La nuova cultura della sicurezza

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 16 aprile 2007

Le violenza e le ribellioni di quartieri (quello cinese di Milano), di etnie (gli zingari), di gruppi (i tifosi), o di classi di età (gli adolescenti), si moltiplicano. Non solo in Italia, a Milano, Napoli, ma in tutte le grandi città occidentali. Le interpretazioni divergono. Secondo quella finora dominante, è la repressione che genera violenza e insicurezza. Secondo un’altra visione, che sta guadagnando popolarità, proprio la sicurezza è invece condizione della libertà di tutti.
La prima visione ha orientato fino a ieri le politiche di sicurezza dei maggiori paesi europei. La filosofia sociale che l’ha orientata è che il disordine e la violenza sono sempre il prodotto di un malessere: economico, psicologico, o sociale. Per sbarazzarsene, dunque, non occorrerebbero norme giuridiche, e regole di comportamento, bensì interventi nella società, e sulle strutture culturali dei gruppi, per eliminare i disagi che poi sfociano nelle proteste violente.
Questa argomentazione ha finito col far pensare che l’ordine e le sue norme, se c’era qualcuno che le contestava, fossero sempre eccessive o sbagliate. Si sono così attenuate le norme, ma i fenomeni di trasgressione e violenza, non sono diminuiti ma, anzi, aumentati. Come mai?
Il fatto è che i gruppi violenti non sempre lo sono perché deboli e sfavoriti. A volte lo fanno proprio perché sono in crescita, numerica e di forze. Come si vede in gruppi etnici, inizialmente penalizzati dalla loro diversità e da un punto di partenza sfavorevole, ma la cui intraprendenza e spinta vitale trasforma a loro favore questa situazione.
Secondo inchieste, ad esempio, nella comunità cinese di Milano i decessi dichiarati furono per molti anni inferiori a quelli reali, per consentire l’utilizzo dei documenti dei defunti da parte di nuovi immigrati clandestini. La diversità linguistica e della scrittura, e la forte spinta e capacità d’iniziativa hanno consentito, in questo caso, operazioni che fra gli italiani sarebbero state immediatamente scoperte.
Anche per i gruppi giovanili, l’indebolimento delle agenzie educative, famiglia e scuola, ha rappresentato certamente un disagio che peserà fortemente sulla loro formazione e sviluppo. Nel breve termine però, la minore autorevolezza e capacità educativa di genitori e insegnanti ha portato ad una sorta di aumento della forza contrattuale dei giovani, le manifestazioni trasgressive e violente dei quali vengono contrastate con sempre più fatica (anche fisica), da parte degli adulti.
Insomma, l’interpretazione delle violenze come manifestazione di debolezze, ha portato a sottovalutarne invece gli aspetti di forza. Ed ha finito col creare l’impressione che i violenti fossero più forti dei rispettosi delle leggi, che hanno cominciato a viversi come deboli, e sfavoriti.
I risultati della visione permissivista, che indebolendo i controlli ha finito col moltiplicare le violenze, stanno producendo, in tutto l’occidente, una nuova visione della sicurezza, che è alla base, ad esempio, del programma del candidato alla presidenza francese Nicholas Sarkozy. In Italia, questo modo di vedere ha promosso ad esempio, la “fiaccolata per la sicurezza” di Milano, cui hanno partecipato cinquantamila cittadini, con in testa il Sindaco.
«La sicurezza – ha detto Letizia Moratti – non ha a che fare con la cultura della repressione, ma con quella della libertà. E’ per garantire lo sviluppo della libertà che dobbiamo occuparci della sicurezza».
Non è dunque l’insicurezza che produce trasgressione, ma la violazione delle norme a mettere a rischio la libertà. Un bel cambiamento di prospettiva.

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