Uomini, padri e mostri

Intervista ad Andrea Ansaloni, La Gazzetta di Parma, 8 aprile 2006

“Tu sei padre: vergogna!” Sullo striscione appeso di fronte a casa Alessi nelle ore successive alla notizia dell’assassinio del piccolo Tommy rimbalza la domanda che tutti ci siamo posti in questi giorni: come è possibile tanta crudeltà nei confronti di un bambino malato da parte di chi è a sua volta padre? Abbiamo girato la domanda a Claudio Risé, psicoterapeuta che da oltre quindici anni lavora sulla psicologia del maschile e sui problemi derivanti dalla crisi della figura paterna. Autore di diversi libri sul tema tradotti in tutto il mondo tra cui Essere uomini (Red Edizioni), Il Padre, l’assente inaccettabile e Il mestiere di Padre (San Paolo), e ne parla tutte le settimane nella rubrica Psiche lui su Io Donna, femminile del Corriere della Sera.
«Una società ‘senza padri’ – spiega – nella quale tutti rimangono ‘figli’ è, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Freud un secolo fa, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall’organizzazione sociale attraverso la “rimozione” della figura del padre. Invece ciò è avvenuto, anzi, è questo il modello di cultura dominante».

Tre volte padre Mario Alessi, anche di una ragazza e di un bambino malato. Questo non gli ha impedito anni fa di violentare, in maniera anche particolarmente feroce un’adolescente e di rapire e, forse, di uccidere il piccolo Tommy Onofri. Mi chiedo, tutti ci chiediamo, professor Risé come è possibile che chi ha figli, cui si presume voglia anche bene, sia capace di questo?

La condizione biologica e anagrafica di padre e di uomo, non basta a garantire un comportamento paterno, maschile e umano. Occorre che una persona sappia quali sono i tratti specifici dell’essere uomo e dell’essere padre.

Quali sono?

Come uomo innanzitutto l’empatia, la capacità di partecipare all’emozione dell’altro e il senso di responsabilità che comporta l’appartenere al genere umano. In particolare le caratteristiche del padre sono la protezione e il dono. Il padre mette in moto attraverso il dono di sé il processo che genera la vita. Tutto il rapporto tra padre e figlio è caratterizzato dal dono disinteressato. Quando ci si mette di fronte a un bambino in una posizione di utilizzo (soldi, mire sessuali) avviene un rovesciamento della posizione paterna.
Ciò che differenzia l’essere umano dagli altri esseri viventi è la coscienza di sé, la consapevolezza. Se questa manca si vive in modo automatico senza la mediazione della coscienza e si possono avere questi comportamenti aberranti.

Intende dire che istintivamente non sappiamo che non bisogna fare male ai bambini?

Voglio dire che tutti gli studi antropologici rilevano che l’uomo è dotato di un “basso corredo istintuale”. L’essere umano è infatti l’unico tra gli animali, che nasce non sapendo “per istinto” come corteggiare, come amare, come fare del sesso, come difendersi e come organizzare i propri affetti e le proprie relazioni.
L’istinto non ci indica quindi nemmeno una serie di informazioni tra cui proteggere i figli, sfamarci, difendere il gruppo. La paternità umana, diversamente da quella animale, inizia quando il padre diventa razionalmente consapevole di cosa significhi essere padre.

E come apprendiamo queste nozioni?

Quando qualcuno ce le insegna. La consapevolezza di sé e del proprio ruolo si origina all’interno del processo educativo che si tramanda di padre in figlio. In Occidente questo processo è interrotto da almeno tre generazioni. Le cause sono diverse: in primo luogo due guerre mondiali che hanno tenuto a lungo i padri lontani dai figli o addirittura glieli hanno strappati per sempre e la fine delle culture tradizionali e contadine. Successivamente, l’affermarsi del divorzio, in cui i figli vengono quasi sempre automaticamente affidati alla madre, ha portato, culturalmente e socialmente, all’espulsione del padre dalla vita famigliare dei figli.

Sull’onda dell’emotività in tanti hanno invocato per gli assassini di Tommy pene definitive come l’ergastolo o, addirittura, la pena capitale. Nella sua esperienza di psicoterapeuta si è convinto che esista davvero qualcuno di irrecuperabile?

L’esperienza mi dice che nessuno è perduto in partenza.
Questo non vuol dire che poi tutti sono recuperabili a una posizione umana. Ci vuole innanzitutto la volontà di cambiamento e poi un intervento esterno capace di mettere in moto la possibilità misteriosa di cambiamento dell’uomo.

Chi sono i mostri? Alessi e i suoi complici o quella che anche lei ha definito la “società senza padri”?

Penso che parlare di mostri sia fuorviante, perché il “mostro” è una categoria non umana. La vita umana, invece, ha in sé aspetti di grande e straordinaria bellezza e bontà come di grande crudeltà. La crudeltà è un tratto che appartiene alla natura umana. Non dimentichiamolo.

C’è qualcosa di patologico a suo giudizio nel gesto di Alessi e dei suoi complici? Oppure ha ragione chi dice che ormai si è persa la distinzione tra bene e male?

Chi compie un atto crudele come questo non è necessariamente un pazzo in senso terapeutico. Certa divulgazione psicologica ha spesso confuso il male con la patologia. Ma non è vero che il pazzo sia necessariamente cattivo e il cattivo necessariamente pazzo. Persone normalissime dal punto di vista clinico possono avere comportamenti malvagi.
La questione del giudizio su bene e male è molto complessa: anche se tutti noi siamo profondamente costernati di fronte a ciò che è accaduto e lo percepiamo come male, bisogna riconoscere che la riflessione sul male si è impoverita. L’interrogativo morale è stato degradato, vilipeso, confuso con il moralismo.
Complice anche l’idea, introdotta da quello che viene definito “relativismo culturale”, che bene e male possano essere diversi a seconda degli individui e delle culture e quindi concetti relativi.

I rapitori avevano già ucciso il piccolo Tommaso mentre Alessi metteva in scena, avvalendosi di un’ottima spalla come la compagna, una rappresentazione perfetta ad uso dei media in cui appariva vittima della giustizia, invocava la pietà dei rapitori sostenendo che i bambini sono “angeli”, “cuore della famiglia” e che “vanno lasciati stare”. Diceva di essere una persona “per bene” in modo credibile. Come è possibile?

Esiste una “comunicazione criminale” che si fonda sulla consapevolezza della necessità di fingersi “per bene”. Ogni devianza ha una sua comunicazione. Come terapeuta il caso più frequente che mi capita riguarda i tossicodipendenti: nessuno ammette mai la propria dipendenza, tutti mettono in moto una serie di meccanismi di copertura e sviamento. Più è elevato il grado di professionalità criminale o l’abitudine a delinquere, più diventa professionale e raffinata la comunicazione. Se sentiamo qualcuno sostenere spesso e con insistenza di dire sempre la verità, abbiamo buone possibilità di avere a che fare con un bugiardo. Lo stesso quando qualcuno ripete in continuazione, come Alessi, “io sono una persona per bene”. Un’affermazione perentoria e insistita nasconde spesso il suo contrario.

Il caso Cogne è il più famoso, gli omicidi di Parma i più recenti. Sembra che la provincia sia diventata più pericolosa delle grandi metropoli, lei cosa ne pensa?

Se è vero che la metropoli affollata moltiplica il disagio, è anche vero che essendo, mi passi il termine, un organismo molto più infettato, ha sviluppato gli anticorpi. Chiunque esca di casa la sera a Milano mette in conto che possa succedere qualcosa di spiacevole e si comporta di conseguenza. Nelle cittadine di provincia no. C’è un senso del pericolo meno sviluppato, per questo si è impreparati ed esposti a rischi maggiori.

Cosa l’ha colpita di più in questa vicenda?

Come tutti la crudeltà, soprattutto perché rivolta verso un bambino e per di più malato, ma anche la crudeltà moralistica scaraventata contro il padre del piccolo Tommy che a un certo punto è stato messo in croce, sottoposto a lunghi interrogatori e gettato in pasto all’opinione pubblica quasi fosse responsabile del rapimento di suo figlio.

Andrea Ansaloni

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