Avventure nella spazzatura

Avventure nella spazzatura di chi raccoglie gli oggetti più disparati da riutilizzare o collezionare.
Moda del momento, mania o qualcosa di più serio?

Intervista di Claudio Risé a Carlotta Grimaldi di Altro Consumo

Mongo, una parola che presto o tardi conosceremo da vicino anche in Europa. Il significato del termine sembra risalire agli anni Trenta quando con mongo si etichettavano oltreoceano gli addetti alle pulizie dediti al recupero degli oggetti dimessi. Oggi è la nuova mania che dagli Stati Uniti arriva anche nel nostro paese: c’è chi fruga nella spazzatura di marciapiedi e cassonetti sperando di trovare qualcosa di speciale, chi cerca poltrone o sedie da rimettere a nuovo per arredare la casa, chi ripara il computer trovando “pezzi” scartati da altri. E’ stato un libro di Ted Botha, Mongo. Adventure in trash, avventure nella spazzatura appunto, a portare alla luce del sole un’attività svolta nell’ombra, al riparo da occhi indiscreti. L’autore è un giornalista sudafricano che ha vissuto per mesi nella notte di Manhattan con i veri cacciatori di rifiuti, manager che si rilassano girovagando tra scatole, bottiglie o avanzi, o lungimiranti personaggi che hanno fatto del riciclo una professione, come l’arredatrice Mary Carter che ha firmato due bestsellers come American Junk e City Junk.

Un’altra moda destinata a tramontare presto o qualcosa di più serio? Avarizia di non farsi sfuggire un’occasione allettante, bisogno di raccogliere e collezionare qualsiasi cosa o feticismo?
«Innanzitutto precisiamo che le persone che rovistano nell’immondizia non per necessità sono sempre esistite – risponde Claudio Risé, psicoanalista e docente di Sociologia della Comunicazione all’Università dell’Insubria –: semplici curiosi, persone che amano seguire il destino delle cose, oppure tutti quelli che hanno una passione per le cose di ieri».
Si tratta insomma di una vera passione…
«Direi di sì – continua Risé – anche perché le persone hanno sempre pensato che gli oggetti abbiano un’anima. Inoltre dobbiamo tenere conto del fatto che nel nostro modello culturale c’è molto trash, lo si vede in Tv, nella moda. Se tutto è trash, allora, nel vero trash può esserci anche qualcosa di interessante e di meno trash del trash».
E se fosse l’inizio di un nuovo modo di rapportarsi al mondo dei consumi? Sociologi e psicologi non hanno ancora una risposta, ma l’impressione è che qualcosa stia cambiando.
«La mia idea è che un mondo, invaso da spazzatura per il velocissimo ricambio di merce spinto dal consumo,
fatalmente ci porterà ad avere uno sguardo più disgustato nei confronti del prodotto nuovo di zecca – precisa
Risé –. Perché la psiche collettiva funge da riequilibratore: siccome non c’è alcun dubbio che la società di oggi è squilibrata dal lato del consumo, è possibile che l’inconscio collettivo produca un movimento di riequilibrio rifiutando i consumi e consumando spazzatura».
Insomma chi “assalta” i rifiuti lo fa, forse, per convinzione ideologica… per combattere gli sprechi.

Sul fenomeno mongo vedi anche l’articolo: Anima nella spazzatura

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