Non me ne vado

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì

Non me ne vado! E’ come un crampo che prende, a volte, l’essere umano quando deve lasciare una posizione di potere (ne abbiamo diversi esempi in questi giorni), oppure anche una casa, un posto di lavoro, dove magari non si è trovato neppure troppo bene, un partner. E’ la sindrome del “rimango dove sono”, la pulsione a fissarsi alla situazione abituale, il rifiuto di ogni cambiamento. Di solito questo comportamento viene spiegato con la convenienza, l‘interesse, come se il farsi da parte rappresentasse davvero una perdita (economica, di prestigio, o affettiva), del tutto irreparabile.
Questo è certamente ciò che pensa chi vuole restare a tutti i costi nella sua vecchia posizione (ed anche la parte più insicura della nostra personalità), ma non è così. L’interesse non giustifica fino in fondo questo comportamento.
Come dimostra l’esempio del cancelliere Gerard Schroeder, la cui popolarità è nettamente aumentata da quando si è dimesso da Presidente del Consiglio, molto spesso andartene ti conviene, ti fa rimpiangere, mette in luce le tue qualità migliori, costringe i tuoi avversari a dimostrare le proprie. E’ così, del resto, anche nell’amore, dove, come canta il Don Giovanni: “vince chi fugge”.
Colui che si allontana diventa spesso, da un compagno incombente, e quindi noioso, un sogno impalpabile e misterioso, quindi più desiderabile. Quanti amanti considerati ormai insopportabili hanno visto riaprirsi le porte dell’amore dopo aver alzato discretamente i tacchi, quanti managers dai giorni contati sono stati poi rimpianti e richiamati per aver deposto sul tavolo del presidente dimissioni inaspettate, ed aver dimostrato le proprie capacità altrove!
Dietro il successo che torna spesso a baciare chi se ne va al momento giusto, anzi un minuto prima, c’è una ragione profonda. Chi lo fa, infatti, apre le porte alle forze del cambiamento, del movimento, del fluire della vita, che tende a trasformare continuamente, anche se impercettibilmente, ogni cosa, ogni relazione, ogni situazione.
La vita è in continuo cambiamento: vince chi sa cambiare con lei.
Chi invece si attacca convulsamente alla propria poltrona, sia quella del comando sia quella del salotto, o del letto, della persona amata, o della scrivania abituale, pretende in realtà che, almeno per quel che lo riguarda, il tempo si fermi. Questo, però, non è possibile: di qui la fatale sconfitta di chi cerca di imbalsamare la realtà. E’ come se un giardiniere volesse tenere il giardino sempre uguale a se stesso in ogni stagione: dovrebbe ricorrere a fiori, e piante, finte, dai colori stampati una volta per tutte, e non a quelli, meravigliosamente sorprendenti, disegnati volta a volta dalla natura, nelle sue evoluzioni e cambiamenti.
Attenzione però: questa prontezza al cambiamento è esattamente il contrario di un anarchismo confuso, di una rivoluzione permanente, che invece irrompe nelle nostre vite, punendoci, proprio quando ci rifiutiamo di aprirci ai cambiamenti necessari. Al contrario, come l’attenta sensibilità del giardiniere al mutare delle stagioni, la prontezza nel cambiare consente che, con qualche spruzzata di novità, le cose rimangano, nel fondo, quelle che sono.
Il vecchio detto conservatore: “il faut que tout change afin que rien ne change”, bisogna che tutto cambi perché nulla cambi, dice, a suo modo, la verità. Il metodo più sicuro di conservare le cose cui teniamo è, anche, la capacità di rinnovare la nostra posizione rispetto ad esse. Il cambiamento, che a volte si realizza con un allontanamento, una presa di distanza, un qualche tipo di distacco, è fonte di vita.

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