Comunicare il religioso

Claudio Risé, da Liberal, marzo-aprile 2006, www.liberalfondazione.it

La vita del soggetto della modernità occidentale, soprattutto in Europa, si trova di fronte ad una notevole difficoltà: come parlare dell’esperienza religiosa, della fede? Come relazionarsi con chi ha una religione, come la nostra (se ne abbiamo una), o diversa? Il problema nasce, naturalmente, dallo sviluppo pervasivo del processo di secolarizzazione, che richiude la vita dell’uomo nell’esperienza delle cose, facendo del rapporto col sacro al più un fatto personale, intimo, di cui parlare il meno possibile per non invadere e condizionare la vita di relazione intesa in senso laico (e “laico” in quanto arbitrariamente contrapposto, ed opposto a: religioso). Questa concezione, profondamente illiberale nella sua essenza (perché separa, mette “fuori gioco”, una parte essenziale della personalità umana), ha conseguenze pesanti, anche sul piano cognitivo, simbolico, ed affettivo.
Uno dei grandi problemi, ad esempio, dell’insegnamento della religione, non è tanto che i ragazzi non lo vogliano, ma che ci sono pochissimi insegnanti in grado di insegnarla, come chi ha figli in età scolare sa bene. Si potrebbe scrivere un trattato tra il grottesco e il disperato su cosa gli insegnanti raccontano spesso ai ragazzi, soprattutto per invogliarli a guardare con simpatia alle religioni (che spesso non sono tali, ma filosofie) orientali, di cui offrono un mixing tra bla bla mediatico, e esperienze usa e getta con sette fantasiose.
Di fronte a questa drammatica situazione di mutismo, o parola senza significato, il libro dello studioso e docente di Scienze delle Religioni Pietro De Marco, Apparizioni quotidiane.Il nostro conflitto con i segni degli altri, meritoriamente pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, (E.14), animata da Giannozzo Pucci , appare davvero prezioso. De Marco, infatti, sa cos’è la religione. Lo sa perché ne vive una, quella cattolica, in modo autentico e profondo. E perché ne insegna, all’interno delle bizzarre e parzialissime categorie in cui il nostro sistema universitario secolarizzato chiude il sapere religioso: è docente di sociologia della religione, e di sistemi religiosi comparati a Firenze, presso l’Università degli Studi, e la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.
Oltre al sapere religioso, però, Pietro De Marco possiede una profonda motivazione a comunicarlo, cosa che fa in preziosi interventi su Il Foglio, l’Avvenire diretto da Dino Boffo, e soprattutto sul sito di Sandro Magister, www.chiesa.espressonline.it, dal quale sono originati molti dei testi qui riportati. Inoltre, coniuga naturalmente, con spontaneità e anticonformismo, esperienza religiosa e società, regalando al lettore una messe di intuizioni, testimonianze, e conoscenze, spesso fulminanti. Come quando, in un acuto capitolo su Pio XII, dice che: «le persone nate come me nel periodo della guerra, se non sono poi state ideologicamente “rifatte”, conservano un ineguagliabile senso della complessità della vita quotidiana ed una volontà antiretorica». ( Da coetaneo dell’Autore, sottoscrivo). Oppure quando ricorda che: «All’uomo non interessa granchè Gesù “uomo esemplare” (vecchio terreno autoapologetico delle Chiese), e neppure Gesù allegoria dell’Amore come lo propongono spesso le guide spirituali, interessa…: Dio che s’incarna, e soffre».
Oppure, ancora, quando ci fornisce questa perfetta definizione di un concetto chiave per parlare del fatto religioso: il simbolo. «Definisco simbolo la pars epiphanica di una pars invisibile, e simbolo religioso la pars epiphanica dell’invisibile mondo divino o della Trascendenza». Simbolo, dunque, non è segno. E’ un fatto, vivente. Finalmente.

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