Il relativismo anagrafico

Claudio Risé, da “Tempi”, 25 gennaio 2007, www.tempi.it

Curiose priorità, quelle di questo governo. La scuola è in coma, le ferrovie peggio, la cannabis dilaga, per dire le prime cose che mi vengono in mente, anche perché le incontro nella mia vita, e in quelle degli altri. Su cosa interviene invece il governo? Sui cognomi. Da una parte, si potrebbe dire, siamo al nominalismo, al nascondersi dietro le parole, non sapendo intervenire sui fatti sottostanti. I nomi, però, e soprattutto i cognomi delle persone, non sono solo parole ma anche simboli. Portare il nome del padre ha un suo significato. Quello della madre anche. Portarli entrambi, secondo un ordine deciso a cena dai genitori, secondo la legge relativista del “fai da te”, che sta per diventare legge, ha ancora un altro significato simbolico. Vuole dire che lo Stato non riconosce più alcun ordine simbolico. Affidandosi magari al sorteggio, come avrebbe voluto il ministro Bindi, che lo richiedeva per decidere appunto quale cognome mettere per primo, se quello del padre o della madre dei bimbi.
Che lo Stato non riconosca più un ordine simbolico, perfino nelle norme più simbolicamente rilevanti, come quella sul cognome, è un fatto interessante. Perché se, come tutta la psicologia del profondo ha riconosciuto, l’accesso al simbolo è ciò che consente nella persona lo sviluppo di un ordine, anche psicologico, ciò che la sottrae all’indifferenza della follia, la rinuncia ad esso relega il cittadino-suddito a una sorta di disorganizzazione mentale. L’individuo dello Stato pienamente relativista è costretto a vivere nell’istante, sorteggiando a caso gli eventi della propria vita, senza poterli collegare alla propria tradizione, base forte dei propri progetti.
Il togliere di mezzo l’ordine simbolico non solo ti rende più difficile costruirne uno, spingendoti verso la follia, ma ti deruba della ricchezza affettiva e relazionale, che il simbolo possiede. La condanna femminista-relativista, che costringe la donna a rinunciare al cognome del marito, per non usare mai altro che il suo, non è da poco. Quel cognome (come il conseguimento della laurea, la nascita dei figli), segnava una conquista da parte della donna: quella del matrimonio, e del marito. Questa norma “femminista” invece, che costringe la donna a rimanere al proprio cognome d’origine, significa implicitamente che matrimonio e marito non aggiungono nulla all’identità femminile di partenza, che continua a essere soltanto ed esclusivamente quella di prima.
In questo modo, anche questa regolamentazione dei cognomi assesta un altro duro colpo al significato dell’unione coniugale e della famiglia, che non è neppure in grado di modificare, arricchendola di un nuovo cognome, l’identità di chi la costituisce. Così facendo però impoverisce in modo autoritario (come tutta la normativa relativista) la vita e la personalità dei cittadini e delle donne, che non sono più libere di riconoscere le proprie appartenenze (per esempio al marito e alla propria famiglia) e i propri valori.

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9 Responses to Il relativismo anagrafico

  1. stefano says:

    Ho letto l’interessante contributo su Tempi. Davvero sembra che tutto stia concorrendo allo svilimento del padre. Ma mi permetto di fare un ulteriore, piccolo passaggio, e quindi provo a suggerirglielo. Non si sta forse preparando il terreno ad una ulteriore relativizzazione del concetto genitoriale? Finchè ci sono padre e madre possiamo sempre definire una “gerarchia” che rispecchi un significato simbolico e culturale. Ma quando si vuole aprire il campo alla possibilità di una famiglia con progenitore-A e progenitore-B, soprattutto quando A e B sono dello stesso sesso (o, come direbbero i greci, omo-sessuali) tutto deve essere reso possibile, a partire dalla libera scelta del cognome. Come diceva qualcuno: a pensa male si fa peccato, ma…

    La ringrazio per i preziosi spunti di riflessione che puntualmente offre ai lettori di tempi

  2. Gabriele says:

    egregio dottor risè,io proprio non riesco a capire.leggo tempi, e sono un diciamo ”aficionado” del suo blog,ma tuttora non riesco a capire.in tutti i suoi articoli non vedo altro che un abbastanza arrogante puntare il dito contro questo e quello senza mai vedere una critica costruttiva,ma un continuo rimando a una società neoconservatrice e paternalista.i cittadini italiani che fumano sono eraccia da estirpare (scusandomi per il gioco di parole)….ah,na tanto che scrivo a fare,tanto per voi le mie osservazioni saranno bullshits,e io non condivido le vostre opinioni oscurantiste.saluti,gabriele

  3. Redazione says:

    Cos’è che la “aficiona”, se non condivide nulla? Comunque, è proprio perché vorrei che le forze giovani, ancora “in erba”, crescessero forti e rigogliose, senza bruciarsi il cervello, che spiego, con la documentazione internazionale, gli effetti della cannabis. Claudio

  4. Elda Talorin says:

    Leggendo il suo articolo su “Tempi” ho ripensato alla mia personale odissea sui cognomi.Sono nata come Elda Tallorin. Dopo pochi anni mia mamma, risalendo alle origini della famiglia ha regolarizzato un errore di trascrizione  e sono diventata Elda Talorin.Quando nel ’66 mi sono sposata sono diventata Elda Dover, ma nel contempo entrando nella scuola come insegnante
    Elementare dovevo firmare Elda Dover nata Talorin. Ad un certo punto le carte si sono rivoltate ed ho dovuto firmare Elda Talorin in Dover. Con la nuova legge di famiglia sono tornata ad essere Elda Talorin, anche se mi ostinavo a dire che “signora” Talorin era mia mamma e che io potevo essere al massimo “signorina” Talorin. Il fatto increscioso succedeva a scuola riguardo alle pagelle: il figlio aveva il cognome diverso da quello della madre, se essa firmava il documento poteva anche essere la donna di servizio per quello che ne sapevano gli insegnanti.
    Ad essere di debole personalità c’è da perdere l’identità.
    Siamo davvero un paese “serio” come dice Qualcuno?

    Con stima

    Elda Talorin

  5. Roberto L. Zaini says:

    Non avevo mai considerato il cognome da sposata una conquista: molto interessante.
    RLZ

  6. Pingback: L'Alba di domani

  7. Anne Marie says:

    grazie per questo commento perche proprio in questi giorni il problema mi si e presentato. Trovo che non permettere alla donna sposata di portare il cognome del marito aggiunto al suo è andare anche contro il semplice valore di “unione”. Proprio l’altro giorno ho saputo che l’art 143 bis ( la moglie aggiunge al proprio cognome il cognome di suo marito etc….” è ancora valido ma non e applicabile. Insomma mi hanno detto “testualmente che e un mio diritto ma non e applicato in Italia. Allora che valore ha il M A T R I M O N I O ? se non l’unione di due esseri che si amano. Per carità io capisco se certe femministe desiderano mantenere il proprio cognome senza aggiungere quello del coniuge per comodità o per frustrazioni personali ma perche allora non lasciare libera scelta a chi come mé nell’Amore e nell’unione ci crede? e non e una questione d’importanza di cognome portiamo tutti e due un cognome importante qui si parla si Amore.
    firmato: una donnna romantica

  8. paola says:

    Che orrore questa consideranzione sulla conquista da parte della donna del cognome del marito!!! Ma quale conquista, piuttosto una perdita di identità! Ma lei da dove viene, da medio evo?

  9. Aleblog says:

    Che dire? Non concordo con le argomentazioni, ma con la preoccupazione (per l’ulteriore smantellamento del ruolo maschile) sì. Non so dove leggevo uno scritto del dott. Risè in cui si parlava di “generosità del maschile”, e vorrei ritrovare il brano…
    Ne ho fatto anche un post sul mio blog

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