Un’allegra modernità d’oltretomba

(Intervista a Claudio Risé di Caterina Giojelli, da “Tempi”, 22 giugno 2006, www.tempi.it)

«Prima di delirare su cosa sia “eticamente sensibile”, secondo il buonsenso lo Stato dovrebbe aiutarci a vivere, e non a morire». Così Claudio Risé, a proposito dell’ultima «agenzia della buona morte» (leggi stanze del buco) del governo Prodi, propone di ribattezzare la perifrasi più in voga sui quotidiani delle ultime settimane “questioni eticamente sensibili” in «faccende “buonsenso incompatibili”» (Il Giornale, 14 giugno; in: http://claudiorise.blogsome.com). Come spiega a Tempi: «Anche in Italia si accentua la divaricazione tra sentimento popolare, fortemente a favore della vita e della sua continuazione nel nostro patrimonio culturale, simbolico e religioso, e posizioni – come quella dell’attuale governo – che appaiono preda di ben altro scenario. Uno scenario dominato dall’immagine della morte, che si esprime nell’apertura alla ricerca indiscriminata sulle staminali embrionali, ai prodotti per l’aborto chimico, nella proposta di una camera asettica per il buco del tossicomane e in mille manifestazioni di cinismo verso la vita. Il ritiro frettoloso dei nostri soldati da situazioni dove erano impegnati in difesa della vita degli altri, come in Irak, così come l’insofferenza a trattenerli in Afghanistan, sono altri esempi del politically-horror preferito da questo governo. Dominato dall’evocazione della morte, richiamata dal ritiro dalla vita, e dall’abbandono della speranza».

Perché la battaglia tra scienza e fede, politica e cultura, laici e cattolici si gioca così pesantemente sul terreno delle staminali e dell’embrione? Non è una battaglia immediata, che nasce nelle piazze, come fu per l’aborto negli anni 70.
L’embrione non è un tema da piazza, è un tema di coscienza. Nelle coscienze infatti l’embrione è percepito direttamente come immagine della vita. Per questo il referendum dello scorso anno ha avuto quell’esito straordinario, sbaragliando avversari come i mezzi di comunicazione più potenti, pronti a usare ogni mezzo, anche il più sleale per manipolare l’informazione (ne ho avuto esperienza diretta, in quanto membro del comitato Scienza e Vita). Malgrado tutto, ha vinto un sentimento ben più profondo del delirio tecno-genetico propagandato dagli abrogatori della legge 40. Ha vinto la percezione razionale, ed elementare, di dove è la vita e di cosa è la vita.

In un suo recente articolo per il Giornale lei ha descritto come “il governo, preso possesso della guida del Paese, abbia incominciato subito a comportarsi come qualcuno che il potere se lo tiene, ma battendosi contro le sue stesse funzioni, attività e riti. Apprezza il comando, ma sbeffeggia (come quando era all’opposizione), l’attività del governare”. Quali sono i campanelli di allarme?
Nel mio lavoro non posso prescindere dalle immagini, che sono l’espressione più sintetica della psiche. A mio modo di vedere quindi la sfilata del 2 giugno è uno straordinario documento psicanalitico e storico, perché in quell’immagine è possibile cogliere qualcosa di fortemente rivelatore dei sentimenti profondi di questo governo. Quel 2 giugno si è manifestato il disgusto e l’estraneità da parte dei governanti verso chi pone la propria vita al servizio del paese. Il presidente del Consiglio guardava con sguardo impietrito e orrificato i suoi soldati, il presidente della Camera girava la faccia per lustrarsi la spalletta antimilitarista e il presidente del Senato si accecava con i moschini pur di non guardare: le tre maggiori cariche dello Stato non erano in grado di onorare chi serve la patria. Mi rendo conto che questa è solo un’immagine. Ma un’immagine, come diceva Jung, spiega più di tanti ragionamenti, è un simbolo, che qui condensa in sé tante cose: la lontananza dai servitori dello Stato, da chi per quel servizio rischia la vita; una visione avara nei confronti degli altri paesi che si trovano in difficoltà e dei nostri soldati hanno bisogno; e insieme una visione vile delle responsabilità di governo. Governare non vuol forse dire rischiare il proprio successo e linea politica al servizio del nostro e degli altri paesi? L’immagine del 2 giugno restituisce invece una sorta di micragnoso rinchiudersi in una visione di governo impaurita, vile, asserragliata nel proprio triste potere.

Lei ha firmato un appello per il sì al referendum del 25/26 giugno. Perché Claudio Risé invita a non perdere questa occasione?
Questo referendum rappresenta un importante snodo tra modernità e regressione nell’organizzare le forme del potere pubblico. Lo stesso slogan lanciato per il no è significativo: nel dire “difendiamo la Costituzione”, cioè un documento del 1948, è già chiara la visione passatista di questo governo, incapace di fare i conti con la crisi progressiva delle strutture degli Stati nazionali formatisi dopo la Rivoluzione francese, non innocenti poi nello sviluppo dei totalitarismi. Il centralismo ha da tempo ceduto il passo ad esigenze federali e regionali che tra l’altro meglio accompagnano le grandi formazioni continentali, come l’Europa. La burocrazia statalista lascia il passo alla partecipazione, ed alla sussidiarietà. Silurare la riforma mantenendo le due camere che fanno la stessa cosa, proclamare l’attualità di un documento invecchiato, mentre il mondo prende strade nuove, è un altro segno dell’estraneità di questo governo allo sviluppo, e alla crescita, che già si coglie nel suo linguaggio e nelle sue facce.

In compenso il governo non ha mancato di promettere grandi passi avanti sul fronte gay, fecondazione assistita, nuove forme di rapporto uomo-donna. Il piano antropologico sembra più interessante per sperimentare il “cambiamento” contro la “conservazione”. I modelli anglosassoni, l’Olanda e la Spagna ci dicono qualcosa a proposito.
I “modelli” internazionali mi sembrano diversi fra loro. Zapatero fa giochi di parole tra Almodovar e fantascienza; proibisce i termini uomo e donna, padre e madre, fondando un linguaggio che parla di un mondo, sessualmente neutro, che non esiste; e intanto affonda le barche di migranti che si dirigono verso le sue coste. L’Olanda è invece (quasi) totalmente politically horror: con partiti neopedofili e prozoofilia, estinzione degli autoctoni prevista in un ventennio, e milioni di giovani che emigrano in Australia. In Italia invece, si vendono per nuove le derive delle trasgressioni anni 70, peraltro già molto in crisi nei paesi che di queste forme si sono fatti pionieri, Stati Uniti in testa. Non a caso gli Usa hanno eletto per la seconda volta Bush, dopo che ha preso una posizione durissima contro l’aborto, il divorzio facile, e la liquidazione della famiglia. E l’Inghilterra ha modificato la legge sulla fecondazione eterologa di 10 anni fa, togliendo l’anonimato del donatore. Naturalmente, i leader anglosassoni sono soprattutto pragmatici: le politiche familiari e sessuali degli anni 70 hanno prodotto giganteschi disastri, ormai documentati. Altro che nuovi orizzonti antropologici, i nostri governanti chiamano innovazione una nostalgia molto retro degli anni 70, quando, più giovani, avevano ideologie non ancora del tutto naufragate. L’unica cosa che ha una sua preoccupante forza è, ripeto, questa inquietante passione per la morte, manifestata anche nella proposta delle shooting rooms. Questo intestardimento nel fare cose che non servono a nulla se non ad avanzare verso la morte, configurando uno scenario sociale dai toni funerei, è psichicamente molto preoccupante. Non avendo più le precedenti ideologie di riferimento (oggi morte), e privi della vitalità necessaria per guardare ai nuovi scenari, il carattere mortifero dei neo(vecchissimi)governanti si riversa nello sceneggiare per la vita del paese un triste film dell’orrore. Naturalmente, tenendo ben salde le proprie poltrone.

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