Tu, chi dici che io sia? Domande per un serio test di integrazione

Claudio Risé, da “Tempi”, 7 settembre 2006, www.tempi.it

Meglio parlare ancora dello straniero. Sia, naturalmente, perché nel mondo globale è un protagonista; sia perché lui viene da noi, e noi andiamo da lui, con navi da guerra e spedizioni militari. Sarà sempre più presente nella nostra vita, e quindi occorre capire qualcosa di più del nostro rapporto con lui. Anche perché, essendo la nostra una società burocratica (come Max Weber aveva visto fin dall’inizio del 900), anche lo straniero tende a diventare una questione burocratica: permessi di soggiorno, tempi prefissati per la cittadinanza, risoluzioni dell’Onu per mandarci i soldati. Si procede per dispositivi giuridici, ma la questione di chi sia l’altro, lo Straniero, quale la sua identità, quale il suo essere, non è dibattuta, e non sembra interessare nessuno. Ciò, d’altra parte, non deve stupire.
Lo Straniero, infatti, non è soltanto fuori di noi. Egli è anche, e prima di tutto, l’Altro, la parte sconosciuta, ma presente, dentro di noi. E’ negli aspetti della nostra personalità meno noti alla coscienza. A cominciare dal primo di tutti gli altri: il Divino, colui e ciò che ci consente l’esperienza religiosa, che realizza un incontro diverso, che schiude orizzonti presenti nel profondo dell’uomo, ma poco frequentati. Una società materialista e relativista, quantitativa, la società del due più due fa quattro, di Don Giovanni, una società che teme le maiuscole perché possono sempre introdurre qualcosa che rompe l’orizzonte minimalista del pensiero debole, non vuole assolutamente vedere, anzi teme come la peste quell’Altro lì, l’altro dentro di noi, l’altro misura dell’incontro con tutti gli altri.
L’ostinazione a riproporre psicologie della superficie, stimolo-reazione, tardocomportamentiste, già fallite in America il secolo scorso, riflette anche questo: l’inquietudine a incontrare davvero l’altro dentro di noi. Diverso per ognuno. Per l’uomo d’ordine può essere il bandito; ma i brigatisti sognavano spesso angeli. E’ la parte negata. E’, anche, l’aspetto violento del pacifista, quello che magari viene fuori nella retorica intervista sui soldati mandati a rischiare la pelle, sperando che diano fastidio ad Israele (ancora un Altro che ci chiama dal profondo del nostro cuore, e dalle pagine dei nostri Libri). E’ la parte indifferente dell’ospitale, quello che accoglie, a condizione di non prendere sul serio i problemi dell’altro.
Questa sordità all’ascolto dell’altro dentro di noi porta a lapsus strani (drammatici). Come quando il buon Parroco che ha accolto il sacrestano cingalese, non lo ascolta, non crede, quando dice di aver ucciso una ragazza che voleva accendere un cero. Non crede perché non ascolta l’altro, che non è né un santino, né un certificato, ma è una ferita che cammina. Quella di Gesù Cristo. Che da dentro, e fuori di noi, ci chiede di guardare la ferita. Noi, molto meno interessati di Tommaso, non vogliamo né vedere, né metterci dentro la mano. Non vogliamo saperne, né dell’altro, né della sua (e nostra) ferita.

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