Odio, e identità in pericolo

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 23 aprile 2007

Un’epidemia di odio, individuale e collettiva, affligge il mondo. E’ forse però più visibile nell’Occidente “civilizzato”, che credeva di averne vinto le forme più inquietanti. Invece, in un paese che sta per entrare in Europa, si sgozza chi stampa la Bibbia, e in un’Università americana va in scena un reality dell’orrore, scritto, filmato e diffuso dallo stesso assassino. Il male è nel cuore dell’uomo, lo sappiamo. Ma quali sono i segni caratteristici di questo male contemporaneo?
In passato, al centro delle grandi manifestazioni del male, c’erano gli Stati, e la loro lotta per il potere. I campi di sterminio nazisti, e quelli del “socialismo reale”, esprimevano con crudeltà dei disegni di potere su interi continenti. L’odio e le uccisioni di oggi nascono invece generalmente negli individui, per trasferirsi poi nei gruppi, nei movimenti. Solo dopo, questo odio fluido, magmatico, di tante persone scontente e impaurite, riesce a volte a conquistare uno Stato, come accadde nell’Afghanistan talebano, e rischia forse di accadere, oggi, coi sogni atomici dell’Iran.
Tuttavia, l’origine dell’odio contemporaneo, è in un malessere individuale. Che affonda le sue radici in un’incertezza identitaria: io, chi sono? Il giovane autore della strage all’università di Blacksburg, Virginia, aveva messo un punto interrogativo nella casella del proprio nome, in un documento consegnato all’insegnante. Gli sgozzatori degli stampatori di Bibbia hanno detto che «la religione si sta perdendo», e che, quindi, hanno voluto dare una «lezione ai nemici dell’Islam».
In entrambe le tragedie, dunque, come in tantissime altre che insanguinano le cronache, troviamo queste due preoccupazioni. La prima è: la mia identità si sta indebolendo, o addirittura non esiste, perché “altri”, i nemici, me la tolgono, imponendomi la loro. Il secondo passaggio è: dunque, non posso che lottare contro questi “persecutori”, se occorre anche fino alla morte, visto che rinunciare alla mia identità equivale comunque ad una morte.
Questa sofferenza da identità non riconosciuta è intensa, e può portare ad autentiche malattie mentali, come è apparso chiaro nel giovane americano, di origine coreana, autore del massacro all’Università di Virginia. Nel suo documento-testamento Cho dice: «sapete cosa significa essere torturati? Sapete cosa significa essere umiliati?… Mi avete messo all’angolo e lasciato con un’unica opzione». Certo, chi ha scritto questo era sprofondato in un delirio paranoide, vedendo gli altri come persecutori che cospiravano contro di lui. Magari perché loro un’identità l’avevano, o sembravano averla (fosse anche quella di “edonisti”, e “figli di ricchi” da lui percepita e denunciata), mentre Cho, la sua identità, non sapeva quale fosse.
Il malessere che ha ispirato queste righe però, e questa strage (e le altre, in corso), non è così eccezionale, anzi è molto diffuso. Inutile nascondersi dietro categorie psichiatriche: Cho era certamente psicotico, cioè folle. Questa sua convinzione però: gli “altri”, i nemici (cioè la gente normale attorno a me), mi “mette in angolo”, e mi costringe ad aggredirla, per difendermi, è alla base delle ideologie e pratiche di protesta in tutto il mondo occidentale.
La paranoia, il delirio persecutorio, è diventato lo stile di lotta sociale e politica più apertamente praticata dagli individui e dai gruppi. Dietro di essa, c’è un sentimento ben visibile: quello della paura. Perché chi teme di non avere un’identità propria si sente in balia del mondo, ed ha paura. Occorre rafforzare nuove identità, per diminuire l’odio, e le paure.

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9 Responses to Odio, e identità in pericolo

  1. Emanuelito says:

    A questo proposito, vorrei segnalare questo post, trovato anch’esso su Tocque-ville:
    http://blacknights1.blogspot.com/2007/04/gli-italiani-prima-di-tutto.html

  2. Anna Vercors says:

    Pensavo che non è necessario cercare nuove identità, ma approfondire quella che è stata nostra per secoli.
    Mi pare che la posizione più corretta sia innanzitutto confrontarsi con la propria tradizione e salvare quanto è valido tralasciando ciò che non lo è.

    In questo è fondamentale il ruolo educativo che purtroppo diventa sempre più inconsistente ed evanescente… proprio per una perdita di identità dovuta alla poca lealtà con la propria storia e tradizione.

    Condivido comunque l’analisi, come sempre circostanziata e realistica, al pari di tute le altre.

    Con molta stima per il professore

    Anna

  3. Redazione says:

    Per Anna: Cho era un coreano d’America. I cinesi di Milano vengono da un’ altra identità ma sono qui. Dovremo darci da fare per consentire alle persone di produrre identità corrispondenti alla loro nuova situazione. In un mondo in cammino le identità sono in movimento. L’importante è capire che le persone ne hanno bisogno, e rispettare questa ricerca. Grazie.

  4. Anna Vercors says:

    Già. E’ un aspetto che mi era sfuggito.

    Però, non per voler essere importuna, come si può aiutare i nostri immigrati a recuperare la loro identità se noi per primi abbiamo perso o abdicato alla nostra identità?
    Nel senso che solo chi ha chiaro chi è e cosa vuole può aiutare l’altro ad essere sè stesso. Altrimenti la reazione istintiva è la paura dell’altro che non si conosce; la paura e la chiusura o l’attacco a chi è percepito come nemico.

  5. Giuliana says:

    Per Anna:
    io credo che l’identità è soprattutto individuale, e “noi” non possiamo aiutare “loro” a crearsi un’identità: possiamo solo cercare di creare le condizioni di libertà e giustizia che consentono a tutti gli individui, senza distinzione di razza, sesso, religione etc. di sviluppare il proprio talento, e di conseguenza crearsi un’identità reale, e positiva per tutta la società.

  6. Redazione says:

    Naturalmente l’identità è individuale (e noi cristiani lo sappiamo meglio di altri), anche se ogni persona è parte di una storia che viene da lontano.
    In altri termini: il Sé è unico e personale, ma comprende elementi “transpersonali”.
    Concordo con Anna che bisogna sapere chi si è, per accogliere l’altro. D’altro canto mi sembra che l’universalismo sia la vocazione dell’identità europea. Nell’epoca della rimozione delle identità, o della loro affermazione settaria, si rischia inoltre di non contemplare la possibilità reale del “pluralismo identitario”.
    Proprio la storia d’Europa (dell’Europa prima degli stati nazionali) c’insegna invece questa opportunità: il “pluralismo patriottico”, che mi sembra molto “moderno”.
    Paolo

  7. Anna Vercors says:

    Per Giuliana
    eppure lo strumento più potente per aiutare una persona a scoprire il suo vero volto è abbracciarla nella sua diversità. Non basta dare solo strumenti e strutture: occorre amare l’altro. Se uno si sente amato e accolto, tira fuori quello che c’è nel suo cuore e se è valorizzato acquisterà sicurezza e pian piano troverà la sua identità.

    Noi possiamo fare questo solo se anche noi a nostra volta siamo amati, se apparteniamo affettivamente ad una

    Ma se anche noi siamo sbbandati e senza un volto come potremo aiutare i nostri ospiti extracomunitari a recuperare la loro identità?

    Chi non ha identità, chi non sa qual è il suo volto non pensa ad accogliere gli altri, ma cerca solo di difendersi.

    Le strutture e le condizioni materiali sono importanti, ma credo che non bastino.

  8. Giuliana says:

    Per Anna:
    Certo, sarebbe bellissimo, ma l’amore non è amministrabile equamente secondo giustizia, l’amore più profondo e più autentico segue vie sconosciute e non arriva a comando, non posso scegliere di amare a tutti costi…l’amore è impescrutabile e profondamente “ingiusto” a volte. Sarebbe già un gran passo avanti rispetto ad oggi se il talento venisse riconosciuto, se la giustizia regnasse tra i banchi di scuola dove le persone imparano come è fatto il mondo e non se ne dimenticano più, e i bambini potessero imparare che possono contare su se stessi, sulle proprie doti, sul proprio impegno per ottenere un loro posto riconosciuto e rispettato nella società, che non dipende dagli affetti, altrettanto importanti, ma non puoi dipendere dall’amore altrui per avere un bel voto o per essere pagato il giusto sul lavoro, o per sopravvivere. Io non sono in grado di amare a comando qualcuno molto diverso da me, con ideali e principi che non condivido affatto, nè di farmi amare: però sono in grado di rispettarlo, e di accettare che abbia il suo spazio anche se il mio istinto è di profondissima antipatia e pretendo altrettanto. L’identità di una persona dipende anche dall’essere amata, ma dai suoi simili, dalla sua famiglia, dal suo partner, dal suo clan, non da tutti, non da una intera società. Anzi, una buona parte della nostra identità si basa proprio sul volto dei nostri “nemici”. Uno che spara su una folla è uno che ha serie difficoltà ad identificare i suoi “veri” nemici e ad elaborare strategie di combattimento positive e vincenti (ad esempio il nemico potrebbe essere la droga che ti rovina il cervello, ed un modo adeguato di combatterlo riuscire a smettere, ma anche forse prendere a pugni lo spacciatore) Con questo penso che riuscire ad amare chi è totalmente diverso da noi sarebbe bellissimo, anche se molto molto difficile in termini reali.

  9. Anna Vercors says:

    Per Giuliana

    Amare comincia come sentimento, imparato da qualcuno che ci ama veramente, ma continua come giudizio che coinvolge anche l’affettività.

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