, dichiarando così l’intento di questo “manuale per la sopravvivenza alla modernità”.

Un discorso, quello di Risé, che muove dalla constatazione di aggirarci ancora nella terra desolata raccontata un secolo fa da Eliot. Desolata non solo sub specie ecologica ma nel senso più profondo e originario dell’esser tagliata via dalla partecipazione all’acqua di vita elargita dalla sofianica anima del mondo e dallo spirito.

A essere particolarmente investiti dall’archetipo della terra desolata, dice Risé in questo colloquio con Tempi, sono soprattutto i giovani.

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L’attacco alle differenze sessuali nasconde il sogno dell’uomo in serie

(Di Claudio Risé e Francesco Borgonovo, da “La Verità”, 29 giugno 2017)

E’ uscito “Vita selvatica“, il nuovo libro di Claudio Risé e Francesco Borgonovo edito da Lindau. Un colloquio sui mali della modernità e sulle nuove ideologie che stanno piegando l’Occidente

La riduzione di padre e madre, archetipi fondativi del maschile e del femminile, a due numeri o lettere dell’alfabeto, realizzata nella legge francese Taubira sul matrimonio omosessuale, illustra più di ogni discorso l’intenzionalità neutralizzante perseguita dai legislatori della modernità occidentale verso le forze storiche e simboliche dei due generi e la loro collaborazione nell’istituto famigliare. L’abolizione di padre e madre è diretta a trasformare la famiglia da cellula vivente della società in categoria burocratica di classificazione degli individui.

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Nell’era del Narciso la salvezza viene dalla famiglia

(Di Claudio Risé e Francesco Borgonovo, da “La Provincia”, 29 giugno 2017)

Nel saggio “Vita selvatica” lo psicanalista Claudio Risé ed il giornalista Francesco Borgonovo cercano antidoti ai veleni della modernità

Francesco Borgonovo: Da una parte il narcisismo aiuta, dall’altra fa disastri…
Claudio Risé: Francamente, dopo la primissima infanzia, fa soprattutto disastri. Anche qui, questo non accettare il tempo che passa, impegnativa categoria del maschile, è senz’altro devastante.

FB: Tu sostieni che questa cultura del narcisismo attacca ed indebolisce la famiglia.
CR: Sì, perché il narcisista vede solo se stesso. La famiglia è invece il luogo di formazione dei legami affettivi e delle relazioni: la madre, il padre, i fratelli, gli altri. Nella famiglia vengo accolto e scopro me stesso e gli altri. In questa attività di relazione e scambio si forma l’Io e la sua relazione col mondo. Tutto ciò si realizza attraverso doni. La capacità donativa, che prende forma nello scambio familiare, ha un forte costo per l’ego individuale perché contrasta l’edonismo individualistico della società dell’immagine e dei consumi, ma è molto nutriente per gli aspetti più profondamente produttivi della società.

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Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità – L’Indice del libro

Indice del libro “Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità” di Francesco Borgonovo e Claudio Risé, Lindau Edizioni

7 Introduzione, di Francesco Borgonovo

17 L’archetipo della «Terra desolata»
18 La vita e la morte nelle primavere
19 Sviluppo e distruzione
19 Gli Archetipi, l’unione degli opposti, e la necessità della distinzione
20 La ferita fallica del Re del Graal
21 L’inaridimento della terra del Re ferito
22 La folla di morti sul London Bridge
23 Il presente / futuro. Il Marinaio Fenicio
24 Il naufragio della civiltà di profitto/perdita
25 Lo stupro dell’anima occidentale
26 L’Eros come consumo e la depressione
27 L’era della sterilità
30 La sterilità e la ferita: istruzioni per l’uso
30 L’azione, e il suo scopo
31 Rifiutare la posizione giudiziaria
32 Rifiutare la posizione estetizzante e/o sentimentale
33 L’allontanamento dalla natura e la crisi dell’istinto riproduttivo
35 L’uomo della civilizzazione e l’angoscia
37 L’acqua della vita e la rinascita
38 Decapitazione del padre e secolarizzazione
40 L’acqua della dissoluzione
40 Padre, confine, limite: nascita o dissoluzione dell’Io
42 Liquefazione delle forme e necessità del limite/confine
44 L’indispensabile mondo organico
45 L’uomo tra istinto e intelligenza
47 Il reality show del totalitarismo capitalista
51 Eros è ammalato
52 Parsifal e la coppa del Graal  Leggi il resto dell’articolo

Noi soffocati tra pulsione al consumo e dittatura dei software

(Di Cesare Cavalleri, da “Avvenire”, 28 giugno 2017, www.avvenire.it)

Un’argomentazione centrale nell’illuminante dialogo tra lo psicologo junghiano Claudio Risé e il giornalista Francesco Borgonovo, intitolato Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità (Lindau, Torino 2017, pp. 160, euro 14,50) è a pagina 63, dove, in consonanza con gli studi di Slavoj Žižek, viene osservato che il capitalismo e la globalizzazione non sono più fondati sulla contrapposizione freudiana fra Io (il mondo della coscienza), Es (il mondo delle pulsioni) e Super-Io (il dover essere): «La società dei consumi ha per la prima volta creato un mondo in cui il Super-Io è alleato con l’Es. Pertanto, cedere alla pulsione è diventato un dovere, perché il consumo, non solo di prodotti fabbricati ma anche di comportamenti (sessualità, pornografia, stili di vita ecc.) è il motore principale dello sviluppo economico». Ciò «azzera le possibilità di crescita dell’Io, perché l’individuo non deve rinunciare a nulla, diventando così schiavo delle spinte pulsionali, variamente sollecitate».
Ottima diagnosi. In Occidente viviamo nella società del “passaggio all’atto” (acting out), della coazione alla soddisfazione immediata. In questo modo, scaricandola, «l’energia non viene mai trattenuta e trasformata, ma direttamente scaricata e persa». Peraltro, in psichiatria, il continuo ricorso all’acting out, cioè l’incapacità di contenere la pulsione, è considerato sintomo di psicosi.  Leggi il resto dell’articolo