Diseducazione: la bruttezza delle immagini

Claudio Risé, da “Tempi”, 1 febbraio 2007, www.tempi.it

È ipocrita perseguire i pedofili e lasciare che circolino tutta una serie di prodotti mediatici che alterano l’affettività e i comportamenti dei minori. La difesa dei tre ragazzini di Sassari che hanno violentato una bambina di 9 anni, spiegando poi ai carabinieri «l’abbiamo visto fare in tv», non è naturalmente accettabile, ma non dice una falsità. Il sistema delle comunicazioni, dal modo più subdolo e insinuante del voyeurismo televisivo, spesso accompagnato da false deplorazioni moralistiche, fino ai prodotti dichiaratamente costruiti per sollecitare nell’infanzia spinte violente, o di perversione, rappresenta oggi un interlocutore molto pericoloso nella formazione dei nostri figli.
Il rischio dell’offerta di immagini, giochi, trame narrative perverse è reso più incisivo dall’estrema plasticità della psiche e dell’affettività infantile e adolescenziale. L’adolescente guarda il mondo con occhi spalancati e vuole conoscerlo tutto, anche e soprattutto nei suoi aspetti più conturbanti ed eccitanti, che sono quelli che lo emozionano di più.
Questa sua condizione è tanto più delicata e potenzialmente pericolosa, quanto più si è perso, in quel che resta delle diverse tradizioni educative, qualsiasi addestramento alle emozioni e ai sentimenti. Nella cultura “di sinistra”, anche “cattolica”, tutto il mondo dell’aggressività è stato coperto sotto un generico divieto pacifista e buonista, che ricaccia nell’inconscio le pulsioni aggressive, da cui poi tornano fuori sotto forma di mostri, idee persecutorie, o odio puro, come è evidente nelle sue iniziative di propaganda. Quindi niente fucili, proibiti ai bambini, ma poi magari da adolescenti li si lascia comprare con la paghetta dei “giochi di ruolo” da mettere sulla play station, che sono dei veri allenamenti al sadismo morale, quello più grave, dove chi perde impara a godere nel muoversi su un percorso di trasgressività deviante.
Nessuna attenzione poi prestiamo ai colori, dei Cd, dei poster e della magliette, di evidente rimando al mondo perturbato e disturbato del satanismo. Vivere il proprio sviluppo, anche sessuale, in un universo dominato dal nero della tenebra, e del rosso delle fiamme, o del sangue (spesso anche rappresentati), è diverso che crescere in un mondo, anche di vestiti, di giochi e di oggetti, che dia spazio al giallo della luce, al blu del cielo, o al colore dei prati.
Lontani ormai, più o meno tutti, dalla consapevolezza delle forze del mondo simbolico, ci accorgiamo che questa roba è brutta, ma non ci rendiamo più conto dei suoi effetti psichici. Per esempio quelli dei colori, sulla cui azione Goethe ha scritto un saggio che dovrebbe stare sulla scrivania di ogni educatore.
Benedetto XVI ha detto chiaramente che i media pervertono i bimbi. Ha anche parlato con precisione psicologica dell’azione della bruttezza delle immagini, dei suoi effetti depressivi. Da genitori e educatori, torniamo a riconoscere dove la bruttezza compare ed agisce, per cercare di contrastarla.

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2 Responses to Diseducazione: la bruttezza delle immagini

  1. Giuliana says:

    Bellissimo articolo, sono assolutamente d’accordo!
    Ho finito di leggere “Architettura e felicità” di Alain de Botton, che dice che “tendiamo a definire bello un oggetto quando scopriamo che contiene in forma concentrata le qualità che mancano a noi personalmente o più in generale alla nostra società.” Quindi un adolescente che vive in un mondo buonista (magari in una casa Feng Shui tutta equilibrio) cercherà nelle rappresentazioni la violenza, il sangue, la passione senza freno che manca alla sua vita…se viviamo una vita estetizzante, cerchiamo la rappresentazione del brutto…per una necessità di equilibrio, proprio come dice lei! Con il dramma però che bambini e magari anche adolescenti non sempre si limitano a rappresentare…

    A proposito dei colori, Goethe è stupendo da leggere e mi fruttò un 30 e lode di arredamento grazie al verde e blu (il colore dei pazzi) 🙂

  2. Roberto L. Ziani says:

    E’ una tendenza, quella a circondarsi di elogi del male (e di reprimende sulla solidarietà, la correttezza, ecc.), che penso nasca dall’equivoca e spesso fasulla equivalenza tra l’ordine delle cose (naturale) e l’ordine del potente (che spesso dobbiamo rispettare anche di più del primo), equivalenza che viene suggerita da chi al momento al potere non è, ovviamente; il potente talora è indegno del suo ruolo e ne abusa ma altrettanto spesso è appunto solo inviso a colui che ne insinua la corruzione. E dunque, dato che in tanti, a causa degli equivoci, delle forzature e dei paradossi storici che la cronaca ha rivelato, hanno visto nella “bontà impostaci da Dio” una sotterranea forma di plagio che consentiva a certe caste (clero, scudo-crociati) di dominare una massa di pecorelle, e allora la reazione è stata: dite no a Dio, no all’ordine, no al bene. I furbastri tipo Marylin Manson (ma già i Sex Pistols, peraltro) ringraziano e si arricchiscono. La massa si spaventa o si fa sedurre e poi piange.
    A volte il bello era solo un travestimento del male, lo sappiamo. Qualcuno ne ha tratto delle conseguenze estremizzate. Si è detto e ripetuto che senza un “cattivo” affascinante, nessuna storia piace: anche questo ha portato le sue conseguenze, e le produzioni dei mass-media abbondano di belli-e-dannati per cui tifare e cui ispirarsi. Forse si dovrebbe sconfiggere questo bisogno di idoli da copiare.
    RLZ

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