Le radici del politicamente corretto

Claudio Risé, da “Tempi”, 30 novembre 2006, www.tempi.it

Si riparla di “politicamente corretto”. Prendendo però, come accade, la questione per la coda, così è più facile e fa più scena, diventa una cosa da “nouveax philosophes”, da Bernard H. Levy, da salotto cultural-politico: è di destra o di sinistra? Se la si vede a partire dalla vita delle persone però, per esempio dai vissuti e dalla sofferenza che portano in terapia, la questione è diversa. Più profonda, e più scomoda. Ho incontrato ciechi e sordi profondamente feriti dal venire definiti con delle perifrasi. Ho incontrato uomini ai quali l’uso sistematico ed implacabile del politically correct nel lessico familiare aveva fatto perdere ogni intimità e attrattiva nei confronti delle loro donne. Incontro immigrati che vengono da paesi diversi dei nostri che si sentono profondamente violentati dal non poter esprimere, nei loro rapporti con gli altri, lo stile emotivo e affettivo delle loro culture d’origine (lasciato molto più libero negli Stati Uniti), per contenersi invece in un’algida “correttezza”. La quale, anziché consentire un incontro di due differenze, conferma due solitudini, separate.
Il politically correct, incontrato nella vita delle persone, appare quindi, nella grande maggioranza dei casi, non una protezione di minoranze minacciate, ma un intervento autoritario, attraverso la lingua, per svuotare la forza dei diversi gruppi sociali, negando aspetti forti, specifici, della loro identità, di cui vengono quindi privati. Tutta la letteratura, la musica, l’arte nera, ha al proprio centro la forza, la specificità, la ricchezza della “negritudine”, come esperienza, anche di dolore e di lotta, attraverso cui si esprime l’umano. Lo stesso accade per l’espressione artistica femminile, la quale, infatti, non sembra essersi molto giovata della diffusione del politicamente corretto. In Ada Negri, o Anna Maria Ortese, c’è una forza difficilmente rintracciabile in molte autrici che oggi cavalcano le classifiche. Tutto il campo delle differenze e delle opposizioni, il contatto tra le quali sprigiona energie, è stato disattivato dall’impaurita società secolarizzata, non è più in grado di metterle a frutto perché non ha più ideali che le trascendano, e le consentano quindi di comporre le diversità in un equilibrio superiore.
Ne risulta l’universo del pensiero debole. Depresso, ma afflitto da continui scoppi aggressivi, perché la negazione-repressione della diversità è vissuta come violenza da tutti, dal diverso che scompare sotto un eufemismo, ma anche dagli altri che devono accettare l’eufemismo come una verità, sapendo che non lo è. Anche da questa non educazione alla diversità, sostituita dalla semantica dell’eufemismo, nasce la triste aggressione al ragazzo handicappato. La verità della differenza va detta, ed accettata nella sua ricchezza, e non coperta da un egualitarismo utile solo a un potere miope, non in grado di fare il suo mestiere. Che è, in gran parte, proprio quello di riconoscere la ricchezza delle differenze, e di valorizzarle.

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9 Responses to Le radici del politicamente corretto

  1. Pippo says:

    Perfetto e centrato !
    Ragionando terra terra e senza scomodare la filosofia è dalla sua comparsa diciamo cosi “sul meracato” che mi sono reso conto che la traduzione letterale di “politicamente correto” equivale a “praticamente imbecille”

  2. alef says:

    Grande Claudio – come sempre -!

    Sarebbe un piacere ed un onore se mi consentissi di pubblicarti – in tua vece e per la tua presumibile mancanza di tempo – questi meravigliosi articoli sulla nostra comune ed amata The Right Nation!

    Ad maiora, carissimo!

    Alessandro

  3. Redazione says:

    Grazie Alessandro!
    Intanto questo provo a postarlo io.
    Ciao, Paolo

  4. Redazione says:

    Alessandro , questo blog, ed io, siamo nella nostra amata Right Nation! Quindi prendi quel che ti pare, solo citando la fonte. Grazie, e un abbraccio a tutti, Claudio

  5. alef says:

    Grazie infinite: a te ed a Paolo.

    Siete dei veri e fraterni amici!

    Santa Vita!

    Ale

  6. armando ermini says:

    “algida correttezza”. Splendido. Il linguaggio politicamnete corretto infatti è asessuato in senso lato, lontano dal corpo e quindi dalle passioni che sprigiona, dai suoi odori ed anche dalle sue contraddizioni. Capisco i tuoi pazienti. Sai che divertimento rivolgersi in quel modo alla propria femmina! e sai che divertimento anche per lei!

  7. fabriz says:

    Effettivamente in 15 anni s’è passati dal “handicappato” al “disabile” fino al fantastico “diversamente abile”. In fondo in questi ideatori, promotori e divulgatori di questi bei termini di cartone c’è l’arroganza di poter risolvere i problemi del mondo. Basta chiamarli diversamente. Più carinamente, e il gioco è fatto.

  8. claudio gizzi says:

    Non mi unisco al coro enfatico, ad ogni modo la cultura della diversità è patrimonio delle culture in generale e non di destra o di sinistra. Si vorrebbe forse dire che la bontà delle cose dette da Claudio Risé siano
    forse patrimonio della cultura di destra ?
    Io non lo credo, forse che l’integrazione e la diversità è estranea alla cultura di sinistra?

  9. Redazione says:

    Guarda però che nella cultura di sinistra l’accettazione della diversità come valore deve vedersela con l’ideologia dell’egualitarismo. Il diverso è ideologicamente apprezzato in quanto “oppresso” (dal capitalismo, o dalle religioni), ma non in quanto veramente diverso, e quindi
    dissonante dall’eguaglianza universale degli uomini. Quella tra valorizzazione della diversità e egualitarismo è una contraddizione nella quale la sinistra si dibatte (già prima di Marx), dalla sua nascita nella rivoluzione francese. Claudio

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