I padri sono anche teneri

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 23 gennaio 2006

I padri sono teneri. Si svegliano di notte quando i bambini piangono, spingono le carrozzine quando la famiglia fa la spesa, giocano con i piccoli, si divertono a stare con loro. Tutto questo stupisce una buona parte dei media, che presentano questo comportamento come una “nuova tendenza”, ma forse non più che una moda. O addirittura (quando i padri in questione sono famosi, come Pierferdinando Casini), come pubblicità personale. Il padre che prova tenerezza per i propri figli sarebbe insomma un nuovo tipo di maschio, non si sa quanto sincero, che si contrappone al padre di sempre: rigido, burbero, e generalmente menefreghista nei confronti dei figli, specie se piccoli. Si tratta, naturalmente, di una semplificazione della realtà. Il rapporto tra padri e figli è sempre stato, come dimostrano addirittura i Salmi dell’Antico Testamento, che risalgono in parte all’epoca dei Patriarchi, estremamente complesso, e molto più ricco e variegato di questi stereotipi.
Proprio nei Salmi compare un padre creatore che conosce ed ama profondamente il figlio, fino alle viscere. E’ proprio questa tenerezza del padre, che ha dato il primo, indispensabile impulso alla formazione della vita, che fa sì che i figli lo vivano poi, nel profondo, come il sicuro rifugio, il retroterra cui ricorrere, e in cui riprendere fiato, nelle dure prove che la vita umana inesorabilmente fornisce. Questa immagine, di un padre in cui rifugiarsi nei momenti difficili, solido come la roccia ma accogliente come una caverna scaldata dall’amore, compare poi nelle terapie in cui si indaga nel profondo dell’essere umano. Un’immagine che a volte corrisponde ad una vera esperienza di relazione originaria col padre, spesso poi rimossa per vicende diverse: il prevalere della figura materna, una rottura della famiglia, la morte o l’indebolimento del padre. Spesso invece non si tratta di un’esperienza, ma di un bisogno. Quel bisogno di radicamento, ed insieme di accoglimento, che è al centro della relazione originaria col padre, prima ancora che si sviluppi l’esperienza educativa, nella quale la figura paterna diventa “scuola di vita”, e di transito dalla famiglia alla società. Questa seconda fase però (cui i media si riferiscono, semplificando, quando parlano del padre burbero e normativo), non potrebbe mai svilupparsi se non ci fosse stata la prima. Non puoi educare qualcuno che non sia sicuro che tu lo ami, e provi tenerezza per lui.
C’è un’immagine che descrive questa fase della relazione tra il padre e i figli: il bimbo muove i primi passi, sorpreso e divertito, amorosamente sorretto dalla mano del padre, attento a che il piccolo non si faccia troppo male, ma interessato a fargli correre quell’avventura. Certo, dall’esperienza clinica sappiamo anche che, troppo spesso, questo padre tenero, ed insieme forte, non c’è stato, e conosciamo fin troppo bene i danni prodotti da quest’assenza. In parte si tratta di fattori storico/sociali, come le guerre, che hanno tenuto per anni i padri lontani dai figli, e dalle quali molti padri non sono mai tornati. Spesso però si è trattato di una debolezza maschile, travestita da forza: quello stereotipo del padre rigido e menefreghista, cui si riferiscono i media come se riguardasse tutti i padri, mentre era solo una fetta (certo troppo vasta) di persone deboli, che indossavano una maschera già confezionata per non affrontare i rapidi mutamenti della realtà sociale, relazionale, e produttiva. Che per fortuna è cambiata, e consente ai padri di esprimere tranquillamente la propria tenerezza. Con vantaggi per tutti.

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