Il fascino del segreto

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 24 aprile 2006

Il segreto irrita, ma interessa più di ogni cosa. L’amata, se misteriosa, fa soffrire, ma i suoi silenzi ci legano più di quello che dice. Persino negli eventi pubblici, come le elezioni, l’interesse per ciò che appare, le preferenze manifestate degli elettori, è ampiamente bilanciato dalla passione per ciò che, invece, non vuole dichiararsi: le astensioni, i voti nulli, i misteri. Alla pubblicità della proclamazione dei risultati si contrappone il fascino per il “segreto dell’urna” e le sue oscure vicende. Il rito democratico si accompagna ad un suo lato più “dark”, oscuro, notturno (i verbali elettorali buttati nei cassonetti, le schede gettate via dopo la chiusura dei seggi), che fatalmente interessa almeno quanto le foto ufficiali dei leader che depongono sorridendo la scheda. Non solo, ma più il sistema delle comunicazioni tende ad impossessarsi di ogni momento della decisione politica attraverso sondaggi, exit pool, ed altri strumenti di indagine, più il cittadino si rifiuta di rivelare come la pensa. Ogni anno, dovunque in Occidente, diventa più difficile conoscere le vere opinioni politiche delle persone. Che le manifestano solo nell’urna, rovesciando improvvisamente incertezze e menzogne dichiarati in precedenza a stuoli di autorevoli sondaggisti. E’ come se nella società della comunicazione di massa le persone riscoprissero l’importanza del segreto, del non svelarsi, di un’intimità protetta.
Lo vediamo perfettamente nei giovani. Non tanto quelli che affollano i “reality show”, dove comunque vince colui che controlla saldamente il gioco di scena tra ciò che vuole mostrare, e ciò che nasconde, tra la maschera indossata, e l’autentico contenuto personale, solo in parte rivelato dalla maschera. Attenti cultori del segreto sono comunque la maggioranza dei nostri figli e nipoti. Aperti con gli amici, ma attentissimi a dosare le informazioni che ci passano sulla loro vita privata. Questa riservatezza dei ragazzi non è dovuta al timore per improbabili (e spesso impossibili) sanzioni disciplinari, ma piuttosto al tentativo di salvaguardare aspetti (a loro stessi non completamente noti), della propria intimità dalle invasioni degli adulti.
Lo sguardo dei genitori, infatti, diventando permissivo e tollerante, si è fatto anche pervasivo, poco attento al pudore giovanile (che esiste, eccome). E’ il modello, omologante, del “diciamoci tutto, tanto siamo uguali”. Applicata nella coppia, come anche tra genitori e figli, questa spinta ad un mimetismo continuo (gli uomini sono come le donne, gli adulti come i giovani), tende ad annullare i contenuti delle diverse identità (maschio-femmina, adulto-giovane) in un’insalata comunicativa uguale per tutti, dove il raccontarsi prende gradualmente il posto, e la responsabilità, dell’esserci.
Di fronte a questo rischio, di annullamento della propria identità, viene riaffermato ed utilizzato il segreto. E’ questa, infatti, la sua funzione: aiutare a fondare l’identità personale. Nella saga leggendaria delle “Donne Selvatiche”, diffusa dalle Dolomiti alla Carinzia, si narra della bella fanciulla dei boschi (perfetta conoscitrice di tutte le forze della natura), che il contadino vede, e porta con sé. La donna però chiede al compagno il rispetto di un segreto (il proprio nome), che l’altro non dovrà rivelare. Il patto viene rispettato, la masseria fiorisce, arrivano i bambini, tutto va bene. Poi, un giorno il marito, magari per vanteria, svela il segreto, la donna se ne va, e tutto rovina. L’identità è costruita anche su una quota di segreto. Che è pericoloso rivelare.

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