Madre e padre dopo la separazione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 9 gennaio 2006

Gli interessati sono tanti: un milione e centomila tra bambini e giovani, nati dal 1975 in poi, trecentomila dei quali non hanno mai visto una famiglia unita. Questo non è un appello umanitario per qualche disastro extraeuropeo: sto parlando di bambini e giovani italiani. Tanti sono, infatti, i bimbi nel nostro paese, coinvolti negli ultimi trent’anni in vicende di separazione e divorzio. Oltre alla difficoltà della fine della famiglia, i «figli della separazione» in Italia ne hanno dovuto affrontare un’altra. Un’altra, forse più insidiosa, che ha accompagnato la loro infanzia e adolescenza. Quella di vivere in un Paese che, pressoché unico in Europa, non si è ancora dato una legge che regoli in modo specifico le responsabilità dei due genitori verso i figli, dopo la fine del matrimonio. Tra un paio di giorni scade, in Senato, il termine per proporre emendamenti alla legge (la 3537, sulla «bigenitorialità») che potrebbe ovviare a questa situazione. Dopo di che, il Senato avrebbe tempo fino al 29, fine della legislatura, per approvarla. Vedremo se lo farà. Eppure, come ha detto la relatrice Baio Dossi pochi giorni fa, introducendo la discussione sulla legge, è una questione che riguarda direttamente la vita degli italiani di domani, la loro capacità di affrontare le sfide che la vita porrà loro davanti, la loro salute psicologica e fisica. Non è certo un caso che negli altri Paesi si sia già provveduto da tempo a regolare la questione. Un equilibrato sviluppo psicofisico, infatti, richiede comunque la presenza di entrambi i genitori nella vita del minore. La genitorialità non può essere assegnata dal giudice solo all’uno o all’altro, come è accaduto da noi, dove veniva, di routine, attribuita alla madre. Mentre al padre toccavano una manciata di ore al mese e l’assegno di mantenimento. Ognuno dei due, la madre e il padre, svolge uno specifico, e non sostituibile, ruolo genitoriale. In estrema sintesi: la madre è protagonista dell’accoglimento primario del bambino, dell’appagamento dei suoi bisogni fisici e affettivi, e quindi del suo sentirsi amato. Dal decisivo rapporto con la madre dipenderà poi la capacità del figlio di amare gli altri, il mondo, la vita stessa. La madre tuttavia non può riunire in sé, per le caratteristiche complesse della psiche umana, entrambe le figure genitoriali. Il padre, che imprime il primo movimento al processo che porta alla costituzione della vita, vi svolge funzioni ugualmente importanti. Anche se, dopo il primo impulso al processo generativo, gli altri specifici compiti paterni si manifestano soprattutto dopo i primi anni di vita, dei quali la madre è la naturale protagonista. Quel primo impulso fa di lui (nella psiche profonda del figlio) una figura del movimento, indispensabile a trasmettergli la spinta all’iniziativa, al cambiamento, all’intrapresa di nuove esperienze. Trent’anni di separazioni e divorzi hanno fornito ampia documentazione su come l’assenza paterna dal ruolo genitoriale intacchi questa spinta vitale, e sia all’origine della fatica di molti giovani a intraprendere alcunché, dalla professione al matrimonio. L’altra funzione del padre è quella di interrompere il rapporto fusionale madre-figlio, ponendo così fine alla dipendenza dall’appagamento dei bisogni, che è al centro della relazione materna. Questa funzione, se non svolta, lascia il figlio in una posizione di dipendenza, che tende poi a trasferirsi dalla madre, alle sostanze (tossicodipendenze), ai cibi, a rassicurazioni narcisistiche. Che, anziché far crescere, indeboliscono e mettono a rischio la personalità.

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