Bersani crudele

Claudio Risé, da “Tempi”, 24 agosto 2006, www.tempi.it

Non è bello non sentirsi amati dai capi. Soprattutto per le persone un po’ “selvatiche”, dai sentimenti più semplici e meno tortuosi. Come per esempio i bambini: un bimbo sano si aspetta che la maestra gli voglia bene. E questo lo spinge a far meglio. Anch’io, come altri professionisti, piccoli imprenditori, gente che cerca di fare il proprio lavoro meglio che può, mi sarei aspettato almeno una benevola neutralità da questo governo, che non ho votato. Dopo tutto anche noi, alzandoci la mattina per lavorare ogni giorno, magari inventandoci anche qualcosa di nuovo, invece di chiedere un sostentamento, una prebenda, diamo una spinta ulteriore alla crescita di questo paese. E invece, dalle battute dell’acido Visco alla protervia di Bersani (che scambia la libertà personale per evasione), è stato chiaro che i capi della società italiana, cui appartengo, non amavano affatto, né me, né tutti gli altri come me.
Tra i quali ho riconosciuto con gioia fratelli insospettati. Certo, anche a me era capitato di innervosirmi chiamando un taxi per venti minuti, con tanto di successivo bidone da quello che aveva finalmente giurato di arrivare subito. Ma come si fa di colpo ad azzerare i soldi che questi hanno speso per la licenza, o l’orgoglio che molti hanno perché fanno questo mestiere da due generazioni, perché glielo ha insegnato il papà? Il capo, o ministro, che decide che tutto questo (soldi spesi, ed affetti) non conta nulla è, rispetto ad un qualsiasi padroncino selvatico, un tipo di una violenza inaudita. Come, purtroppo quella che i veri comunisti, sotto le diverse denominazioni hanno sempre dimostrato, appena arrivati al potere.
Il selvatico (taxista o psicoanalista non importa), ci rimane male. Alla fine è lui qui, nella città rovente, a respirare i fumi dei gas, o delle nevrosi. E il capo, dall’alto del suo Ministero dorato, dovrebbe, se non amarlo, almeno rispettarlo, o non scaraventargli la vita per aria.
Soprattutto non usare contro di lui/loro l’accusa sleale di appartenere a “corporazioni”, così chiamate per retrodatarle all’ormai mitico Odioso Fascismo, (OF), mentre sono banali ordini professionali, nati per lo più nell’Italia democristiana, e qualcuno, come quello degli psicologi, già in pieno centrosinistra. Che male c’è, o corrucciati capi, ad essere parte di un ordine professionale (una corporazione, come dite voi, alcune delle quali avete a suo tempo costituite, sperando che vi dessero voti)? Siamo dei miserabili perché abbiamo studiato, passato esami, siamo entrati in graduatorie? Siamo dei vermi perché, a volte, alcuni di noi, sono contenti di “appartenere a”, fosse pur un ordine, con i suoi scopi, anche sociali? Ci vorreste tutti, invece, “dipendenti da”; dal signor Marchionne ad es., che piace a Bertinotti (e che è fior di libero professionista, ma lui non perseguitato, perché dislocato alla Grande Azienda, luogo dove i sindacati contano ancora, e molti votano come loro dicono)? Ci avete rattristato, capi crudeli. Ma non ci farete fuori.

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