Come reggere alle cattive notizie

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 novembre 2006

Come reggere alle cattive notizie, senza esserne travolti? E’ un problema molto attuale, perché le informazioni da cui siamo tempestati non sono affatto buone. Una gran parte del mondo continua a dedicarsi a guerre e conflitti, coltivando, ed a volte riscoprendo, antichi odi, inimicizie barbariche. In grandi paesi tornati da poco ad un’apparenza di libertà si rivedono gli omicidi politici, le censure, le sparizioni degli avversari. Le democrazie sono tormentate da vizi minori, ma devastanti: scarso senso dello Stato, corruzioni, vanità infantili. Soprattutto, le democrazie non sembrano in grado di educare gruppi dirigenti affidabili: l’educazione e formazione è in crisi in tutto l’Occidente, il consumo di droghe (prodotte in paesi che ci sono politicamente ostili) è in continua crescita, le capacità cognitive ed affettive dei giovani sono riconosciute ufficialmente come in pericolo. Leggi il resto dell’articolo

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Stuck, un maestro e le sue passioni

Claudio Risé, da: Franz von Stuck, Lucifero moderno, a cura di S. Marinelli e A. Tiddia, Skira, Milano, 2006 (Catalogo della mostra inaugurata al MART di Trento il 10.11.2006)

«Sono qui. Eccomi».
Questo messaggio, di presenza personale, di comunicazione (preziosi requisiti d’ogni maestro), e di sfida al proprio tempo, è riconoscibile (e subito riconosciuto dai suoi critici, ed estimatori), nelle figure maschili di Franz von Stuck, a cominciare dagli autoritratti. E nel suo Lucifero, naturalmente. Ma anche, prima ancora, nel doppio celeste dell’angelo oscuro, quello che inaugura, e poi accompagna, tutta la sua opera: l’angelo guardiano del Paradiso.
Già a partire da qui, da questa presenza scenica dell’Io (seppur per interposta persona simbolica), dalla volontà di comunicazione e proposta agli altri, e dalla passione di Stuck per gli opposti, a cominciare dall’Inferno e Paradiso, cogliamo alcuni aspetti dell’attualità di questo artista che nell’800 declinante annuncia già alcuni tratti della modernità propria del secondo novecento, e del terzo millennio. Continuando poi a celebrarli quando ormai il primo novecento (anche attraverso suoi allievi importanti), ripiega spesso da quella comunicazione diretta all’altro, a chi guarda – costantemente proclamata da Stuck -, ad una raffinatissima autocontemplazione, o ad una segnaletica estetizzante. Leggi il resto dell’articolo

Uccidetevi pure. Firmato il ministro

Claudio Risé, da “Tempi”, 23 novembre 2006, www.tempi.it

Alcuni sostengono che la nostra società si voglia suicidare. Diffido delle spiegazioni generiche, ed anche del pessimismo. Credo però che ci siano persone che, più o meno consapevolmente, sono impegnate a diffondere la morte. Per esempio alcuni nostri governanti, persone che, appunto, hanno il potere di promuovere comportamenti favorevoli alla vita, ed al suo sviluppo, oppure alla morte, ed alla sua diffusione. Prendiamo il decreto del ministro della Sanità, Livia Turco, sulla droga. Negli stessi giorni in cui il ministro raddoppiava la quantità di droga consentita per uso personale, portandola, per la cannabis, ad un grammo, equivalente a 20-30 spinelli, ed il deputato di Rifondazione Caruso prometteva di piantare altri semi nelle fioriere davanti ai due rami del Parlamento, la Asl di Milano denunciava un «pericoloso strizzarsi l’occhio sulle tolleranze» tra adulti e ragazzi in materia di droga. Leggi il resto dell’articolo

Come fare dell’allievo un delinquente

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 novembre 2006

Gli atti di violenza di questi giorni hanno una caratteristica: la sopraffazione degli indifesi. Non è tipico di ogni violenza. Molti di noi ricordano, nella propria adolescenza, un “fare a pugni” con altri dalla forza più o meno equivalente, il cui esito non era stabilito in partenza. Il prendersela con chi era poi manifestamente più debole, aveva degli handicap, o era solo contro tanti, o era femmina contro dei maschi, era considerato generalmente una vigliaccata. Un atto di delinquenza, col quale un giovane, anche aggressivo, non voleva comunque aver nulla a che fare. Questi principi sono rimasti nella coscienza dei giovani, anche se sicuramente con forza attenuata, fino alla fine del secolo scorso. Poi, con l’inizio del nuovo millennio, la situazione cambia. La maggioranza dei ragazzi diventa indifferente alla questione, e minoranze sempre più agguerrite e numerose organizzano violenze ai danni dei deboli, più piccoli, o menomati, o femmine, manifestando, nella maggior parte dei casi, una notevole indifferenza morale nei confronti del proprio operato. Leggi il resto dell’articolo

I figli della scelta

Claudio Risé, da “Tempi”, 16 novembre 2006, www.tempi.it

Perché molti giovani in Occidente sembrano inadatti a ogni sforzo, riluttanti a entrare nella vita e nelle sue sfide, in bilico tra un’euforia ansiosa di piacere da una parte, e la stanchezza e la depressione dall’altra? La grande spiegazione è, naturalmente, il modello culturale relativista, col suo impedirti di mettere a fuoco degli obiettivi, fondati su convinzioni ed entusiasmi. Se non puoi vivere la grande passione che coinvolge la tua verità e il tuo destino, non ne avrai altre. E rivestirai questo vuoto con l’euforia, a coprire la depressione.
Nell’osservazione psicologica e sociologica, però, si fa strada anche un’altra spiegazione di queste fragilità, che integra la precedente. L’esperienza clinica mostra, infatti, che queste stesse caratteristiche presenti in molti nostri giovani (abulia, mancanza d’autostima, scarsa spinta vitale) sono presenti anche in coloro che la psicologia chiama i “survivors”, persone cioè che sono sopravvissute a situazioni che hanno messo in forte pericolo le loro vite: gravi abusi, situazioni di dipendenza e limitazione della libertà particolarmente feroci, rischio per la propria vita. I figli dell’Occidente si comportano, questo è sempre più evidente, come qualcuno che è scampato a un pericolo mortale. Dei “survivors”, i sopravvissuti, posseggono appunto l’insicurezza, l’oscuro senso di colpa (misto ad avversione) per i propri persecutori, il continuo bisogno di rassicurazione. Leggi il resto dell’articolo

Ritrovare la passione del sapere

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 novembre 2006

Come risvegliare nei giovani la passione per il sapere, e negli adulti quella di trasmetterlo? E’ questa la grande emergenza, non solo politica, ma innanzitutto psicologica, di molti paesi europei, tra i quali l’Italia. Il rettore del Politecnico di Milano, Ballio, ha ricordato che con la riduzione dei fondi per la ricerca si rischia di interrompere la trasmissione di saperi fondamentali (anche tecnici e scientifici) per la continuazione dello sviluppo.
Il deterioramento, però, del livello di cultura in molti paesi europei, comincia da livelli assai più bassi. La Camera di Commercio di Berlino, ha rilevato, nei colloqui e test con giovani in cerca di lavoro, una situazione generale di «deficit educativi e nell’istruzione generale, persino nel calcolo elementare, nella lettura e nella scrittura». La verità è che molti giovani della vecchia Europa non riescono a mantenere una vera e propria alfabetizzazione. E i veloci, e disastrosi, test di cultura generale che i giornalisti televisivi delle Iene hanno posto ai deputati, ci fanno sapere che è possibile, pur senza una cultura, arrivare ai vertici dello Stato. Che non potranno, tuttavia, non essere indeboliti da queste gravi lacune di conoscenza dei suoi rappresentanti. Leggi il resto dell’articolo

Liberazione sessuale tra mito e realtà

Claudio Risé, da “Tempi”, 9 novembre 2006, www.tempi.it

Ricordate la liberazione sessuale, il corpo è mio e lo gestisco io, l’ubriacatura tra onnipotenza e narcisismo che ha fatto da grancassa alla marcia veloce del nuovo diritto su famiglia e persone, il divorzio, l’aborto? Beh, slogan, e soprattutto costumi, sono tutti in via di revisione, rapida, e in tutto il mondo, quello sviluppato, e quello meno. Naturalmente i giornali non ne parlano, e il dibattito politico descrive un popolo che corre in Comune per contrarre matrimoni fantasiosi, o scoprire nuovi, imprevisti, generi sessuali, con i quali identificarsi e scacciare la noia. Si tratta però di fantasie di ultracinquantenni bizzarri, le classi d’età cui appartengono la gran parte degli opinions makers, e dei politici tradizionali. I quali, non sapendo come affrontare la realtà, delirano su scenari immaginari, dove si può fare e dire tutto, perché tanto non esistono, o sono in via di sparizione. Leggi il resto dell’articolo

Vittime del mito virtuista

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 novembre 2006

Nessuno è senza peccato. Infatti le grandi tradizioni religiose hanno tutte pensato ad una “colpa originaria” da cui discendono gli aspetti difficili della vita umana. Nessuno di noi è innocente. Allora però, appare più chiaro il danno e l’inconsistenza delle campagne moralistiche per condannare i lontani peccati di qualcuno. L’ultima vittima, sul piano individuale, di queste campagne “virtuose”, è il filosofo Jürgen Habermas, accusato di essere stato, da ragazzino, nazista. L’accusa di non essere innocenti, però, fa anche vittime collettive. Ne è colpito da sempre, ad esempio, il popolo napoletano, periodicamente accusato di ataviche colpe, da cui discenderebbero le sue attuali difficoltà. In questo caso è un gruppo, anziché un individuo, che, come ogni capro espiatorio, non è ammesso a godere della pietà dei pubblici accusatori. Ma torniamo per ora all’individuo, dove è più chiaro il gioco. Leggi il resto dell’articolo

I soldati, e il teschio

Claudio Risé, da “Tempi”, 2 novembre 2006, www.tempi.it

Di solito si pensa alla secolarizzazione come a qualcosa che danneggia i preti. In parte è così, anche se molti preti, ci si trovano benissimo. In realtà però, il processo di secolarizzazione, la separazione dell’uomo dall’esperienza religiosa e del sacro, danneggia tutti. Ed ispira comportamenti sciagurati, attribuiti solitamente a tutt’altro. Mentre invece affondano le proprie radici proprio nella perdita della consapevolezza della sacralità della vita umana. Come per i soldati tedeschi fotografati mentre giocano con un teschio, accostandolo al viso, issandolo sulla jeep, o accanto ai genitali. I commenti, naturalmente, puntano sulla brutalità dei soldati, quella dei giovani, e quella dei maschi. Tre categorie criminali per l’immaginario moderno. Leggi il resto dell’articolo

Parsifal

Provocazione vera all’uomo
a quello di oggi più che a quello di ieri,
Parsifal è una vittoria

Una vittoria del grido sul capriccio
della responsabilità sul piagnisteo
del lasciare sul trattenere

del buttarsi nel desiderio sul timore.

Storia di una conversione.

Scritto e interpretato da Davide Giandrini, per la regia di Franco Palmieri, con il patrocinio del Comune di Milano e della Regione Lombardia, il 24 novembre p.v. alle ore 21.00 debutta al Teatro Rosmini di Rovereto (Via Paganini, 14 -tel. 0464/421458) lo spettacolo teatrale Parsifal.

Liberamente tratto dal libro di Claudio Risé Parsifal, l’iniziazione maschile all’amore, lo spettacolo sarà disponibile per tutta la stagione 2006/2007 per teatri, centri culturali, scuole.

Ulteriori informazioni e contatti disponibili a questo indirizzo.

Brillanti promesse, soliti stronzi, venerati maestri

(Camillo Langone, da “Il foglio”, 1 novembre 2006, www.ilfoglio.it)

Parli per lui, Berselli. Il glossatore modenese ha scritto “Venerati maestri” per avvisare che di maestri non ce ne sono più. Il punto di partenza è il paradigma di Alberto Arbasino: «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro». Un bel pensiero splendidamente formulato che però tradisce un’eccessiva permanenza a Roma, la tomba delle muse. Edmondo Berselli considera Arbasino ancora troppo ottimista e si spinge a dire che oggi nemmeno i creatori giunti lucidi ai novant’anni, ad esempio Dino Risi, possono definirsi maestri. Che sono tutti, che siamo tutti, soliti stronzi.
Parli per lui, Berselli. La fine della storia di Fukuyama, la fine della poesia di Adorno e la fine della maestria di Berselli sono tre modi diversi per dire la stessa cosa: dopo di noi il diluvio, o il deserto. Seppellita dalle smentite, la reputazione dei primi due personaggi citati non si è mai più ripresa. Non vorrei che succedesse qualcosa di simile anche a Berselli, che scrive benissimo e che resta pur sempre uno di quei bravi ragazzi di Modena (i corregionali vanno trattati con riguardo, se cade Modena scricchiola Parma, temo). Mi ricorderò che il lambrusco è il mio vino preferito, farò finta di credere alla dedica lusinghiera vergata sulla mia copia del libro e, soprattutto, dimenticherò cristianamente il disappunto che mi ha colto quando non mi sono ritrovato nell’indice dei nomi. In televisione non glielo direi ma sulla stampa, che tanto non legge nessuno, deve valere l’amicus Plato sed magis amica veritas. Leggi il resto dell’articolo