Chi è veramente il padre?

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 dicembre 2006

Chi è veramente il padre? E’ la figura sconvolta e concitata di Nicola De Martino, l’uomo che dopo una lotta durata tredici anni per riavere il figlio, finalmente vinta, ha minacciato di darsi fuoco in diretta TV? O è invece la figura tenebrosa, di cui parlano i manifesti diffusi da Comitati delle Pari Opportunità e sindacati sui muri di Brescia e provincia (forse prova generale di un’affissione nazionale). Primo manifesto: una bimba mostra un occhio vistosamente illividito, e la dicitura dice: «l’occhio blu me l’ha fatto papà». Secondo manifesto: un ragazzino percuote una bimba; la dicitura spiega: «Lo fa anche papà». Queste figure estreme, quella televisiva e quella dei manifesti, con i loro effetti spettacolari, rischiano però di far scivolare in secondo piano il centro dell’identità paterna, e la sua principale funzione.
Qual è l’immagine paterna che queste rappresentazioni esasperate, costruite in studi pubblicitari (come quelli che hanno preparato le immagini di Brescia), finiscono col rendere invisibile? E’ il padre della vita quotidiana, quello che tutti conosciamo e siamo, quello che va ogni giorno al lavoro, dà i soldi in famiglia, cresce i figli e trema perché non si perdano, sostiene ed aiuta la moglie, cercando di opporsi, come può e sa, alle mille insidie che minacciano la famiglia, e il matrimonio. Un tipo di cui nessuno parla, perché non fa spettacolo, non uccide nessuno e non minaccia nessuno.
Non ha tempo per essere “di tendenza”, non ha soldi (e non gli interessa) essere particolarmente griffato. Impegnato com’è nella sopravvivenza, e in una silenziosa attesa della giustizia (quella che caratterizza la vita umana, da sempre), non viene neppure visto dal sistema delle comunicazioni, che, infatti, non ne parlano mai. Eppure è proprio lui, assieme alla moglie madre, casalinga o lavoratrice non “disperata”, ma forte e coraggiosa, che manda avanti il paese, senza medaglie e senza titoli sui giornali. E’ lui che, riproducendosi, assicura la sopravvivenza demografica; è lui che, lavorando, produce ricchezza; è lui (più che i Pubblici Ministeri), che educando come può, garantisce un minimo di ordine nelle generazioni a venire.
Eppure è proprio contro di lui che è in atto un’offensiva senza quartiere. I promotori dei manifesti del bresciano sanno bene che, in realtà, l’economia, l’ordine, lo sviluppo non solo economico, ma anche affettivo ed educativo di ogni zona, riposa sulla presenza attenta e operosa di questi padri: “i padri”. Ciò però non impedisce loro di descrivere i papà come violenti, che fanno gli occhi blu alle figlie, e amano percuotere le donne. Questo messaggio, come la violenza implicita nelle migliaia di storie simili a quella del papà separato Nicola De Martino, storie alle quali è difficile sopravvivere, e dalle quali, comunque, non si esce indenni, veicola e diffonde gravi rischi. Sappiamo da statistiche ormai trentennali (da quando il divorzio si è diffuso in tutto l’occidente) che il padre non soltanto è appena marginalmente produttore di violenza, ma anzi è il grande baluardo contro di essa. Come provano i dati del Bureau of Census americano, il 60% degli stupratori, ed il 72% degli adolescenti omicidi è cresciuto in case senza padre. Su 12 studenti violenti, 11 sono cresciuti senza il padre, contro 1 che ce l’aveva.
Distruggere la figura paterna, cacciarla dalle famiglie e dall’educazione dei figli, denigrarla sui muri della città, produce violenza, non la fa diminuire. La società che ha dimenticato chi il padre è veramente, e lo lincia sui muri o nei tribunali, produce solo nuova violenza.

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