Omosessualità: ideologia o ascolto?

Claudio Risé, da “Tempi”, 15 marzo 2007, www.tempi.it

Forse la “sgrammaticata” legge sui Dico (come l’ha chiamata il presidente della commissione Giustizia, il diessino Cesare Salvi) e il surriscaldamento del dibattito sulle coppie omosessuali stanno servendo a qualcosa. Certamente a pugnalarsi per qualche riga di intervista in più, o per una foto. Però forse anche a far pensare qualcuno, ad aiutarlo a riflettere, a capire. A me è capitato, ad esempio, di pubblicare in questo periodo, in una collana da me diretta per San Paolo, Oltre l’omosessualità di Joseph Nicolosi. L’autore è uno psicoterapeuta che fa scandalo perché, quando un omosessuale gli chiede di essere aiutato a uscire da una condizione nella quale si sente profondamente infelice, prende sul serio la richiesta del paziente. Offrendo quell’ascolto, umile, attento e affettivo che è alla base di ogni terapia che sia tale, prima e dopo la “scoperta” della psicoanalisi. Ascoltare il dolore e, così facendo, consentirgli di scoprire il proprio significato e, quando possibile, la propria trasformazione in qualcosa d’altro, più autenticamente proprio.
Naturalmente è successo il finimondo. Accuse di omofobia, gare su internet per decidere se sono più omofobo io o la senatrice Paola Binetti e via delirando, senza leggere una riga di cosa ho scritto nella prefazione al libro o in altri articoli.
Però, nel putiferio, anche la possibilità di ridire le cose, e di far pensare. «Perché considerare i gay “malati”?», mi è stato chiesto. Il lavoro terapeutico – ho potuto rispondere – non consiste nell’affibbiare etichette, ma nell’ascoltare il vissuto delle persone. Sono loro che, molto spesso, presentano il proprio orientamento sessuale come un disagio insopportabile. A quel punto o assumi una posizione “ideologica” (l’omosessuale non ha disagi perché vive una condizione gaia e felice) e lo mandi dallo psichiatra perché il suo “male” è immaginario. Oppure lo ascolti, e lo aiuti a cercare la via d’uscita (o di distanziamento) da una condizione che non sopporta.
Altra accusa è quella di bigottismo: perché, ci si chiede, solo i cattolici sostengono le terapie dell’omosessualità? La verità è che anche i lama tibetani considerano “disordinate e dannose” le sessualità al di fuori della coppia uomo-donna, possibilmente monogamica. E comunque tutti i terapeuti di formazione religiosa (gli evangelici, gli anglicani e gli altri) sui disagi “da dipendenza” sono più attivi rispetto a quelli di formazione agnostica, che puntano solo sull’adattamento. I primi, peraltro, sono anche più efficaci: gli “alcolisti anonimi” vengono dritti dalla tradizione protestante.
Ma allora quelli che dicono che parlare di cure è fuorviante, sempre? Sono ideologi e non clinici. Come gli scienziati del Terzo Reich, che mandavano gli omosessuali nelle camere a gas perché “dovevano” essere malati, sempre. Scienziato è chi pensa con la propria testa, guardando la vita e ascoltando gli affetti, non agitando un libretto dove c’è scritto cosa devi pensare.
Scienziati-pappagalli dell’ideologia del momento, il secolo scorso ce ne ha forniti fin troppi.

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39 Responses to Omosessualità: ideologia o ascolto?

  1. inyqua says:

    Una sola parola di commento: vergognoso.

  2. Redazione says:

    Nel suo stile argomentativo.
    Che qui non attacca.
    Buona fortuna,
    Paolo M.

  3. alef says:

    Caro Claudio, anzitutto ti rinnovo la mia più totale stima e solidarietà. Di vergognoso (ed altro) si leggono esclusivamente i latrati di “qualificati professionisti” dell’insulto… Se questa gente ha la “bava alla bocca” è un ottimo segno… Non praevalebunt!

    Ti linko naturalmente il post. Grazie di tutto!

    Con affetto ed ammirazione

    Alessandro

  4. Anna Vercors says:

    Come è più adeguato all’uomo poter essere accolto e non giudicato per i suoi drammi!
    Come sempre è l’oggetto che impone il metodo dell’approccio: se hai di fronte un omosessuale che vive con drammaticità la sua condizione non puoi obbligarlo a censurare il suo disagio, ma condividere la preoccupazioone e sostenrlo nel suo bisogno di affrontarla.

    Ma questo è un metodo che va bene per qualsiasi condizione umana di difficoltà o di bisogno.

    Perché gli omosessuali dovrebbero essere costretti a giudicare tranquillamente quello che per loro è motivo di reale sofferenza?

    Solo perchè c’è il partito gay che vuole imporre l’orgoglio omosessuale?

    Secondo me i gay non capiscono che ognuno deve essere libero di affrontare la propria condizione nel modo migliore per lui. E il modo migliore lo intuisce il singolo non un partito o un’ideologia.
    Anna Vercors

  5. Redazione says:

    Grazie, davvero.
    Attenzione però. Almeno finora, il lancio di pietre verso di me non sembra attribuibile al “partito gay” (che finora ha pubblicato integralmente i miei scritti, pur dissentendone), ma ad una parte della galassia parapolitica che si autodefinisce “liberal”, e che preferisce commentare e giudicare senza pubblicare i testi cui si riferiscono.
    Sono quelli che sostengono appunto che un disagio riconosciuto dall’individuo come tale non va accolto in ascolto terapeutico, se incorporato dal sacrario laicista del “politicamente corretto”.
    L’impressione è che siamo in presenza di calcoli elettorali (quanti voti ci potrebbero venire da quella parte?), oltre che, naturalmente, da un’assoluta sconoscenza ed estraneità al liberalismo, che riconosce ad ognuno il diritto di essere ciò che si sente, e non ciò che il modello di cultura dominante gli impone, per amor d’ordine, e di calcoli di potere.
    Questi tipi di “liberali” il secolo scorso li ha già visti sciaguratamente in azione, con altre, e diverse, divise. E gli omosessuali, con tanti altri, hanno pagato prezzi altissimi. Speriamo se ne ricordino.
    Claudio Risé

  6. zappa says:

    non ne possumus più di gente come te.

  7. Otimaster says:

    Non sono qualificato per giudicare il contenuto di quanto scrive, il buon senso mi dice che in buona parte ha ragione ma, se anche pensassi il contrario non farei mai nulla nel tentativo di impedirle di esporre le sue opinioni.
    Quelli che lei, anzi, che si autodefiniscono “liberal” non hanno la più pallida idea del significato di quella parola, la usano solo come paravento per commettere ogni nefandezza pur di far tacere chi non la pensa come loro.
    Con questo le rinnovo la mia stima e solidarietà.

  8. Redazione says:

    Grazie per l’attenzione a quel che dico, e non a quello che mi viene attribuito senza leggermi.
    Per me, nella tradizione clinica in cui mi sono formato, disagio (non ho mai parlato di malattia, quasi sempre inappropriata nelle sofferenze psichiche), è ciò che l’altro, che chiede di essere ascoltato, dichiara di vivere come sofferenza, e dolore.
    Non accogliere questa richiesta, e rimandarlo a una qualsiasi posizione ideologica, è profondamente autoritario.
    Claudio Risé

  9. Roberto Marchesini says:

    Ogni tipo di terapia, quindi anche quella proposta da Nicolosi (che su questo punto insiste a lungo e più volte), non può essere imposta ed ha come condizione essenziale la libertà del paziente.
    A differenza dei gay, che hanno a loro disposizione i media, il favore dell’opinione pubblica di ogni orientamento politico (e le reazioni all’articolo del prof. Risé lo testimoniano), centri di ascolto, telefoni amici e quant’altro, a differenza dei gay, dicevo, le persone che soffrono per una omosessualità indesiderata (o egodistonica, in termini scientifici: disturbo F52.9 del DSM-IV-TR attualmente in uso, alla faccia della derubricazione) non solo non hanno voce, ma neppure nessuno che sia disponibile ad ascoltarla qualora l’avessero. Gli unici omosessuali discriminati sono gli omosessuali che non si riconoscono nelle istanze del movimento gay. E gli ex gay. Nelle ultime settimane hanno fatto capolino le prime testimonianze italiane di persone che hanno superato le loro tendenze omosessuali indesiderate: censurati su Italia 1, derisi sulla terza pagina del Corriere, insultati per radio. Ma la cosa veramente stupefacente è che vengano trattati come dei poveracci manipolati e plagiati, incapaci di intendere e di volere; ossia vengono patologizzati, esattamente ciò di cui vengono accusati i cosiddetti “omofobi”, definiti tali perché sono disponibili ad ascoltare il loro disagio.
    La terapia riparativa, si dice, è pericolosa: è una cosa che si trova scritta su internet e sui libri gay o gay friendly. Stranamente, però, non compare mai nessun nome, nessuno studio; quando, dopo la terribile parola “suicidio”, ci sono delle note, esse rimandano ad articoli dove c’è scritto che la terapia riparativa può condurre al suicidio perché è una violenza alla “natura” omosessuale. Ossia, la dimostrazione che la terapia riparativa è pericolosa consiste nel fatto che secondo l’attivismo gay essa è pericolosa. Sta di fatto che, mentre le ricerche condotte su volontari gay (con buona pace della deontologia e della metodologia scientifica) riportano tassi di suicidalità spaventosi, chi si sottopone alla terapia riparativa riporta che “è stata utile in vari modi oltre al cambiamento di orientamento sessuale in sé stesso”, come ha affermato lo psichiatra Robert Spitzer, che nel 1973 fu il responsabile della derubricazione e che ora, dopo aver effettuato una ricerca in proposito, sostiene che il cambiamento di orientamento sessuale è possibile.
    La stessa APA, che tuttavia mantiene un atteggiamento diffidente – se non apertamente ostile – nei confronti della terapia riparativa, a proposito della sua presunta pericolosità ha dichiarato che “Attualmente, non esistono esiti di studi scientificamente rigorosi che dimostrino l’attuale efficacia o pericolosità dei trattamenti «riparativi»” (American Psychiatric Association, Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation (Reparative or Conversion Therapies), APA Document Reference No. 200001).
    In conclusione, per essere liberi bisogna avere almeno due possibilità; e la terapia riparativa offre questa seconda possibilità. Chi si oppone alla libertà fa ideologia, non scienza; e le urla servono a coprire il bisbiglio della verità.

  10. sonia says:

    Carissimo Professore,

    la ringrazio per le posizioni coraggiose in difesa della verità da lei sostenute e validamente argomentate. Sono un’insegnante di Scuola Media Inferiore e sempre più spesso mi trovo di fronte a ragazzini disorientati , in difficoltà nel capire se stessi (compresa la loro sessualità ) e il mondo che li circonda . Mi sento inadeguata soprattutto quando cerco di aiutare loro e le loro famiglie perchè, normalmente l’unica risposta degli psicologi presenti nelle scuole è che questi ragazzi devono imparare a convivere con la loro diversità. Non mi basta : non è così semplice. E’ un disagio che ha radici profonde e che interpella tutta la nostra cultura. Spesso questi ragazzini sono spaventati da ragazze troppo diverse e il confronto con l’altro, già difficile nell’adolescenza, diventa impossibile. Sono ragazzi fragilissimi, insicuri, molto meglio il rapporto rassicurante con un tuo simile che non richiede una fatica ritenuta quasi insostenibile. Allora, invece di sostenerli nella loro crescita si preferisce chiudere l’argomento e dire … tanto è così…La prego continui a raccontarci tutto quel che vede, capisce, giudica
    sonia

  11. Lontana says:

    Nell’esprimerle la mia solidarietà, la incoraggio a perseguire nella strada della ricerca della verità e onestà intellettuali. Capisco che sono tempi difficili per chi sa ascoltare l’altro con mente chiara e aperta, ma sappia che ha il supporto di moltissime persone.
    Saluti dal Canada

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  13. Se non sbaglio credo che l’attrazione per individui dello stesso sesso sia un passaggio abbastanza comune nell’età dell’adolescenza. Rischiare di venire subito catalogati senza avere la libertà di seguire le proprie piste o attrazioni, mi sembra brutto e pericoloso; in una età in cui l’identità non è ancora pienamente formata e tutto è ancora in movimento.
    Quando un individuo è adulto, e felice con la sua esperienza omosessuale, faccia quello che crede. Se invece non è felice ben venga qualsiasi strada che possa essere utile.
    Guido

  14. mauro says:

    L’approccio descritto nell’articolo mi pare assolutamente ragionevole, rispettoso del vissuto delle persone e della loro libertà.
    Trovo molto fastidiosa invece la propaganda tesa a criminalizzare tutti quelli che non si adeguano all’ideologia “politically gay correct” diffusa in maniera arrogante da quasi tutti i media.
    A guardare certe trasmissioni di Maurizio Costanzo et similia, mi vengono i brividi…

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  17. Redazione says:

    Caro Phastidio, il tuo è un intervento serio, e per risponderti occorrerebbero molte pagine. Sceglierò un paio di punti che mi stanno a cuore, su cui mi interpelli. Uno è quello della trasformazione.
    E’ una delle questioni che più mi affascinano del mio lavoro, e ricerca. L’uomo non è, una volta per tutte, ma diventa. Basta guardarlo: si modifica in continuazione, fisicamente, psicologicamente, e spiritualmente, da quando nasce a quando muore. Chi guida questo movimento trasformativo? Se ci si pone da un punto di vista politico, si penserà al potere, i condizionamenti sociali, il modello di cultura dominante, con le sue filìe, o fobìe. Se ci si pone dal punto di vista della psicologia del profondo, si incontra (molto empiricamente, nel lavoro d’analisi), un Sé profondo, centro complessivo della personalità conscia e inconscia, che tende a guidare questo cambiamento, per realizzarsi. (Di questa vicenda, abbastanza complessa, anche se non incomprensibile, ho parlato in quasi tutti i miei libri).
    Se le istanze del Sé vengono accolte, l’individuo vivrà la sua vita, e godrà di un certo equilibrio , magari drammatico (può darsi che Quattrocchi, quello di “Così muore un Italiano”, fosse in accordo col suo Sé). Se invece la persona vive sotto una serie di pressioni esterne, per esempio l’omofobia, ma anche il politically correct ( con i suoi innumerevoli tic, fobie e divieti), vivrà una vita solo parzialmente sua, e questo inciderà sul suo senso di realizzazione, e, ultimamente, sulla sua felicità. Molte psicoterapie contemporanee sono “adattative”, perché cercano di “aggiustare” le tue aspirazioni sostanzialmente al modello culturale dominante. In questo non c’è niente di male: un individuo “adattato” vive – fino a un certo punto- meglio di un dis/adattato. La psicologia del profondo però, soprattutto junghiana, o postfreudiana, col suo concetto di Sé come motore dello sviluppo psichico, non è programmaticamente “adattativa”, perché ascolta (attraverso i materiali dell’inconscio: sogni e produzioni creative), soprattutto il Sé (promuovendo, quando è possibilile, quello che Jung chiamava un “processo di individuazione”, attraverso il quale la persona diventa ciò che è. Questo processo può chiedere al manager di mollare il secchio, e fare il monaco di clausura, o al sindacalista di lasciar perdere e darsi alla finanza, che è sempre stata la sua segreta passione. L’unico individuo che l’analisi del profondo, secondo questi liberal d’accatto che si sono manifestati anche in questa polemica, non deve ascoltare ed aiutare a trovare sé stesso è l’omosessuale. Perché è determinato da un gene? Ma non è vero. Perché è gaio? Ma se viene in terapia è perché non lo è affatto. Ma di questo abbiamo già parlato.
    L’altro punto che mi sottoponi: la questione religiosa. Il Sé c’entra con questo, perché è parte non solo dell’inconscio personale, ma anche di quello collettivo, e spesso si presenta con immagini, e simboli, religiosi. Non necessariamente cattolici, ma religiosi. E’ proprio il Sé, e non l’Io, attivo nel campo della coscienza, secondo Jung, a consentire la trasformazione, perché contiene la forza trasformativa collettiva delle grandi esperienze religiose, attraverso le quali l’uomo ha cercato di realizzare sé stesso. In effetti, come ho osservato, in certe situazioni normalmente intrasformabili (l’alcoolismo, e la maggior parte delle dipendenze), l’attivazione del Sé, già in analisi, ma poi calata in esperienze religiose di gruppo, riesce a rompere comportamenti coatti che altrimenti sembrano invincibili.
    La mia posizione personale però, come terapeuta, si ferma prima. A me interessa attivare la relazione tra l’Io, la coscienza del soggetto, e la potente spinta del suo Sé, che spinge verso la realizzazione del suo destino, di cui io in partenza non so nulla. Non influenzo nulla (se non per preservarne – nei limiti del possibile – la vita, le potenzialità affettive e cognitive), lascio che il Sé – quando si è manifestato – conduca il processo, certo accompagnando l’analizzando nell’evitare abbagli, e contrastare resistenze. Per questo non prendo in analisi persone che vogliono uscire dall’omosessualità: lì c’è già una direzione definita, che riguarda la sfera dell’Io, il campo della coscienza, e che interpella fino a un certo punto quello dell’inconscio (quello che a me interessa di più, e nel quale ritengo di essere più utile). Queste persone le invio ai preziosi terapeuti del Narth, che sono onesti e preparati in questo lavoro di liberazione da un condizionamento precedente (spesso un abuso, sempre una precisa struttura familiare, con padre assente o svalutato), ma che pone un limite preciso alla trasformazione. Anche questa infatti, la terapia “riparativa” di Nicolosi, è una terapia di adattamento, che aiuta la persona e realizzare degli obiettivi che la sua coscienza giustamente ritiene importanti nella vita. E’ un’esperienza importante, particolarmente utile oggi quando molte persone finiscono per adottare comportamenti omosessuali per vari condizionamenti sociali e culturali, mettendo l’Io in una posizione di distonia, di conflitto, verso questo orientamento sessuale acquisito. E che quindi, (come ha ricordato il dott. Marchesini in un precedente comment al relativo post sul mio blog), il DSM IV ritiene opportuno venga curata. Ho promosso la pubblicazione del libro di Nicolosi “Oltre l’Omosessualità”, perché ritengo questo approccio (con i limiti di ogni azione terapeutica), di grande utilità, oggi.
    La mia posizione personale, tuttavia, sulla questione della trasformazione, della sua origine, e della fondamentale libertà che ispira un soggetto ed un terapeuta in grado di affidarvisi completamente, è ancora diversa. E, poiché me l’hai seriamente chiesto, seriamente (spero comprensibilmente) ti ho risposto.
    Claudio Risé

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  19. Fran says:

    C’è molto da leggere e molto da riflettere. Per riflettere bisogna anche tacere. A volte al contrario la sensazione è quella di un latrare fobico da parte di chi affida la propria identità all’aderire ad un “orgoglio”.
    Ci sono verità palesi che però se ne stanno lì sul groppo pronte per essere dette. Sono profezie che non si esprimono per non generare scandalo e ulteriore latrare. Ora, lo scandalo va generato.
    Come ad esempio ammettere quanto di assolutista e violento ci sia nella divulgazione dell’immaginario (non dico l’orientamento) gay sul nostro occidente sterile. Quanto anche però esprime (in forme deviate e in vicoli ciechi) il desiderio angoscioso di ritorno del Fallo.
    Chi ha paura di cambiare resti pure a sfilare e a latrare ma lasci cercare chi è in ricerca.
    Alla radio ho poi sentito un bel ragionamento: la differenza tra la condanna biblica degli atti omosessuali e la nostra cultura sta appunto nella categoria della “condizione”: l’uomo biblico percepiva e giudicava l’agire proprio e altrui come risultato di scelte sempre poste di fronte all’alternativa, l’uomo moderno invece è “in una condizione”, che civilmente va accettata così come è (ovvero come è dettata).
    Questo intrupparsi in una immagine di sé condivisa e unica per tutti, quindi non corporea, non aderente al sé che è sempre diverso e personale è una rassicurante protezione dal mutamento, un profilattico mentale. Un idolo, si direbbe.
    Che non sia anche una trappola mortale?
    Buon lavoro a tutti,
    Fran

  20. Redazione says:

    E’ questa fissità dell’idea di “condizione” che è inquietante. Sembra che il movimento individuale, e la trasformazione (anche collettiva), che ingenera non sia contemplata. Ma questo è già totalitarismo, o gli assomiglia molto, Claudio

  21. Giuliana says:

    Condivido pienamente l’osservazione di Fran!
    Secoli di discussioni sul libero arbitrio, e adesso un branco di incapaci ignoranti credono di liquidare tutto convincendo la massa di essere “vittima” di una condizione sociale, genetica, storica e mai libera davvero di scegliere! Ho letto una cosa bellissima, ma non ricordo dove: un modo di bloccare la realtà e rendere impossibile il cambiamento è sostantivare i verbi. Ad esempio: se io fumo, posso tranquillamente scegliere di fumare o di non fumare. Se io sono un fumatore, non posso cambiare nulla… Forse non dovremmo sostantivare le azioni…forse provare attrazione in un preciso momento per un preciso individuo, del nostro o dell’altro sesso, non fa di noi eterosessuali o gay…ci fa star male, o bene, ma non è necessario fossilizzarci addosso gli eventi per poter trovare un’identità…o no? scegliamo sempre, giorno dopo giorno, e possiamo cambiare in ogni istante della nostra vita, perchè in fondo anche Dio non è un sostantivo ma un verbo (questo lo scrive Pavic)…

    Giuliana

  22. Riccardo says:

    Salve Risè,
    il post forse è un po’ vecchio, può anche essere che non mi risponderai.
    Volevo dirti che sono contento di quello che ho trovato scritto perchè così ha un senso. Devi sapere che io sono al secondo anno della LI.S.T.A., quando mi sono iscritto l’ho fatto anche perchè pensavo di trovarti come docente, ma così non è stato. Seguo il tuo blog ed ho letto lo confesso un solo tuo libro, “il padre l’assente inaccettabile”, però l’ho trovato molto affascinante. Scusa il dilungamento, arrivo al punto: Due settimane fà alezione è arrivato uno studente dicendo che “Risè” ha dichiarato: “gli omosessuali sono da curare”. Subito ho incassato, poi ho partecipato al discorso dicendo che non era possibile questa cosa… sono felice di aver avuto ragione…
    Stamperò l’articolo e lo porterò a scuola Venerdì se non le spiace, per farlo leggere a chi di dovere..
    Cari saluti….

  23. Redazione says:

    O.K. ( Ma non è detto che il tipo si convinca. I pre/giudizi sono durissimi a morire! ). Buon lavoro! Claudio

  24. Fabio says:

    Risé scrive: “Sono loro che, molto spesso, presentano il proprio orientamento sessuale come un disagio insopportabile”. La risposta non è aggravare questo loro disagio e senso di colpa per l’omosessualità; è aiutarli ad accettarsi per quello che sono, perché non c’è motivo di provare disagio se non si nuoce ad altri, se non si commettono reati, se si ama. Se provano attrazione per persone dello stesso sesso, condizione che sicuramente non hanno “scelto”, il problema non è quello che li attrae, ma il motivo per cui si sentono a disagio… Mi sembra molto semplice. Una persona come me, che da sempre è omosessuale e che sa dunque che l’omosessualità non è una condizione accidentale, qualcosa da cui si possa “entrare e uscire”, un capriccio, una fantasia distorta, bensì qualcosa di profondamente radicato nella propria natura, nel carattere, nell’essenza stessa dell’individuo omosessuale, non può far altro che chiedersi: se in passato, quando non mi accettavo, qualcuno mi avesse preso sul serio e invece di aiutarmi a vivere serenamente la mia omosessualità mi avesse rinforzato in questo senso di colpa, avesse dato retta alle mie richieste e tentato di “curarmi”, cosa ne avrei ottenuto, se non anni di tormenti ancora più gravi, di sensi di colpa ingiustificati (sarà banale ma l’amore non è mai qualcosa di cattivo, negativo, condannabile), di rifiuto di me stesso?
    Per questo le posizioni di Nicolosi sono, come afferma la psichiatria americana ufficiale, non solo sbagliate ma pericolose e dannose, possono solo aggravare l’autodistruttività di tanti omosessuali che per colpa del pregiudizio sociale (non raccontiamoci favole, non è certo qualcosa di superato, le battute, gli insulti verso gli omosessuali, le forme di esaltazione dell’eterosessualità, con continui riferimenti alle femmine, a quanto si è maschi ecc sono qualcosa a cui ogni gay è sottoposto quotidianamente) vivono male, si sentono soli, e corrono il rischio di finire nelle mani di qualche psichiatra integralista religioso che non vuole altro che aggravare questa solitudine, spingere il “deviato” (come ci definisce il Papa) ai margini della società. La psichiatria di Nicolosi, che dichiaratamente si ispira ai valori religiosi, è sicuramente in linea con il Vaticano e con gli attacchi di Ratzinger agli amori “deboli e anormali”, ma non è certo un bene per il paziente.

  25. Redazione says:

    Il terapeuta non deve mai forzare, né verso l’accettazione, né verso il rifiuto. Di questo io sono convinto, e Nicolosi lo afferma più volte. Il comportamento omosessuale, inoltre, non esprime sempre gli stessi contenuti psichici:ogni persona è diversa, ed il terapeuta deve riconoscere questa diversità. Per questo parlo molto di “ascolto”. Per chi, come lei, “l’omosessualità non è una condizione accidentale, bensì qualcosa di profondamente radicato nella propria natura, nel carattere, nell’essenza stessa dell’individuo”, l’ascolto terapeutico metterà in luce appunto questo, e quindi l’inutilità e il danno di un intervento che punti ad una trasformazione. Per i moltissimi invece (magari abusati, adolescenti,bisessuali), che presentino una non corrispondenza tra questo comportamento ed il Sé profondo della personalità, lì l’intervento, se richiesto e fortemente motivato, è molto opportuno. Claudio Risé

  26. Fabio says:

    Che l’omosessualità non esprima sempre gli stessi contenuti psichici è sicuro, ce lo dimostra l’esistenza dei bisessuali, per i quali sicuramente il rapporto omosessuale è qualcosa di diverso rispetto a me, avendo un’alternativa e dunque una prospettiva diversa. Quello che mi ha risposto è condivisibile; l’importante è che non passi il concetto, come invece ho letto in giro rispetto al suo articolo, che “i gay che non vogliono esserlo possono essere aiutati a diventare eterosessuali”; se vivono male la propria inclinazione, e magari sognano una “normalissima” vita eterosessuale, in moltissimi casi non vanno assecondati, ma aiutati a vivere serenamente l’omosessualità, a scoprirne l’assoluta normalità e naturalezza, a non sentirsi colpevoli visto che non si commette un reato e non si nuoce a terzi. Se poi si tratta di un’omosessualità non reale, ma derivante da una qualche forma psicotica o nevrotica, penso che già oggi un terapeuta con un minimo di cervello sappia cosa fare, non credo che Nicolosi abbia scoperto nulla di particolare.

  27. Redazione says:

    Non ho appunto mai detto o scritto queste cose, molto slealmente attribuitemi, e per contestare le quali sono stati lanciati attacchi pesanti (con richieste di interventi dell’Ordine), senza neppure leggere quanto, da molti anni, scrivo in proposito. Quanto a : “Se poi si tratta di un’omosessualità non reale, ma derivante da una qualche forma psicotica o nevrotica, penso che già oggi un terapeuta con un minimo di cervello sappia cosa fare”: vero, o così dovrebbe essere. Ma se si afferma il diktat: l’omosessuale non va mai preso in terapia, se non per confermarlo nella sua inclinazione”, diventa appunto impossibile ascoltarlo, e vagliare la corrispondenza dell’orientamento sessuale col Sé, o la sua distonia. La libertà di chiedere la cura, e di offrirla, fa parte delle libertà fondamentali. Altrimenti, anche se ci diciamo liberal, siamo già (o ancora), nazi, o guevaristi. E l’apertura ai gay può diventare di colpo (come sta già un po’ accadendo), attacco, mancanza di rispetto, e discriminazione. Claudio Risé

  28. Fabio says:

    La questione è essenzialmente una: il terapeuta deve essere preparato, cogliere i segnali e sapere come comportarsi. Non credo che sia legata all'”ideologia omosessuale”; piuttosto al non confondere l’ideologia, sia di destra che di sinistra, e i valori religiosi, con la propria professione. Per fare un esempio, non credo ci sia dubbio alcuno nel condannare una psicoterapeuta come Paola Binetti che definisce l’omosessualità, qualsiasi forma di omosessualità, una patologia. Allo stesso modo in cui sarebbe criticabile uno pischiatra o psicologo che non riconoscesse l’esistenza di alcune forme di omosessualità patologiche.
    Ci sono casi di omosessualità, mi viene in mente l’esempio del borderline, che differiscono da una normale e naturale tendenza sessuale, e possono rappresentare un lato disfunzionale. Un serio terapeuta dovrebbe essere in grado già oggi di coglierlo, e aiutare il soggetto non tanto a passare “dall’omosessualità all’eterosessualità”, quanto a ritrovare un ordine dentro sé stesso, qualsiasi sia l’esito. Allo stesso modo, però, deve essere pronto a far emergere l’omosessualità repressa in soggetti che presentino un comportamento prevalentemente eterosessuale benché non lo siano realmente.
    Conosco personalmente due casi di uomini sposati con figli che, pur essendo da sempre consapevoli della propria omosessualità, fin da piccoli (com’è per la maggior parte dei gay), l’hanno rifiutato e “accantonato” sperando di cancellarlo con il tempo; ma è riemerso in tutta la sua forza e oggi non hanno dubbio alcuno nel definirsi NON bisessuali, ma omosessuali tout-court. Si ritrovano entrambi con famiglie sicuramente non felici, non essendo rette sull’amore tra i partner, che probabilmente non è mai esistito.
    Questo è l’esito di un’eterosessualità imposta o auto-imposta ad un omosessuale: una famiglia che può essere infelice. Un serio terapeuta se ne dovrebbe rendere conto e aiutare il paziente a trovare la propria strada, fosse anche l’omosessualità in un momento in cui non è stata ancora praticata.

  29. Marco says:

    Buonasera! mi sono imbattuto assolutamente per caso in questo blog e dopo aver scritto il mio piccolo pezzo di verità lo leggerò meglio e in lungo e in largo. Sono Gay da sempre e posso dire per la mia esperienza di 34 enne che la maggior parte degli omossesuali non ha ssolutamente bisogno di andare in analisi per “cambiare” o “accettare” se stessi bensì il problema sta proprio alla radice di come “vive” e “si vive” il mondo omossesuale anche all interno dei locali, ritrovi o posti di battuage.
    A quanto vedo non è l’accettare l’atto sessuale che manca ma proprio il come viverlo; i luoghi d’incontro sono sempre piu buii, pieni di gente silenziosa che attacca bottone solo per “cuccare”, luoghi dove serpeggia sempre una “voce” di diffidenza verso l’altro di un “mordere e fuggere” senza costruzione senza un minimo di signorilità o umanità. Ok non voglio fare di un erba un fascio ne il moralista visto che anchio, per forza di cose, ci vivo mi chiedo in queste condizioni come un uomo possa davvero identificarsi e costruirsi. Un altro esempio sono i gay pride: come posso identificarmi in una carnevalata simile? perchè non vedo MAI in mezzo a quegli uomini qualcuno che normalmente tiene mano per la mano il proprio compagno? per me un gay pride dovrebbe essere uno “sfilare” di gente comune che solo con lo sguardo dovrebbe far capire al mondo che esiste un mondo diverso, che diano un esempio forte uan via da seguire anche alla mia generazione “eccoci, siamo qui, normalmente speciali, ma siamo come voi”. Purtroppo non sono bravo a scrivere ma secondo me trovare un “ambiente” più “serio” e “normale” potrebbe evitare un sacco di sofferenza a tutti quei gay che non si accettano o chissà quale pozione magica vanno cercando. la psiconalisi o simili lasciamola a chi ha problemi davvero seri, a tutti gli altri fuori i cosi detti a costruire qualcosa anche fosse solo nei 5mq che ci circondano ogni giorno. Scusate se ho divagato ma mi sentivo di scrivere questi pensieri 🙂

  30. Matteo says:

    Tutta la mia stima e riconoscenza per l’articolo.

  31. Luca Lucci says:

    La psichiatria distingue tra omosessualità egosintonica ed egodistonica.
    Eppure all’università si insegna ancora che se un omosessuale viene in terapia non è per la sua condizione.

  32. Walter says:

    Mi chiedo Sig. Risé, come può accettare il riferimento smaccatamente sbagliato al disturbo F52.9 del DSM-IV-TR fatto dal Sig. Roberto Marchesini, del quale risulta chiaro lei assecondi le teorie. Non esiste nessun richiamo all’omosessualità egodistonica, esiste semmai all’orientamento sessuale in generale. Mi stupisco anche che dichiari di mandare pazienti che vorrebbero “diventare eterosessuali” agli “esperti” del Narth, dopo le numerose condanne del mondo scientifico (ultima quella della Royal College of Psychiatrists). Stupisce anche il vostro stupore (scusate il gioco di parole) di fronte alla reazione dei movomenti omosessuali o dei singoli davanti a chi cerca, ancora, di far passare l’omosessualità come uno sviluppo non corretto della personalità, dovuto magari ad abusi, frequentazioni, o mancanze famigliari.

  33. Roberto Marchesini says:

    Innanzitutto una premessa: la mappa non è il territorio (Korzybski).
    Ossia, il DSM non è la realtà, ma una descrizione della realtà. Quindi relativa, soggettiva, mutevole, incompleta.
    Lo dimostra il fatto che nel DSM IV è stato introdotto il criterio della sintonia/distonia anche per la pedofilia (F65.4 B: “Le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento”). Giustamente: perché il criterio introdotto per la prima volta in ambito diagnostico a proposito dell’omosessualità (DSM III, 1980) non può essere applicata anche ad altre diagnosi, come la pedofilia, l’anoressia, i disturbi indotti da sostanze? Comunque sia, in seguito alle proteste, nel DSM IV TR, il criterio sintonia/distonia non è più applicabile alla pedofilia.
    I manuali diagnostici, dunque, non sono verbo divino.
    Fatta questa doverosa premessa, il disturbo F52.9 (Disturbo sessuale non altrimenti specificato) recita all’esempio 3: “Persistente e intenso disagio riguardo all’orientamento sessuale”. Si parla di “orientamento sessuale”, e gli orientamenti sessuali (escludendo le parafilie) sono eterosessuale, omosessuale e bisessuale. Può esistere un eterosessuale che prova un “persistente ed intenso disagio riguardo” alla propria eterosessualità, ma anche un omosessuale riguardo alla propria omosessualità. In altri termini, questa diagnosi riguarda l’orientamento sessuale egodistonico, quindi anche l’omosessualità egodistonica. Del resto, è sufficiente una prospettiva longitudinale sulle varie edizioni del DSM per rendersi conto a cosa si riferisce questa diagnosi.
    Per tacere dell’ICD, che recita (F66.1): “Egodystonic sexual orientation. The gender identity or sexual preference (heterosexual, homosexual, bisexual, or prepubertal) is not in doubt, but the individual wishes it were different because of associated psychological and behavioural disorders, and may seek treatment in order to change it”. Più chiaro di così! si dice persino che l’individuo “può cercare un trattamento per cambiarla [la preferenza sessuale]”…
    Infine, per quanto riguarda il criterio democratico applicato alla scienza (“dopo le numerose condanne del mondo scientifico…”): nel momento in cui le affermazioni “scientifiche” sono fatte seguendo la maggioranza, non siamo più nel campo della scienza, ma in quello dell’ideologia. Qualsiasi manuale di epistemologia scientifica può confermare che le affermazioni apodittiche, i tabù, i veti non fanno parte del linguaggio scientifico, né secondo il metodo della verifica (Galileo), né secondo quello della falsificazione (Popper), né quello dei cambi di paradigma (Kuhn). La scienza cerca di spiegare la realtà; negare la realtà perché non rispetta i propri gusti è ideologia, non scienza.
    Certo, è accaduto spesso in passato che l’ideologia si travestisse da scienza, e conquistasse la maggioranza del mondo scientifico. E’ accaduto, ad esempio, con la fisiognomica e l’eugenetica. Accadrà ancora. Per questo non mi stupirei se domani i manuali diagnostici venissero modificati ulteriormente per togliere disturbi non più alla moda (ad esempio l’omosessualità egodistonica) o inserire disturbi politicamente corretti (ad esempio l’omofobia: nei manuali diagnostici esiste?). Ma questi cambiamenti non farebbero ammalare improvvisamente milioni di persone, né guarirne altrettanti. La mappa non è il territorio, appunto.

  34. Walter says:

    Ecco Sig. Marchesini era proprio questo uno dei punti. I manuali diagnostici non contengano già più l’omosessualità egodistonica, ma contengono un riferimento all’orientamento sessuale egodistonico.
    Ultima domanda, come mai le associazioni prima citate (
    Ci si potrebbe chiedere come mai non ci siano eterosessuali egodistonici (è poi vero? e i tantissimi che dopo una vita da eterosessuali e magari un matrimonio con una donna trovano la felicità con una persona dello stesso sesso cosa dovrebbero accusarela madre assente e il padre opprimente?). Ci si potrebbe chiedere come sia praticamente assodato che i disagi riguardo al proprio orientamento siano ricondotti a condizionamenti famigliari, sociali o religiosi (non lo dico io magli studi fatti a riguardo, le dichirazioni delle maggiori associazioni di psichiatria/psicanalisi dovrebbero bastare).
    Concordo con lei che l’omofobia, almeno nell’accezione in cui la intende lei, non sia una malattia, ma profonda ignoranza o vano tentativo di trovare conferme nella scienza medica alla propria ideologia religiosa.
    Mi viene da chiedere poi come mai vi sia ancora un riferimento a devianze come la pedofilia, o a disturbi come l’anoressia. Dato per appurato che l’omosessualità non è minimamente legata con un soggetto che violenta un bambino/a o con una persona con disturbi alimentari (o se lo è lo è al pari della sdoganatissima eterosessualità), come mai questi esempi?
    Ultima domanda, come mai tutti i maggiori ordini di salute mentale rigettano la terapia riparativa, evidenziando come il disagio di questi pazienti sia da ricondurre alle pressioni famigliari, sociali o religiose?
    D’accordo con lei che la mappa non sia il territorio, ma una sua rappresentazione nella quale non dovrebbero comparire elementi inesistenti (sostenereche il DSM sia soggettivo mi sembra un pò troppo sinceramente).
    Mi trova anche d’accordissimo che a volte l’ideologia cerca di travestirsi da scienza, o cerca di utilizzare un linguaggio scientifico. Nicolosi&co ne sono l’esempio di questo periodo. Cordialità.

  35. Walter says:

    Chiedo scusa per questa aggiunta ma mi sono dimenticato un’osservazione.
    Le condanne del mondo scientifico sono arrivate, arrivano e continueranno ad arrivare per seguire una maggioranza (quale poi? quella delle fantomatiche lobby gay?). Arrivano perchè la terapia di Nicolosi non ha prodotto alcun dato scientifico confrontabile e perchè non esiste alcuna prova che il disagio sia causato dall’omosessualità in quanto tale, mentre risultano sempre evidenti i condizionamenti/l’ideologia che porta a questo malessere.

  36. Redazione says:

    Smettiamola di parlare dell'”0mosessualità in quanto tale”. “In quanto tale” non esiste niente nella fenomelogia psicologica, che osserva appunto i fenomeni; ogni cosa esiste in relazione a specifiche manifestazioni, come appunto i comportamenti, o gli orientamenti, nei comportamenti e negli affetti. Di omosessualità si può parlare solo relativamente all’orientamento omosessuale, altrimenti si fa della metafisica, o piuttosto della chiacchera, più o meno ideologica, sulla sessualità. Claudio Risé

  37. Walter says:

    D’accordo con lei, Sig. Risé, sarebbe veramente ora di smetterla di fare della metafisica o della chiacchera ideologica (direi anche sproloqui) sulla normale affettività/sessualità (etero, omo o bsx) delle persone.
    Cordialità.

  38. ivano says:

    A me invece sembra che Risé, seguendo la pubblicazione del lavoro di Nicolosi (che in parte ho approfondito), vada proprio nella direzione scientifica, non della chiacchera ideologica. Prendo ad esempio la canzone di Povia “Luca era gay”. La canzone, tanto quanto le riflessioni di Nicolosi, sono accusate di infondatezza ma proprio in questi giorni è stata pubblicata un’importante ricerca da The Lancet “Paternal Psychiatric Disorders and Children’s Psychosocial develpment” che racconta esattamente quanto detto da Nicolosi e messo in canzone da Povia: i malesseri o le assenze o le patologie della figura paterna (come appunto il padre assente che poi beve, di cui canta Povia) determina disturbi emotivi, di comportamento e relazionale (e sottolineo relazionale) nei figli. Tanto ideologico non mi pare in una ricerca di 11 pagine di Lancet. La ricerca in
    http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(09)60238-5/abstract

  39. Walter says:

    Ma Sig. Ivano, mi spiegherebbe cosa c’entra questa ricerca con l’omosessualità?
    Indubbio che la mancanza di una figura genitoriale o problemantiche di quest’ultima possano determinare problematiche nello sviluppo di un bambino. Ma cosa ha a che fare l’omosessualità con disturbi emotivi, di comportamento e relazionale (sottolineo anch’io relazionale)? O vorrebbe dire che l’omosessualità è un disturbo relazionale (in base a cosa? a quale studio?).
    Mi sembrava poi che questa discussione si basasse su contributi un pò più seri ed interessanti rispetto alla canzonetta di povia.
    Cordialità.

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