L’ordine, e il perdono

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 15 gennaio 2007

La cronaca, anche quella “nera”, o criminale, è una preziosa cartina di tornasole dello stato attuale delle passioni. La vicenda di Erba, nella quale un’insospettabile coppia di coniugi ha compiuto una strage, uccidendo madre, figlia, il piccolo nipote, e una vicina di casa, può aiutare a capire diverse emozioni umane. Quella che appare più evidente è la natura distruttiva che può assumere la passione per l’ordine, se non viene “corretta” con la comprensione, la pietà, per l’altro. Rosa Bazzi, che ha avuto un ruolo molto importante nella strage (ha ucciso il piccolo Yussuf, sgozzandolo), era una casalinga perfetta, accuratissima nell’ordine e nella pulizia. Arrivava persino ad offrire il caffé nel camper, in cortile, e non in casa, per evitare macchie sul pavimento. Com’è frequente in queste persone, soffriva di emicranie terribili. Che in genere non sono la causa delle loro crisi di rabbia, ma il risultato del disperato tentativo della personalità ossessiva (cui in genere appartengono), di tenere tutto ferocemente sotto controllo.
Un tentativo votato alla sconfitta. Perché la vita è, sempre, movimento, trasformazione, confronto con abitudini diverse, e chi vuole fissarla sotto una campana di vetro, in un ordine immutabile, è destinato alla continua sconfitta. Da qui la sua frustrazione, che si manifesta col mal di testa: non ce la faccio. «Tutto cambia, si muove, le donne si sposano, fanno figli, i muri producono polvere, gli esseri umani suoni, rumori, odori: non posso fermare questo movimento incessante, che se ne infischia della mia volontà»: questo il vissuto di impotenza che imprigiona la nevrosi, spesso psicosi, ossessiva.
Solo uccidendo, forse, si può fermare questa continua danza e metamorfosi dell’umano. Il confronto con persone di altre culture e costumi poi, nega ancora di più questa passione per fermare la vita, fissare l’esistente in forme immutabili, silenziose, ordinate. Da questo punto di vista il marito tunisino di Raffaella Castagna ha intuito giusto quando ha detto, subito dopo il dramma: «forse è stata colpa mia». La sua profonda diversità, a cui lui ha dato subito un futuro facendo un figlio, era la prova vivente che la battaglia di Rosa Bazzi per un ordine immutabile era votata alla sconfitta. Anche per questo, e non solo perché piangeva, il piccolo Yussuf doveva essere ucciso. L’aspetto mortifero della passione per l’ordine: questo, la tragedia di Erba, in una zona in bilico tra ordine e trasformazione, l’ha perfettamente dimostrato. Ma anche altro.
«Cosa ci mettiamo, ad odiare»? Ha detto ad un cronista Carlo Castagna, che nella strage ha perso moglie, figlia, e nipote. Il rapporto col perdono di Castagna, che l’aveva annunciato fin dall’inizio della vicenda, non è superficiale. Uno dei suoi figli, Pietro, ha confermato alla TV: «papà ci ha sempre insegnato che l’odio è un sentimento chiuso. Quando tu odi una persona, hai chiuso. Se invece perdoni, ti si apre davanti tutto un altro mondo». Questa è la psicologia del perdono, in parole semplici. Da una parte la fissità, l’ordine immutabile, dell’odio. Dall’altro l’apertura, il movimento verso il futuro e la trasformazione, del perdono. Molto umano.
Don Gino Rigoldi però, che aveva appena detto anche lui alla radio che l’unica via d’uscita è il perdono, dice che questo “cristiano superman” non lo convince, «non è umano». «Il perdono in automatico non esiste. Anche dal punto di vista psicologico non si spiega», dice il sacerdote che comprende tutti, tranne i Castagna. Se la faccia spiegare da questo padre, e figlio, la psicologia del perdono.

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4 Responses to L’ordine, e il perdono

  1. Nicola Zona says:

    Mentre leggo la parte finale del suo articolo il mio pensiero va ad un documento che mi è capitato di leggere qualche anno fa: “Il perdono come cammino interiore” nel sito http://www.acquaviva2000.com; dal titolo sembrerebbe dar ragione a Don Gino Rigoldi. In tal caso, io, mi limito ad osservare che,non è il solo a pensarla così, anche tra “gli addetti ai lavori” (della Religione del Perdono, intendo).
    Personalmente penso che ciascuno di noi possa perdonare (= “amare di più”, penso, in fondo, significhi), forse anche sempre, ma, comunque,credo, possa farlo tanto meglio, in modo più vero, “bene” (=la qualità del perdono), quando,quanto e se (è libero infatti anche di non farlo!) più prende consapevolezza che, in fondo in fondo al proprio cuore, al di là del proprio livello di maturità (in tutti i sensi), dell’eventuale emotività che fa da ostacolo…, emotività “negativa”, nociva, pregiudicando così l’esito del voler (in fondo) perdonare e anche al di là della propria volontà, ci sia Qualcuno che quel perdono lo vuole dare. Forse questa è la Sua volontà. “Li amò (li perdonò) fino alla fine” (BIBBIA), fino alla fine della storia umana (?).
    Lui, il Vero Uomo e… Vero Dio! che dovrebbe
    (e Lui “vorrebbe essere”, credo) essere per tutti noi, sempre, in ogni momento delle nostre vite quotidiane, anche l’Unico Maestro… di perdono sincero e semplice. Di giustizia…, quella vera.

    Nicola Zona, Caserta

  2. maria says:

    anch’io sono rimasta molto colpita dall’articolo del Professore. A prescindere dalla storia di Erba, vivo un momento della mia vita in cui mi trovo a riflettere molto sul problema del perdono, sul suo significato più profondo, e soprattutto sull’interpretazione di ciò che lo muove realmente. La forza o la debolezza?, mi chiedo. Il coraggio, o la rassegnazione?
    Dentro di me, che sto uscendo da alcuni anni di sofferenze causatemi da familiari, persone a me vicinissime che avrebbero dovuto semplicemente amarmi, ecco.. dentro di me sento di avere perdonato. Se con questo termine si intende avere capito la posizione dell’altro, o meglio la trama di sentimenti e probabilmente sofferenze che, nel tempo, non affrontate, si sono tramutate in odio verso gli altri, incapacità di vivere con amore, invidia, cattiveria.
    Ho provato a lungo grande rabbia, disprezzo, profondo dolore. Oggi credo di avere perdonato. Cioè mi sono distaccata non tanto (non solo) da loro, quanto da quel groviglio di sentimenti negativi che avevano provocato in me.
    Mi sono accorta che era quello il vero delitto, il vero male, il male “supremo”: permettere al male di cambiarmi, di peggiorarmi, di rendermi meno “umana”, più rabbiosa, più cattiva. Come non sono mai stata, come non sono nel profondo.
    Ancora mi chiedo, a volte: ma come mi è successo? ma sono impazzita? cosa significa tutto questo: è debolezza, oppure sono più forte?
    non lo so veramente.
    Ma so che odiare non è che creare un legame fortissimo e deleterio con qualcuno che, invece, è meglio abbandonare, dimenticare…

  3. Giuliana says:

    Cosa significa perdonare? su questo argomento c’è un libro bellissimo di Jacques Derrida, “Perdonare” edito da Cortina. Nel caso del sig. Castagna mi sembra che sia una questione interiore, di sentimento, perchè non potrebbe essere diversamente in quanto il sig. Castagna non ha il potere nè di punire nè di concedere la grazia ai colpevoli. Perdonare in questo caso mi sembra che significhi rinunciare all’odio, odio che peraltro non si potrebbe esprimere legalmente se non a parole. Tutto sommato significa anche credere nella giustizia e nella correttezza della legge che condanna gli assassini ad una pena adeguata. Nè più nè meno. Assassini in prigione. Quando è fatta giustizia, il perdono è doveroso e necessario, sarebbe criminale il contrario. In una società giusta la giustizia non perdona, e questo rende i cittadini liberi di perdonare. Questo è ciò che penso: è difficilissimo perdonare qualcuno che non è pentito, che resta impunito e che non riconosce la responsabilità della propria colpa. Doveroso invece perdonare un reo confesso che sconta la sua pena. Ma penso che il perdono interiore dipenda da fattori meno controllabili, come la capacità di elaborare il lutto e di superarlo, di riorganizzarsi la vita in seguito ad una privazione, di essere di nuovo felici…insomma, il perdono dipende dalla cessazione della sofferenza, dal dimenticare…ma forse c’è anche altro, che cosa regola il nostro senso di giustizia interno? e quanto è vicino al sistema sociale della giustizia?
    Inoltre: qual’è il confine, sfumatissimo penso, tra ordine costruttivo e ordine maniacale? Dove uno schema costruttivo e vitale, che mi permette di avere l’ordinata e pulita bellezza dei terrazzi fioriti come in Trentino, sfocia in una fredda e deserta ossessione che arriva ad eliminare l’uomo in quanto disturbo alla perfezione? Sono più “malati” i Napoletani o gli Svizzeri? Ma soprattutto, siamo sicuri che siano proprio compatibili se li stipiamo fianco a fianco sullo stesso territorio?

  4. Redazione says:

    Mi sembra che sia malato negare l’altro polo, la negazione assoluta del disordine fatta dall’ossessivo che non ne tollera neanche un po’, e la negazione dell’ordine fatta dal caotico, che non lo sopporta. Tra questi due poli assoluti c’è la vita, e l’equilibrio (che pende però sempre da una delle due parti. Ma questo va benissimo e non fa male a nessuno).

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