Come fare dell’allievo un delinquente

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 novembre 2006

Gli atti di violenza di questi giorni hanno una caratteristica: la sopraffazione degli indifesi. Non è tipico di ogni violenza. Molti di noi ricordano, nella propria adolescenza, un “fare a pugni” con altri dalla forza più o meno equivalente, il cui esito non era stabilito in partenza. Il prendersela con chi era poi manifestamente più debole, aveva degli handicap, o era solo contro tanti, o era femmina contro dei maschi, era considerato generalmente una vigliaccata. Un atto di delinquenza, col quale un giovane, anche aggressivo, non voleva comunque aver nulla a che fare. Questi principi sono rimasti nella coscienza dei giovani, anche se sicuramente con forza attenuata, fino alla fine del secolo scorso. Poi, con l’inizio del nuovo millennio, la situazione cambia. La maggioranza dei ragazzi diventa indifferente alla questione, e minoranze sempre più agguerrite e numerose organizzano violenze ai danni dei deboli, più piccoli, o menomati, o femmine, manifestando, nella maggior parte dei casi, una notevole indifferenza morale nei confronti del proprio operato.
Come mai questa improvvisa diffusione del gusto dell’umiliazione del debole? Le ragioni sono molte, ed interagiscono tra loro. Alcuni magistrati a Milano hanno messo in luce le carenze della famiglie, sequestrando i beni di genitori che non avevano saputo «dare un’educazione sentimentale» ai loro figli, e si erano poi mostrati indifferenti di fronte ai danni che questo aveva causato (nel caso specifico con ripetute violenze a una ragazzina). Può essere una strada, anche se è forse giusto ricordare che nessuno, in questi anni, né lo Stato né la scuola ha ricordato ai genitori che tra i loro doveri rientrasse la formazione di un’educazione sentimentale dei figli. Lo scrivente, che lo ripete in giornali e libri da molti anni, lo ha generalmente fatto in perfetta solitudine. Appare dunque difficile punire qualcuno per non aver compiuto qualcosa che nessuno, né autorità scolastiche, né sistema delle comunicazioni, gli chiedeva di fare.
Sembra invece più realistica l’analisi del problema svolta in un recente convegno su “E’ possibile ancora una educazione nella scuola?”, tenutosi di recente a Padova con la partecipazione, tra gli altri, della filosofa Roberta De Monticelli, e dello psicoterapeuta Paolo Ferliga. I relatori, persone con ampie esperienze educative e di scuola, mettono in luce principalmente due cause dell’emergenza educativa. Uno è il principio che definiscono dell’indulto. Si tratta, dicono di un «mancato riconoscimento di responsabilità, che di fatto azzera responsabilità e “colpe” individuali». Si tratta di qualcosa che «è divenuto da lungo tempo legge di fatto e molti studenti, quasi sempre con il convinto sostegno delle loro famiglie, ne “beneficiano” in modo diffuso e permanente». L’altro principio è invece addirittura scritto: si tratta del «diritto al successo scolastico, o “formativo”, come recita il regolamento dell’autonomia scolastica: tutti possono – devono essere promossi».
Perché questi due devastanti principi adottati dalle nostre scuole, l’indulto ed il successo garantito, sviluppano il gusto delle violenze sui deboli? Perché si tratta di principi che, evitando la fondamentale esperienza della prova, e quindi della possibilità dello scacco e della punizione, formano personalità deboli. Questi giovani deboli, percependo oscuramente, dall’inconscio, la propria fragilità, cercano delle prove di forza, che la smentiscano. Ma le sole che possano garantire loro una vittoria, alimentando quest’illusione, sono le violenze alle persone indifese.

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2 Responses to Come fare dell’allievo un delinquente

  1. ivano says:

    I suoi ultimi articoli mi hanno fatto molto riflettere. Tra le varie cause possibili di questi atti di violenza perpetrati dai giovani contro persone più deboli (il caso appunto del ragazzo down) mi sembra proprio di cogliere un tema da lei più volte segnalato: quello fondamentale del rispetto della vita. Sono andato a rileggere la legge quadro 104/92 che si trova in http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/l104_92.html e vedo che siamo in una società in cui da un lato si stabiliscono tutela, diritti, aiuti nei confronti delle persone più deboli (posto che vengano rispettati, e ho seri dubbi che avvenga anche nella scuola) però dall’altro ci viene detto che ad esempio conviene eliminarle prima con l’aborto, le diagnosi prenatali, etc oppure al più presto con l’eutanasia. Recentemente un mio insegnante di pedagogia speciale mi ha detto che la sua materia è destinata a scomparire perchè stanno scomparendo (mediante l’aborto) le persone che ne avrebbero bisogno (e la cui presenza sofferente al mondo mi sembra un fattore valorizzante l’umanità). Mi chiedo in breve se questo atteggiamento schizofrenico della nostra società (tutela da un lato, eugenetica dall’altro) non sia una delle cause che, come messaggio, disorientano i giovani. Ivano

  2. Giuliana says:

    Condivido perfettamente. Aggiungerei un’osservazione: quando frequentavo la scuola dell’obbligo (sono nata nel ’68) esisteva una reale possibilità di misurarsi onestamente in tutti i campi, senza bisogno di ricorrere a prove estranee alle regole ed alla legge, in fondo credevamo negli arbitri e nella necessità della loro presenza in ogni forma di confronto onesto. Non era possibile che il più debole superasse il più forte, e ogni campo era diverso, il primo in matematica poteva essere l’ultimo in geografia, e non era necessariamente il più bello. Anche se iniziava ad esserci un concetto di premiare l’impegno insieme al risultato. Se per una ragione o per l’altra il primo è imposto dall’alto senza che si debba misurare davvero, ed i deboli sono talmente protetti ed aiutati dalla legge scritta e non, da trovarsi molto spesso davanti ai più forti, la violenza è una logica conseguenza, orribile ma spontanea per ristabilire un minimo di legge naturale. Un esempio piccolissimo: chi non ha odiato almeno una volta nella vita il parcheggio riservato agli handicappati, sempre vuoto ed onnipresente? L’istinto di protezione dei più deboli viene ucciso con l’imposizione, perchè deriva dalla coscenza del proprio potere, potere reale e non derivato da un privilegio.

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