La virilità della Thatcher, e quella di Bogart

Claudio Risé, da “Liberal”, n. 40, maggio-giugno 2007, www.liberalfondazione.it

Mancava, nella variegata riflessione internazionale sulla “questione maschile” (che naturalmente si interfaccia in continuazione con quella femminile), una salda posizione politologica, con accurati riferimenti alla storia della filosofia. Questa lacuna viene ora riempita da Harvey C. Mansfield, che insegna ad Harvard filosofia e scienze politiche, in: Virilità. Il ritorno di una volontà perduta (RCS libri, E. 19,50). Cos’è la virilità, «parola che sembra patetica ed anacronistica»?
Dopo aver citato come esempi la Thatcher (non si tratta dunque, secondo l’autore, di un tratto esclusivamente maschile), Harry Truman, Humphrey Bogart, i pompieri di New York, Mansfield prova a descriverla. Così: «La virilità cerca il dramma, è pronta ad accoglierlo… Innesca il cambiamento, o viceversa ripristina l’ordine quando la normale routine non è più sufficiente. La virilità è l’ultima carta da giocare, la risorsa cui attingere prima di cedere alla rassegnazione».
L’obiettivo dell’autore è convincere il lettore che «la virilità, con tutta la sua irrazionalità, merita di essere difesa dalla ragione». Per farlo, Mansfield non esita a polemizzare con le scienze (essenzialmente la psicologia sociale e la biologia evoluzionistica), che si sono occupate della virilità, vedendone «soltanto la manifestazione più rozza, l’aggressività, ma ignorando del tutto il fenomeno dell’assertività virile».
Questa è la definizione che Mansfield dà dell’uomo virile, egli: «si distingue dagli altri affinché la giustizia in cui crede non resti inascoltata. Si espone per richiamare l’attenzione su ciò che ritiene importante, talvolta su questioni molto più grandi di lui (come il valore della società occidentale, nel caso delle forze dell’ordine di New York e dei fascisti islamici)». Mansfield nota che di fronte a questioni così importanti la scienza, invece, mostra di sentirsi a disagio. Ciò la rende inadeguata a studiare la virilità. Della quale sapeva, invece, la filosofia. Che conosceva bene il Thumos «fenomeno noto a Platone e Aritotele, ma in seguito abbandonato perché sfigurava nel panorama della scienza moderna».
Il thumos è «quella qualità dell’animo che spinge gli uomini virili a rischiare la vita per salvarsi la vita». Osservazione questa di evidente profondità, e la cui mediazione risulta di lunga gittata, sia in campo politologico, che propriamente psicologico, che nella filosofia morale.
Questo libro, dichiara Mansfield senza smanceria, è stato scritto per thumos: rischiare per salvarsi. Chi conosce il conformismo e la miseria del dibattito intellettuale in Occidente, sa che purtroppo è vero. E’ dunque meritorio che questo libro, che viola con coraggio ed insieme rigore (come va fatto), un’intera valanga di sciocchezze, ed imprecisioni, del “politicamente corretto”, sia stato tradotto anche in Italia.
Nella sua trattazione l’autore dimostra che la “neutralità di genere”, fare cioè finta che tra uomini e donne non ci sia differenza alcuna, non sia un buon affare per nessuno dei due sessi, come molte donne hanno cominciato ad intuire. Ciò riduce la virilità («aggressività che proclama un principio, afferma una causa, e poi la sposa») a banale stereotipo, mentre in realtà si tratta di un ben più utile archetipo (che l’autore non chiama così, perché non vuol saperne di psicoanalisi, identificata con Freud, che non ama).
Occorre andare al di là della neutralità di genere, per recuperare le qualità del proprio, ed anche dell’altro. Come appunto, la virilità.
«Una società libera non ha speranza di sopravvivere se la sua libertà ci chiede di essere nulla».

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2 Responses to La virilità della Thatcher, e quella di Bogart

  1. armando ermini says:

    La verità sembra stia emergendo, finalmente. D’altronde era possibile accorgersene anche molto prima, se solo si fossero ascoltate le donne normali e non solo le intellettuali teoriche della neutralità di genere, o al più del superiore valore morale di quello femminile. Ci si sarebbe accorti che quelle donne “normali”, dopo la breve stagione dell’esaltazione del maschio “soft”, è da tempo che rimpiangono l’uomo virile, che non significa affatto oppressore o prepotente, come certa pubblicistica politicamente corretta o un falso psicologismo vorrebbero.
    Lo rimpiangono perchè, nonostante le sue umane insufficienze, riusciva ad essere punto di riferimento nei momenti importanti della vita della comunità e di quella familiare, con aspetti, in quest’ultima, meno drammatici ma non meno significativi di quelli indicati da Mansfield.
    E tanta rabbia femminile contro gli uomini, sono convinto abbia a che fare col tradimento della propria virilità. Come se ci dicessero: “vi disprezziamo non in quanto maschi, ma in quanto falsi maschi che ci costringete, colla vostra evanescenza, a prendere troppo spesso il vostro posto.”
    armando

  2. RuPhUs says:

    Si ma rinchiudersi in ruoli ormai anacronistici (la donnina che resta a casa coi figli è altrettanto anacronistica del macho) potrebbe non essere una soluzione. Il mondo cambia e richiede ruoli ai miei occhi intercambiabili e da contrattare. Sarà secondo me potrebbe essere questa una sessualità evoluta e adatta ai tempi, cosniderato che gli attuali ruoli sessuali sembrano effettivamente non funzionare..Voglio aprire un dibattito proprio su questo col mio neonato blog http://autocoscienzamaschile.splinder.com , mi farà piacere ricevere contributi!

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