Medicina per la vita

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 febbraio 2007

Qual è il posto della scienza nella vita umana? In quali confini deve stare? Domanda attuale da noi, ed in altre parti del mondo. Vedere come la questione si pone altrove, può aiutare anche noi a capirla meglio. In Pakistan, dove la poliomielite è endemica, è stato ucciso il medico Abdul Ghani. Lavorava in ospedale, ed era impegnato nella campagna di vaccinazione antipolio lanciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef, l’agenzia ONU per la difesa dell’infanzia.
Per svolgere il suo lavoro era uscito dall’ospedale, ad incontrare alcuni capi tribù contrari alla vaccinazione, che dichiarano portatrice di sterilità, e quindi contro l’Islam che ha bisogno di figli, di uomini, per affermarsi nel mondo. Una bomba attivata a distanza ha fatto esplodere l’auto che lo trasportava.
Qualsiasi viaggiatore occidentale nel subcontinente asiatico viene colpito dalla quantità di persone che portano sul loro corpo, e nella loro vita, i terribili danni della poliomielite. E’ questo dunque un terreno che ci trova sicuri. Portando la vaccinazione antipolio nei territori che ancora non la praticano, l’Occidente fa partecipare paesi più sfortunati ad un privilegio che il progresso scientifico ci ha dato: la capacità di debellare una terribile malattia infantile.
In questa vicenda, però, noi troviamo anche altri elementi, che ci aiutano meglio a capire i conflitti tra sviluppo scientifico, e culture tradizionali. Dietro l’omicidio del medico Abdul Ghani, si vede chiaramente, infatti, l’opposizione di una cultura tradizionale, quella islamica autoctona (praticata cioè negli stessi paesi islamici), relativamente povera dal punto di vista scientifico, e le risorse della scienza sviluppata e praticata nell’Occidente cristiano (spesso da scienziati islamici). Quella cultura tradizionale si oppone al progresso medico occidentale, perché esso è in grado di risolvere immensi problemi umani e sociali, che gli strumenti tradizionali in uso in quei paesi non possono affrontare.
Accettare la vaccinazione antipolio come buona, significherebbe dunque riconoscere, in questo campo, il primato occidentale, e l’arretratezza islamica. Allora si uccide, nel disperato tentativo di fermare lo sviluppo della razionalità e della scienza umana, e del suo percorso in difesa della vita.
In questa lotta del radicalismo islamico contro la vaccinazione antipolio è visibile però con chiarezza anche l’altro aspetto che deve caratterizzare l’intervento della scienza nella vita della comunità: il suo collocarsi dalla parte della vita. La lotta di Abdul Ghani è certamente sacrosanta, perché combatte la malattia e la morte, in nome della salute e della vita. E’ stata questa, da Ippocrate a Sabin fino ai giorni nostri, la grandezza della scienza medica occidentale: la sua dedizione alla vita di ogni singolo individuo, a contrastare lo sviluppo delle sue patologie, usando ogni mezzo per farlo vivere, nelle condizioni migliori possibili. Da questo punto di vista, Ghani è uno dei tanti medici-martiri, morti per una migliore vita umana.
Questa discriminante, e cioè l’opzione per la vita, fornisce anche a noi un prezioso criterio per valutare il valore dei contributi scientifici. Salvaguardano le vite umane, dalla loro formazione in poi, o decidono di tenerne alcune, e scartarne altre, sulla base di una visione ideologica, e non più strettamente medica (per la vita), dell’esistenza umana? E’ questa la scelta che si pone costantemente alla scienza, per poter essere pienamente condivisa, e difesa, dalla comunità. E’ la scelta tra l’amore per l’uomo, ed il proprio potere.

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2 Responses to Medicina per la vita

  1. Giuliana says:

    Io penso che la scienza abbia dei confini propri, e sono gli unici che deve rispettare. Nella vita umana la scienza è la sola garanzia di libertà di pensiero che abbiamo, perchè è la massima garanzia del rispetto del principio di realtà nell’esposizione dei fatti. E’ fastidiosa per tutti gli individui che non vogliono guardare in faccia la realtà oggettiva e preferiscono rifugiarsi nella propria percezione interiore, per quanto scorretta possa essere. Metodo scientifico e ricerca della verità sono strettamente legati, ma richiedono il coraggio della conoscenza e il coraggio di rimettersi in gioco ogni volta essendo pronti a riconoscere una nuova scoperta, una nuova verità, una possibile rivelazione della propria ignoranza. La scienza richiede una certa umiltà. Orwell in 1984 dice che la libertà è poter dire che 2+2=4 (indipendentemente da ciò che il Partito desidera). Io credo che non dovremmo confondere il valore di un contributo scientifico con l’uso dello stesso. La dinamite può servire per scavare gallerie o per far saltare in aria la gente, la scissione nucleare idem, la manipolazione genetica lo stesso…L’etica deve entrare in gioco, ed è importantissimo che sia presente, quando si tratta di decidere se e come usare una possibilità scientifica, una scoperta, un esperimento. Io penso che la conoscenza non sia mai peggiore dell’ignoranza, anche se comporta la rinuncia al paradiso. Fondamentale anche la riflessione, che dovrebbe dare un significato ad ogni nuova scoperta scientifica. Sono d’accordo con la sua osservazione che la scienza debba collocarsi sempre dalla parte della vita, anche se non credo che sia semplice conciliare le moderne possibilità di intervento sulla vita, con l’idea sacralizzata della vita che ci conservano le religioni. Fino a quale limite ci è consentito spingerci? E’ lecito in un’ottica religiosa “correggere” un bambino down e farlo nascere “normale”? sarebbe un arrichimento o un impoverimento del mondo? ma anche: la sofferenza è un dono divino, o un incidente di percorso che è lecito alleviare? Difficile trovare un punto di equilibrio tra la perfezione del creato così come ci è dato e la perfezione del mondo che desideriamo oggi noi come esseri umani…Dove si ferma il progetto divino, e di conseguenza entro quali limiti è “lecito” intervenire per correggerlo e migliorarlo? Come uomini, indipendentemente dall’esistenza di un dio, quali sono i limiti entro i quali intervenire sulla realtà per cambiarla comporta un arricchimento, invece di trovare un significato ed un modo di accettarla così com’è? (ok curare le malattie, ma intervenire per correggere difetti con la chirurgia? e con la manipolazione genetica? fino a quale limite?)

  2. Roberto L. Ziani says:

    Sì, da l’idea di un certo autolesionismo di base nelle comunità autoctone orientali. Ricordo di aver studiato qualcosa di analogo nel rito nativo-americano del “potlatch”, cerimonie apposite in cui i capo-tribù invitavano esponenti degli altri clan esibendosi nella distruzione dei propri beni più lussuosi e preziosi. Gli antropologi riferiscono che si trattava di una forma di manifestare la propria indifferenza verso le presunte ricchezze che l’avanzata dei “bianchi” pareva offrire loro. C’è dell’orgoglio, senz’altro; ma è anche palese il danno nudo e crudo, e le conseguenze che patiranno tutti coloro che non di simboli si nutrono.
    Uccidere un buon medico vuol dire non salvare chissà quante persone.
    RLZ

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