La lunga marcia dei padri

Scosse dall’affido condiviso

(di Claudio Risé, da “Avvenire”, 17 marzo 2006, www.avvenire.it)

È entrata ieri in vigore la legge sull’affido condiviso. Come tutte le leggi, che per nascere devono mediare tra interessi contraddittori, è forse incompleta, e certamente ancora bisognosa dell’applicazione pratica, della verifica alla prova dei fatti. Ma una cosa la dice alta e chiara: genitori si rimane anche dopo la separazione. E non per un privilegio vitalizio del genitore, ma per il sicuro diritto dei figli ad avere una madre, e un padre. Un diritto su cui si basa la loro serenità psicologica, e la possibilità di uno sviluppo affettivo pieno e felice.
Lo scenario aperto dalla legge ha colto di contropiede le idee consolidate di molte persone. Si delinea infatti una situazione nella quale i padri, descritti fino a ieri come in fuga, assenti, inconsapevoli, cercheranno di utilizzare in ogni modo lo strumento della legge, che ha efficacia retroattiva in materia di affidamento dei figli, per poter fare finalmente i papà. Secondo stime del Tribunale di Roma, potrebbero essere 40 mila le richieste rovesciate dai padri separati nelle prossime settimane sulle scrivanie dei giudici, per poter vivere la loro condizione di papà, e svolgere la relativa funzione educativa. Ma la marcia dei padri per riabbracciare i loro figli potrebbe avere dimensioni ancora superiori.
È da tempo, infatti, che questo mondo paterno sommerso, di cui i media parlano soltanto quando qualcuno di loro perde la testa, punta a recuperare la possibilità di esercitare le proprie responsabilità. La stessa legge dell’affido condiviso è stata ottenuta anche grazie ad una fortissima e pluriennale mobilitazione, continuata almeno per due legislature, tesa ad ottenere che lo Stato si pronunciasse a favore dell’interesse dei figli a conservare entrambi i genitori. L’immagine del padre disinteressato al rapporto coi figli era del resto smentita dall’aumento, ogni anno, del numero di padri che al momento della separazione chiedevano l’affidamento dei figli per sé.
Il fatto è che negli ultimi trent’anni lo scenario dei fallimenti matrimoniali è profondamente cambiato. Come sempre, sono gli Stati Uniti ad indicarci dove stiamo andando: in quel Paese, già da anni il 75% delle separazioni sono richieste dalle donne, alle quali in oltre il 90% dei casi (come in Italia) sono attribuiti figli e casa coniugale. Sempre più spesso non viene invocata alcuna «fault», colpa o responsabilità, a carico del marito; ma un’incompatibilità di carattere. Le mogli non li vogliono più. In Italia le cifre non sono queste, ma la tendenza nei grandi centri, e nella popolazione a reddito più elevato, è la stessa. Del processo di affermazione femminile, per come si è delineato, può far parte, almeno per ora, la richiesta di cambiare marito. Di qui la necessità di queste leggi, che infatti sono presenti da molti anni nella maggior parte dei Paesi occidentali. Occorre che la risorsa di un padre che vuole i suoi figli, e che per questo molto spesso non avrebbe mai mandato a monte il proprio matrimonio, non venga annullata da una delibera di separazione, e successivo divorzio. La composita, e dolorosa galassia dei padri separati lo chiedeva da tempo. Ora la legge c’è, e sicuramente si impegneranno, sia pur con tentativi ed errori, a riguadagnare l’identità paterna, troppo spesso annullata da dispositivi giudiziari non più adeguati alla situazione attuale.

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