A scuola senza passioni

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 agosto 2006

Con poca voglia torneranno a scuola. Sono i nostri figli, nipoti, fratelli minori, ragazzi e ragazze dai capelli inquieti che tornano ora, in massa, nelle città. Come fare perché questo periodo sia il meno inutile possibile, ed anzi, magari, serva a qualcosa? Innanzitutto, credo, sapendo che non è una faccenda semplice. Ogni scuola si regge su due presupposti indispensabili. Il primo è che ci sia qualcosa da imparare, e che ciò sia necessario per vivere. Il secondo è che, per farlo, occorra accettare le regole proposte da chi insegna. Questi presupposti sono saltati. Quando i giudici condannano i genitori a mantenere figli quasi quarantenni, nel caso non abbiano ancora trovato un lavoro di loro gradimento, lo Stato stabilisce, con sentenza, che tu non devi imparare qualcosa per vivere. Puoi farlo alle spalle dei genitori, e lo Stato ti aiuterà. Inoltre, lo stesso Stato, quando sospende o allontana dall’insegnamento chi chiede disciplina agli allievi, nega che lo studente debba obbedire. Come l’insegnante valdostano che (dopo una vita di insegnamento), fu allontanato dalla scuola per aver tirato le orecchie a un ragazzino che durante la lezione, si sporgeva da una finestra pericolosa. Il maestro si suicidò.
Aiutare i ragazzi a trarre qualcosa di sensato dal tempo che passano a scuola è dunque difficile. Tuttavia dobbiamo farlo, ad ogni costo. Può essere utile, nell’atteggiamento da assumere, ricordare quali sono i rischi psicologici più pericolosi dai quali dobbiamo difenderli. Uno, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica, è quello che i giapponesi hanno chiamato gli “hikikomori”, i ragazzi rannicchiati. Si tratta di quella (purtroppo) enorme massa di ragazzi che vive, rannicchiata appunto, nelle proprie camere, in un universo virtuale di playstation, computer, televisione, telefonini, si fa portare un piatto qualsiasi dai genitori, e non ha nessuno scambio con altre persone in carne ed ossa. Allievi svogliati, o a volte anche diligenti (ma con una capacità ideativa in diminuzione), questi ragazzi vanno aiutati ad utilizzare le potenzialità di socializzazione della scuola. Il rischio opposto è quello dell’ipersocializzazione indifferenziata, dell’identificazione con un “branco” di adolescenti, quale che sia, rinunciando a ricercare l’individualità personale. Qui la scuola, insieme di individualità differenti, potrebbe aiutare il ragazzo a cercare, ed a far emergere, la propria. Naturalmente questa potenzialità individualizzante della scuola viene però vanificata da quelle pratiche pedagogiche, come l’ideologia del “politically correct”, che spingono invece a pensare e comportarsi tutti nello stesso modo. Come se “e-ducazione” non significasse proprio trarre fuori da ognuno ciò che egli è, e non ciò che fa piacere (o è di moda) che sia.
Inoltre, e soprattutto, dobbiamo ricordarci che questa è la scuola delle circolari, dei moduli e delle fotocopie, dalla quale sono banditi i grandi libri, ed ancora di più le grandi idee. Gli eroi omerici sono stati pressoché cacciati, in omaggio al pensiero debole. I ragazzi crescono più pacifisti, ma si annoiano, e si deprimono. Faremo quindi un grande dono ai nostri giovani proponendo loro le nostre idee, le nostre passioni. Senza darci arie, ma pescando in giro, andando insieme a vedere un bel film, un vecchio video, ascoltando con loro la musica. Magari la loro, che è anche bella, e nella quale esce tutta la forza negata dagli insegnamenti melensi che ricevono. Offriamo ai nostri ragazzi i nostri pensieri e le nostre passioni. Non lasciamoli soli con la scuola, che non ne ha più.

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3 Responses to A scuola senza passioni

  1. maria says:

    ehi claudio!, scusa, ma che ne diresti di non lasciare soli neanche gli insegnanti? parlo di quelli che hanno voglia di lavorare, idee, passioni, il nuovo ghetto degli esclusi, insomma, come me (non per nulla, in fuga dalla scuola).
    chi ci salverà? baci, mm : )

  2. Paolo Giunta La Spada says:

    Buongiorno. D’accordo, ma tutto questo si fa con una politica seria e la politica sulla scuola si fa con i soldi e le strutture. Più soldi e più attenzione per la scuola. Riportiamo l’educazione scolastica al centro della vita italiana. Più fatti e meno circolari, please. paolo

  3. Roberto L. Ziani says:

    Magari questi discorsi fossero stati fatti quindici anni fa…!

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