E Freud “rimosse” l’idea di Dio

Intervista a Marina Corradi, “Avvenire”, 14 aprile 2006, www.avvenire.it

A maggio ricorrono i 150 anni dalla nascita di Sigmund Freud. Che cosa resta attuale della “rivoluzione” del padre della psicoanalisi? Come il suo pensiero ha influenzato la cultura dell’Occidente? Lo chiediamo ad alcuni psicoterapeuti. Qui parla lo psicoanalista, di formazione junghiana, Claudio Risé.
«La psicoanalisi si presenta oggi un come un “corpus” estremamente differenziato – ma già le posizioni di Jung erano in parte divergenti da quelle di Freud – e tuttavia fondato su un elemento comune, che ne è anche il punto di forza: l’osservazione dell’inconscio. 150 anni dopo molte cose sono cambiate, ma una ha la forza dell’evidenza: e cioè che l’essere umano non sa tutto quello che gli occorre conoscere di se stesso, e che una parte delle sue potenzialità – ma anche delle sue sofferenze – affonda le radici in situazioni che gli sono ignote: nell’inconscio, dunque. L’esplorazione di questa parte oscura dell’uomo rimane la forza della psicoanalisi, perché, a mio avviso, è qualcosa che ogni terapia psicologica, per essere davvero efficace, deve in qualche modo percorrere. La massima intuizione di Freud quindi resta il suo essersi posto come osservatore di questo mondo inesplorato».

Fu il primo in assoluto, a investigare l’inconscio?
«In epoca moderna, e in un’ottica terapeutica, sì. Nel passato, sia nel Medio Evo che nell’età classica, già si era guardato con interesse ai sogni: esistono trattati classici, come quello di Artemidoro, di osservazione della produzione onirica. In epoca moderna, invece, questa attenzione era tramontata, anche per via della posizione illuministica, che tendeva a ridurre l’uomo all’universo delle manifestazioni sensoriali o misurabili secondo i criteri delle scienze naturali. Col Settecento quindi l’osservazione terapeutica dell’inconscio era caduta in una zona d’ombra, da cui la trasse Freud».

Quindi, in un’epoca post illuministica e ancora imbevuta di positivismo, fu un rivoluzionario?
«Assolutamente sì. Qui sta anche però la sua ambiguità: nel tentativo di non rompere con un’interpretazione dei fenomeni, di stampo post illuminista e tardo positivista. Per esempio, pur introducendo la nozione di inconscio, il padre della psicoanalisi non abbandona il piano organicistico, con argomenti bizzarri. Sostiene, ad esempio, che quelle che egli ritiene il motore del comportamento umano, le pulsioni istintive, si modifichino “biologicamente” nell’organismo come risultato delle influenze storiche e sociali. Non regge, ma deriva dal tentativo di salvare una visione organicistica dell’uomo e di conciliare quindi le proprie scoperte con la cultura dell’epoca».

In questo quadro va letta anche l’equiparazione delle credenze religiose a manifestazioni patologiche, sostenuta da Freud?
«Freud ritiene la religione un’illusione, e legge le sue pratiche come forme di difesa ossessiva. Anche in questo è però fondamentalmente contraddittorio: in altri scritti riconosce la propria identità ebraica come assolutamente centrale all’interno della sua storia e del suo pensiero. Manifesta dunque la contraddizione caratteristica del conflitto tra ciò che egli è e va scoprendo, e la cultura del suo tempo – con la quale non vuole rompere. Freud stesso, del resto, appare turbato dalla riflessione su credenze religiose e dalla comparsa in esse dell’immagine della morte. La relazione con Jung, l’allievo prediletto, entra in crisi proprio per l’attenzione che l’allievo dà a questi temi, ed in due occasioni, durante discussioni su credenze trascendenti, il padre della psicoanalisi resta vittima di uno svenimento».

Anche Freud dunque “rimuoveva” qualcosa?
«E’ molto probabile, anche perché come tutti i padri della psicoanalisi era diventato psicoanalista senza essere psicanalizzato da nessuno. Non poteva conoscere perfettamente il suo inconscio, benché avesse tentato un’autoanalisi. Tutti sappiamo però che questo non è lavoro che si possa fare da soli, in quanto ciascuno tende a evitare i propri problemi più scottanti. E per Freud quello della vita oltre la morte, e delle relative credenze, era un punto molto delicato».

L’intuizione freudiana fondamentale, secondo cui al fondo del comportamento sono le pulsioni di natura sessuale, è ancora valida?
«Io ritengo molto utile il concetto di pulsione. Che poi tutte le pulsioni siano sessuali, egli stesso non lo pensava. Anche se la sfera sessuale è rimasta centrale nel suo pensiero. A un certo punto Freud chiama la teoria delle pulsioni “la nostra mitologia”, come rendendosi conto che sta uscendo da un’osservazione strettamente empirica per spingersi nel campo dell’intuizione. Nella mia esperienza io trovo però tuttora insostituibile la teoria delle pulsioni come cifra della conoscenza psicoanalitica: non della totalità umana, ma di quali spinte elementari, ben riconoscibili, si manifestino nei pazienti, e nei loro comportamenti».

La malattia nervosa è cambiata dalla Vienna d’inizio Novecento?
«Sicuramente le patologie oggi sono diverse, e confrontando quanto osserviamo oggi non possiamo non vedere il limite centrale del freudismo tradizionale. Che a me sembra l’idea del “romanzo familiare” – la relazione fra padre madre e figlio/a – come fondamento e spiegazione di ogni patologia. Questo non è più vero, anche perché a Vienna veniva analizzata una struttura familiare specifica di quel periodo storico, oltre che di una certa classe sociale. La famiglia è cambiata, è diventata (o, per certi versi, è tornata a essere) più ampia, dando più spazio al collettivo sociale, ha preso più importanza la comunità, e alcune figure hanno conosciuto un profondo indebolimento. Questo vale soprattutto per la figura paterna, che nell’ osservazione freudiana ha centrale importanza. Tuttavia, proprio indagando sulla relazione col padre Freud comincia a studiare un fenomeno che oggi è assolutamente preponderante fra le patologie: il narcisismo».

Dunque intuisce quel “narcisismo di massa” che sarebbe tipico della modernità?
«Con la sua insistenza sull’ Edipo – mettendo al centro della osservazione dello sviluppo umano proprio il rapporto con la figura paterna – Freud intravede problemi che si sarebbero sviluppati in seguito. Per lui chi non supera l’Edipo – il bisogno della madre che s’accompagna alla rivalità col padre – non diviene psicologicamente adulto. Superare l’ Edipo vuol dire però confrontarsi col padre, e accettarne la legge. Nella prefigurazione dei rischi di questo mancato incontro, e del non superamento del conflitto col padre come passaggio chiave dello sviluppo umano, Freud ha una profonda intuizione, che precorre i tempi. L’indebolimento del padre ha, in effetti, poi spinto l’uomo contemporaneo in quella che Freud definiva “perversione”, cioè il non pieno sviluppo della personalità adulta, e l’arresto su oggetti d’amore infantili. La dipendenza dalla madre, o da tutti i sostituti della madre (come le dipendenze alimentari, l’alcol, la droga eccetera), esprimono la patologia narcisistica della modernità. Se il padre non c’è, o è debole, il conflitto edipico, infatti, non può risolversi».

Aveva intuito tutto, dunque?
«Aveva intuito molto, con tutti i limiti dell’attaccamento allo schema post illuminista, dell’organicismo di marca positivista, così come dell’avversione per il fenomeno religioso, tipica della cultura dell’epoca. La riduzione dell’indagine psicologica al “teatro familiare” appare certo meno difendibile nei tardo freudiani, oggi che la famiglia si è con assoluta evidenza trasformata, e che molte esperienze psichiche importantissime si sviluppano nel campo sociale, del consumo, dell’informazione. Ma questo, Freud non poteva prevederlo».

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