Che rischio questi Dico

Risé: una legge che deresponsabilizza i giovani

(Intervista a Claudio Risé, di Luciano Moia, da Avvenire, 23 febbraio 2007, www.avvenire.it)

«Una legge diseducativa, deresponsabilizzante e culturalmente molto rischiosa». Non ha esitazioni Claudio Risé, psicanalista, scrittore, autore di numerosi saggi sul tema dell’educazione e della paternità, tra cui Il mestiere di padre, San Paolo edizioni, nella valutazione dei Dico, il discusso ddl sulle convivenze.

E’ d’accordo con chi sostiene che i Dico, imprimendo un sigillo giuridico a un patto affettivo che si vuole leggero e disimpegnato, rischiano di avere pesanti ricadute educative nei confronti dei giovani?
«Penso che sia una legge fortemente lesiva sul piano della crescita del senso della responsabilità personale. Mi sembra che già ci siano sufficienti disposizioni legislative per chi intende unirsi sia con il rito religioso, sia con quello civile. E queste norme tutelano efficacemente, e in modo coerente con gli obiettivi della comunità, queste intenzioni. Colgo invece come in una legge come questa sia presente una sorta di inseguimento a normare chi d’altra parte si rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità di fronte allo Stato.
Credo che questa pretesa da parte dello Stato di normare chi non vuole in nessun modo rendere conto alla comunità delle proprie scelte personali, sia perfino autoritaria. E’ un tentativo di portare la legge nell’intimità delle persone nei confronti delle quali questa pretesa è un fatto più invasivo che protettivo. Siamo arrivati a uno Stato che si infila tra lenzuola dei cittadini. E non vedo come queste persone, che rifuggono dall’assumersi più impegnative responsabilità, possano compiacersi di una prospettiva del genere.

Quindi una legge che pretende di riconoscere dei diritti a chi rifiuta l’impegno pubblico del matrimonio ma crea un legame che non ha altra identità se non quello di un affetto temporaneo?
«Non darei per assodato neppure l’affetto, data la fluidità del rapporto. Come psicoterapeuta e come educatore l’aspetto che più mi inquieta è proprio l’intervento statale che rischia di mettere tra parentesi l’assunzione di responsabilità da parte dei singoli. E si vorrebbe portare a termine questo intervento con la pretesa di riconoscere pubblicamente e di normare queste circostanze temporanee e disimpegnate. In questo modo corriamo il pericolo di minare nei giovani le prospettive di crescita e di ostacolare lo sviluppo di affetti duraturi».

Quanto pesa la cultura individualista in questo progetto di legge?
«Non so se è più forte l’individualismo o una sorta di collettivismo di tipo sovietico. Questi individui che corrono o correrebbero a farsi normare dallo Stato la loro situazione affettiva, rischiano di risultare molto deboli proprio per via di questa omologazione collettivista».

Dice bene: correrebbero. Perché i cosiddetti registri per le unioni civili che sono sorti negli anni scorsi in varie città italiane, hanno fatto registrare scarse o scarsissime adesioni. A dimostrazione che in Italia non c’è una richiesta diffusa di regolamentare le convivenze. Quindi questa legge nasce soltanto da pesanti presupposti ideologici…
«Sì, questa è proprio la prova che siamo di fronte a una posizione di tipo tardo collettivista che scavalca e infantilizza l’individuo, impedendogli di crescere e scoraggiandolo dal costruire una forte relazione di coppia. In ultima analisi è una legge che, dietro una maschera libertaria, si rivela al contrario molto autoritaria perché va a regolamentare un’intimità deresponsabilizzante e quindi diseducativa».

Nei Dico c’è un riferimento esplicito alla regolamentazione delle coppie omosessuali. La dottrina cristiana da sempre si è espressa sulla realtà di disordine morale connessa alle unioni dello stesso sesso. Ma a livello antropologico e pedagogico, quali rischi si possono cogliere in questa pretesa di equiparazione?
«Se Oscar Wilde fosse stato omologato in un Dico non avremmo mai avuto il De profundis, così come tutto Testori, e gran parte della storia dell’arte umana. Burocratizzare l’esperienza di ricerca, e di dolore dell’uomo serve solo ai burocrati, e alla loro davvero oscena sete di potere».

D’altra parte è un dato di fatto che in dieci anni il numero dei matrimoni si sia dimezzato. Il “per sempre”, cioè l’impegno definitivo fa sempre più paura ai nostri giovani. Come si imposta un’educazione alla responsabilità?
«Un’educazione alla responsabilità si imposta anche sostituendo a questa invasività del concetto di diritto il concetto e l’esperienza del dovere in tutte le sue varianti. Il dovere è fondamentale nello sviluppo dell’età umana. Queste imposizioni pervasive sono assolutamente deresponsabilizzanti.
Il risultato di tutto questo non è un rafforzamento dell’individuo ma un indebolimento dello stesso. L’individuo debole, dal pensiero debole tanto amato fino a ieri. Ma i nostri politici sono penosamente ritardatari»

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3 Responses to Che rischio questi Dico

  1. Vorrei esprimere solidarietà a Claudio Risè per gli attacchi di cui è stato fatto oggetto per le sue convinzioni espresse anche in questa intervista.

    Vorrei anche chiedere se è possibile pubblicare questa intervista nel mio blog (citando la fonte naturalmente!)

  2. Redazione says:

    Citando la fonte, va benissimo!
    Grazie mille,
    Paolo Marcon

  3. Pingback: Anna Vercors

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