Fabbrica dei divorzi e violenze antipaterne

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 2 aprile 2007

Uno su tre. Sono i padri che durante la separazione, iniziata sempre più spesso per iniziativa della compagna, vengono accusati di abuso sessuale sui figli. Il 99% delle accuse si risolvono con un’archiviazione perché “il fatto non sussiste ed è da ricondurre alla conflittualità di coppia”. E’ insomma funzionale ad alzare le richieste avanzate dalla moglie madre, e persuadere il marito padre ad accettarle. Tuttavia, anche se lasciate cadere nel corso del giudizio, queste accuse pesano.
Non solo sulla vita dei futuri “papà separati”, che spesso diventano impotenti, cadono in depressione, a volte si uccidono. Un esercito di infelici il cui reinserimento nella vita sociale, dopo la perdita dei figli, della casa coniugale, e della moglie, non è semplice. L’accusa di abuso condiziona anche la vita degli altri membri del nucleo famigliare. A cominciare dai figli: per loro quest’ombra sul comportamento di chi li ha generati diventa un fantasma che comparirà nelle loro paure, e richiederà terapie dall’efficacia non garantita.
L’accusa infamante, però, è destinata a pesare (lo si vede bene in terapia), anche sulla vita delle madri che, a volte acconsentendo ad un suggerimento spregiudicato, hanno deciso di avanzarla. Il tribunale dell’inconscio, in queste materie che possono provocare anche il suicidio della persona con la quale si sono comunque condivise gioie e dolori, è infatti più severo di quello dello Stato, che liquida la menzogna come un aspetto della conflittualità familiare. La donna che l’ha detta la vivrà più tardi, come una colpa insopportabile, con effetti corrosivi sull’umore e sulla personalità.
L’accusa esposta in poche righe di carta legale mette così in moto una vera devastazione all’interno del gruppo familiare, che comunicherà con la società con comportamenti distruttivi, disagi psicologici, difficoltà a costruire una socializzazione positiva. Anche per queste conseguenze nefaste delle false accuse di abuso, i “figli della separazione” sono esposti ai molteplici rischi dei disagi e disadattamenti sociali. Rischi determinati anche dall’attuale legislazione sulla famiglia che li trasforma, nella maggior parte dei casi, in “figli senza padre”, che vedono il genitore per un tempo ridicolmente insufficiente a trarne tutto ciò che la psiche adolescente ha bisogno da questo fondamentale rapporto: la capacità di sacrificio, il valore della norma, la ricchezza del dono di sé agli altri. Tutti aspetti necessari ad un autentico benessere, e ad un ingresso felice nella società degli adulti.
L’accusa di molestie tuttavia non è l’unica forma di violenza agita nei confronti di mariti-padri di cui si desidera l’allontanamento da casa. Le violenze subite dai mariti sono state raccolte dall’associazione Gesef (Genitori separati dai figli) in una ricerca di otto anni (dicembre 1998-dicembre 2006) di sportello di ascolto ai padri. Le testimonianze raccolte sono 26.800. Descrivono un inferno paterno quotidiano dove il 93% riferisce di spintoni, il 68% di lancio di oggetti. Schiaffi, pugni e morsi vengono denunciati dal 56% e dal 23%. Più frequenti le minacce con la pistola, 39%, che col coltello, 8%.
Più penetranti sono però le violenze psicologiche: la minaccia di togliere i figli, le umiliazioni (anche sessuali) e le offese, (57% e 89%) così come la denigrazione sistematica sulle attitudini genitoriali (87%); che spesso continua dopo la separazione.
Un fuoco poco amichevole, quello della lite coniugale, dal quale la maggior parte dei mariti – padri esce gravemente ferita. Con dure conseguenze sui figli.

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4 Responses to Fabbrica dei divorzi e violenze antipaterne

  1. armando ermini says:

    Due cose da sottolineare:
    1)La devastazione psichica (e materiale)generalizzata, che si produce quando i figli diventano un’arma nel conflitto.
    2)Il fenomeno misconosciuto della violenza fra i generi. Si sente parlare esclusivamente di quella maschile, ma quei dati concordano con le statistiche ufficiali che nei paesi anglosassoni appaiono da anni. Se il nostro paese fosse seriamente intenzionato a indagare il fenomeno nella sua realtà, e non ideologicamente orientato contro il padre ed il maschio, una ricerca come quella recente dell’Istat sulla violenza contro le donne, andrebbe ripetuta a parti invertite. Dopo di che si potrebbe fare un Convegno serio sulle radici e le cause della stessa, e non le parate ideologiche a cui siamo purtroppo abituati.
    Ma forse è troppo politicamente scorretto chiedere questa cosa elementare.

  2. roberto castelli says:

    Provo la triste consapevolezza di vivere in un paese con più pesi e più misure e…vari metri di giudizio legale. Che chances ha un padre con una giustizia siffatta? Che chances avrà mai un figlio con queste premesse, di poter vivere con entrambi i genitori dopo la loro separazione?
    Probabilmente occorrerebbe una consapevole presa di posizione da cparte di chi amministra il potere e una profonda ed etica analisi delle cose, con pene severe , anzi, molto severe, per chi utilizza bassezze per infangare l’altro genitore e sottrargli i figli. Occorrerebbe anche verificare la rigidità arcaica del tribunale dei minori, alla luce della recente L.54/2006 sul condiviso e chiedergli pechèmmai non si allinea ad una visione bigenitoriale per i minori….bisognerebbe…
    Ma chiedere giustizia è come parlare di fantascienza, e allora che sto mai a scrivere qui? forse meglio scrivere romanzi per la collana URANIA, fare molti soldi, pagare fior di quattrini alla ex convivente e con retaggio del denaro, chiedere la frequentazione dei propri figli, cosa che foirse, accade già in qualche caso!
    R. Castelli

  3. Pingback: passaggioalbosco

  4. Giovanni Cirillo says:

    Gentile Claudio Risé,
    ho letto con commozione il Suo articolo “Le fatiche dei padri separati” su “Il Mattino” di Napoli, del 2 aprile 2007.
    Sono un “padre separato” e da due anni falsamente imputato di abusi sessuali nei confronti della mia adorata figlia, che da allora non vedo più.
    Non mi soffermo sull’infinito dolore che questo procedimento comporta nell’animo e nella psiche di chi ingiustamente lo subisce e che, d’altronde, Lei ha così puntualmente riassunto, bensì sulla sua “tipica” genesi ed evoluzione.
    La pedofilia è un crimine ripugnante, ma la sua acerrima persecuzione deve essere informata al massimo rigore onde evitare che le maglie della macchina giudiziaria imbriglino chi colpevole non è o, peggio ancora, sia essa stessa strumento prevedibile per la realizzazione di abominevoli premeditazioni.
    Il caso dei “falsi abusi” è ormai un fenomeno non più trascurabile dalle istituzioni e da inquadrare in un più ampio dibattito per una corretta lotta contro il reato in generale, poiché, la carente e fumosa legislazione attuale oltre al pregiudizio ed estemporaneità di molti “addetti ai lavori”, danno luogo ad una generica quanto sterile battaglia al fatto nel suo complesso, trascurando la particolare meticolosità di indagine ed interpretazione che questi casi singolarmente richiedono.
    Inoltre, l’inevitabile ricorso alla scienza psicologica trascura il labile confine che separa questa dall’empirismo o, ancor peggio, dall’improvvisazione, divenendo ciò l’elemento costitutivo delle più gravi distorsioni nell’intero procedimento.
    Così, l’innocenza e la colpevolezza, il vero ed il falso, finiscono per essere confusi e trattati alla stessa stregua, in procedimenti standard e quasi sempre simili, la cui ineluttabile prevedibilità scopre il fianco sempre di più alla simulazione ed all’uso strumentale della denuncia.
    In questo modo, vite integerrime di padri incensurati, rispettabili in ogni contesto e lontane da qualsiasi sentimento che non sia l’amore nei confronti dei loro figli, finiscono per essere colpevolmente distrutte e svuotate di ogni bene, insieme alle innocenze dei loro figli ormai perduti.
    Tutto ciò in nome della suprema “tutela del minore”, ineccepibile formula rituale dietro la quale, però, si celano oltre che le pigrizie e le inefficienze della macchina giudiziaria e dei suoi esecutori, anche, le ulteriori tutele di compositi interessi di categorie professionali che prosperano riccamente sulle guarentigie che gli derivano dalla permanenza di questo stato delle cose.

    Giovanni Cirillo

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