La vita nella guerra

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 24 luglio 2006

Di fronte alle distruzioni, i massacri, i popoli in lotta tra loro, si viene presi dallo sconforto, una specie di disperazione. Un sentimento inquietante. Meno dannoso però, dell’altro, quello dettato da un buonsenso semplificante: insomma, perché non la smettono? Questo secondo atteggiamento, infatti, impedendo il contatto emotivo con quanto accade, condannandolo e basta, non ci aiuta a comprenderlo.
In quel teatro di conflitti che è lo studio dell’analista, di guerre se ne vedono in continuazione. Due coniugi hanno accumulato, nel corso degli anni, enormi conti da regolare: sul piano affettivo, sentimentale, economico, sessuale. Ed a volte si fanno la guerra, con ogni mezzo, e distruzione di risorse, per loro e per chi sta loro intorno. Perché non la smettono? Di solito, perché ognuno dei due sente che in quella guerra è in gioco la propria identità, addirittura il proprio desiderio di esistere (se non ottengo ciò che desidero, la vita non mi interessa). Dire dunque che i due sono pazzi, e che farebbero meglio a cessare le ostilità, può sembrare sensato, ma è inutile. I due coniugi (o fratelli, o vicini, o soci d’affari), continueranno a contendere fino a quando non avranno regolato i loro conti. In un modo o nell’altro, compresa la forza.
Certo, chi sta loro intorno, la famiglia allargata, il condominio, ma soprattutto le istituzioni, come il Tribunale, possono contenere il conflitto. Si può intervenire sulla custodia dei figli, si può mettere delle regole, infliggere delle ammende. Qualcosa del genere si può fare anche nella Comunità internazionale: organizzare ispezioni, sanzioni, missioni di pace. La verità è però che nessun organismo collettivo può realmente spegnere un conflitto i cui motivi sono ancora in atto. Ed infatti non è mai accaduto. I conflitti terminano soltanto quando le loro ragioni sono ormai esaurite nell’animo dei contendenti. La contesa tra i popoli di lingua germanica, e quelli di lingua franca, ha insanguinato l’Europa, per secoli. Ora, però, non c’è più. Sia perché la Germania era arrivata ad un punto tale di follia, che solo la forza del resto del mondo, coalizzato contro di essa, ha potuto spezzarla. Sia perché nel mondo, ormai globalizzato, successivo a questo tremendo conflitto, la lotta tra due stati della stessa area geopolitica, e culturale non ha alcun senso. Gli eventi hanno ridotto l’antica contesa a poco più che tifo sportivo, che non incendia più il mondo.
Paradossalmente, ogni conflitto, per distruttivo che sia, è la manifestazione di forze in sé profondamente vitali. Gaston Bouthoul, il fondatore della polemologia, o studio della guerra, diceva che il conflitto è come lo sbocciare di un fiore: la manifestazione di energie vitali a lungo sommerse, e che non hanno trovato altro modo di esprimersi. E’ quanto accade anche nella coppia umana: se uno dei due partner non riesce ad esprimersi nella vita comune, attaccherà l’altro, o farà esplodere la coppia stessa. Non serve dunque condannare le guerre, anche se sono mostruose, ed in esse si esprime la mai sopita relazione dell’uomo col male. Perché possano davvero finire, occorre invece cercare di capire cosa, nell’attuale situazione, impedisce la vita e la crescita di una, dell’altra, o di entrambe le parti in causa. Cominciando dal verificare se ognuno dei due accetta almeno l’esistenza, la vita stessa, dell’altro. Perché quando addirittura di questo si tratta, finché l’opposizione all’esistenza dell’altro non viene abbandonata (come accadde con la sconfitta di Hitler, che non accettava l’esistenza degli ebrei), la guerra continua.

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2 Responses to La vita nella guerra

  1. Andrea says:

    E’ una lezione difficile da accettare … stare dentro i conflitti per capirli. Ma il prof. Risè ha ragione: la condanna morale non serve a molto, neppure a mondare la propria coscienza. Non era Eraclito a dire che il conflitto è l’origine del mondo? scandalizzarsi per le morti cruente e innocenti e allo stesso tempo considerarne le “ragioni” profonde … anche questa è una guerra

  2. A proposito delle “ragioni profonde” del conflitto in corso, segnalo:
    ISRAELE E L’OCCIDENTE
    L’ANTISEMITISMO VA IN ANALISI ( 1 e 2)
    in:
    http://giannidemartino.splinder.com/post/8754377
    e
    http://giannidemartino.splinder.com/post/8883732

    un saluto cordiale

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