Il ritorno della gonna (e della donna)

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì

E’ accaduta una cosa stimolante sia per i nostri pensieri, che per le nostre passioni. Sono tornate le gonne. Gli stilisti, dopo averle messe al bando per anni (proponendole, casomai, ai giovani maschi, come segno di nuove, bizzarre, identità), sembrano essersi ravveduti, e le hanno rimesse in passerella. Un po’ sopra al ginocchio, portate con camicette molto femminili, con trine e pizzi. Le cose giuste al posto giusto insomma. E, infatti, si cominciano a rivedere anche in giro, per le strade, nelle case, quando ci si incontra. Dinanzi alle donne con le gonne, l’anima di molti uomini torna a respirare. Vive questo ritorno come un segno di ritrovata libertà femminile. Gli uomini che trovano le donne attraenti, infatti, non hanno mai capito perché si lasciassero intubare dentro questo indumento, i pantaloni, necessario per gambe maschili pelose e troppo massicce, o troppo sottili, raramente belle; ma, secondo loro, umiliante e costrittivo per le mille possibilità delle gambe femminili.
Per l’uomo il pantalone è il segno della durezza della vita maschile: la guerra, il lavoro fisico, l’attenzione a proteggersi, a non ferirsi le gambe. Un indumento necessario per la faticosa tradizione maschile di difensore della comunità, e provveditore di cibo per la famiglia. Tanto è vero che appena si alzava il reddito, nelle classi superiori, o si alleggerivano i costumi, come nel Settecento per esempio, i pantaloni si modellavano, diventavano altro, sbuffavano in alto e si stringevano in basso, o si scorciavano, come quelli da passeggiata, o da danza, dei tirolesi. Smettevano insomma di essere quei tristi tubi da lavoratore senza grilli per la testa, e cercavano di diventare belli, leggeri, dei fregi che accompagnavano il corpo. Nella storia delle donne invece i pantaloni diventarono, con i movimenti emancipatori, il simbolo, appunto, dell’emancipazione delle donne dalla (affascinante) diversità, e il segno della loro possibilità di “essere come gli uomini”. Fantasia imitativa che poi il femminismo, più orgoglioso della femminilità, ripudiò subito, riproponendo gonnone, corpetti, un abbigliamento insomma che, senza troppo mostrare alle fantasie maschili, riproponeva però il corpo femminile nei suoi tratti specifici.
Adottato inizialmente come simbolo di potere (quello, secondo i detti popolari dei vari dialetti, di “chi porta i pantaloni”), il pantalone finì però col trasmettere alle donne anche le sue caratteristiche specifiche: legnosità e durezza. Molte belle impantalonate divennero sempre più spesso angolose, a volte un po’ cupe. Certo erano volitive, pratiche, comode ma, ahimè, trasmettevano spesso un’immagine di durezza.
Lo stilista Giorgio Armani, che come tutti i grandi della moda ha una sua innata sapienza antropologica, ha colto questa situazione lanciando, proprio qualche settimana fa un appello alle donne perché ridiventassero più morbide e femminili. Ed ecco ora riapparire la bandiera del vestire femminile: la gonna. Un indumento che, restituendo alla donna le sue gambe, leggere, flessuose, mobili, le restituisce anche il suo viso, il suo sguardo misterioso, i suoi occhi, profondi e allegri. Tutti elementi centrali per la passione d’amore, che erano però molto meno visibili nella donna tagliata a metà dal pantalone. Un indumento che sequestrando impietosamente la parte inferiore del corpo femminile, toglieva interesse anche alla parte superiore, ed al viso. La nuova moda restituisce così a tutti, uomini e donne, un’immagine femminile intera. Da onorare allegramente, stando ben attenti/e che non scompaia un’altra volta.

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