Don Giovanni, vita da narciso consumista

(di Fabrizio Coscia, da “Il Mattino di Napoli”, 13 giugno 2006, www.ilmattino.caltanet.it)

Con il suo nuovo libro, Don Giovanni, l’ingannatore (Frassinelli, pagg. 159, euro 16), anche Claudio Risé decide di confrontarsi con l’archetipo del libertino dissoluto. L’autore, psicoanalista e docente universitario conosciuto dal grande pubblico grazie ai suoi libri sul maschile e il femminile, e alle sue apparizioni televisive, oltre alla rubrica settimanale per «Il Mattino», propone una nuova lettura di Don Giovanni, che si distingue per l’attenzione filologica ai testi letterari da cui prende forma il personaggio (le versioni di Tirso de Molina, Molière, e Mozart-Da Ponte), correlata, con agilità metodologica, alla recente cronaca quotidiana, alla musica popolare del Novecento (la canzone napoletana «Voce ’e notte»), e alle lettere della rubrica curata sulla rivista «Io Donna».
Psicanalista junghiano, Risé imposta la sua interpretazione sulla figura dell’Ombra. «Guardare Don Giovanni non è facile», scrive. «E’ un po’ come cercare di vedere un fantasma». Un fantasma con cui devono, però, imparare a confrontarsi sia gli uomini che le donne. Proprio l’inafferrabilità e la «predilezione per l’oscurità», infatti, fanno di Don Juan una figura demoniaca, incarnazione dell’«inganno», della «fuga» e del «dileguamento», che occorre saper riconoscere (soprattutto dentro di noi) e da cui bisogna difendersi. Più che seduttore, il Don Giovanni di Risé è un amante del caos, prima ancora che erotomane, un eversore delle regole, e il suo edonismo individuale, la sua «fede nell’aritmetica», nel dato numerico e quantitativo (il celebre «catalogo» di conquiste) lo trasformano in un (anti)eroe che preannuncia l’epoca del consumismo.
Risé, inoltre, rifiuta le teorie psicoanalitiche tradizionali sulla presunta omosessualità rimossa di Don Giovanni, sulla sua continua ricerca della madre, e dunque sulla sua situazione edipica, liquidando con insofferenza le categorie interpretative del freudiano «romanzo familiare». Dal
momento che nei testi letterari del Don Giovanni non c’è traccia della madre, argomenta Risé, l’attenzione va spostata sul padre: ecco, dunque, che il Burlador si presenta ai nostri occhi come un caso lampante di narcisismo autistico e distruttivo, un eterno Puer che rifiuta l’ingresso nel simbolico (la legge, la morte, il principio di realtà), l’archetipo del lato maschile infantile e primitivo che non accetta la legge del padre. Il suo potere sulla donna sarebbe dunque nient’altro che una rivolta contro il mondo maschile e paterno.
Un’interpretazione che convince, ma col sospetto, però, che il «romanzo familiare» dell’Edipo, cacciato dalla porta, possa rientrare facilmente dalla finestra.

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