La festa è finita

Claudio Risé, da “Liberal”, n. 38, novembre-dicembre 2006, www.liberalfondazione.it

Ecco un veloce e preciso rapporto sullo stato attuale della coscienza collettiva europea. Si tratta del saggio del giornalista e teologo tedesco Peter Hahne intitolato significativamente : La festa è finita. Basta con la società del divertimento (Marsilio, 2006, E. 10). Il segno della fine della festa è stato, in tutto l’Occidente, l’11 settembre 2001. Nonostante i più affezionati al “divertimento” precedente (tra i quali molti intellettuali italiani), abbiano assicurato che nulla sarebbe cambiato, “le immagini delle macerie e della cenere, di uomini che, volando come uccelli, si gettavano nella morte, tutto questo non vuole uscire dalla nostra memoria”. Con la forza di un simbolo, si è impresso nel nostro immaginario collettivo, aiutandoci, come sempre fanno i simboli quando vengono compresi, ad entrare nel nuovo tempo. Nel quale, appunto, “la festa è finita”. Sarebbe tuttavia errato scambiare questa constatazione come un proclama autopunitivo, che liquida un tempo di piacere per inaugurane uno di compiacimento masochista nella sofferenza, e nella privazione. Uno dei meriti del libro è infatti di far emergere, attraverso i fatti ed i dati che presenta, il carattere illusorio del divertimento ormai terminato, che lo fa apparire piuttosto una festa macabra. Particolarmente significativi, da questo punto di vista, sono gli squarci che , a partire dalla società tedesca, il libro offre sul mondo giovanile. Dall’eccidio di Erfurt, dove un diciottenne si mise a sparare a scuola all’impazzata, facendo sedici morti, per poi uccidersi, alle desolate rilevazioni della Camera di Commercio di Berlino, che scopre, nei colloqui e test con giovani in cerca di lavoro, una situazione generale di “deficit educativi e nell’istruzione generale, persino nel calcolo elementare, nella lettura e nella scrittura.” I loro genitori sono, spesso gente normale, che ha investito la propria vita “nell’autorealizzazione, e che ha perso i figli nel mondo dei giochi al computer”. Qui viene segnalato un passaggio molto importante, le cui conseguenze stanno venendo sempre più alla luce nelle discipline terapeutiche, ed in quelle socioantropologiche: “i bambini non vengono più semplicemente al mondo, ma sono inserititi al punto giusto come coronamento finale dopo aver ottenuto un lavoro, una macchina, e una casa da sogno. E già prima del loro concepimento ci sono idee chiare sul loro futuro percorso di studio, e primo stipendio netto. E tuttavia, come in ogni economia pianificata, nulla funziona come previsto. Ciò che viene imperdonabilmente “risparmiato” agli adolescenti, sono gli sforzi, i limiti, il confronto con valori e regole”. Un confronto tuttavia indispensabile per cercare la risposta alla domanda che ogni essere umano, specialmente giovane e giovanissimo, si pone: quella sul senso della propria vita. Questa domanda, che trova risposte spesso variabili nel corso dell’esistenza, apre in ogni caso una ricerca da cui dipende l’intensità della forza vitale dell’individuo, la sua capacità di riconoscere e produrre desideri, e di realizzarli.
Questa domanda vitale, ricorda Hahne, i giovani americani, invece, se la pongono spessissimo. Tanto da rimanere sbalorditi dall’indifferenza mostrata sul tema dai loro coetanei tedeschi. “L’americano non riusciva a capacitarsi di come, nel paese dei poeti e dei filosofi e della Riforma, nessuno volesse – o meglio, nessuno fosse in grado- di parlare degli obiettivi della propria esistenza. Noi commettiamo un peccato nei confronti della prossima generazione se, con il nostro esempio, non diamo più scopi alla loro vita”.

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