Bellezza, e difficoltà, della famiglia

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 maggio 2007

Famiglia è bello, anche se scomodo. E’ questo l’aspetto forse più autentico della questione “famiglia”, messo in luce dal family day, ma soprattutto dal diffuso lavoro di riflessione e discussione che l’ha preceduto, e che lo continuerà. All’inizio poteva sembrare il vecchio scontro tra due retoriche (con relative appendici politiche). Da una parte quella che vede la famiglia come società “perfetta”, dall’altra quella che la considera come un residuo di epoche trapassate.
Poi invece, nella lunga e capillare discussione su questa giornata, che ha finito per toccare un po’ tutti, famiglie e single, eterosessuali ed omosessuali, coppie unite e separate, persone che stanno insieme guardandosi di traverso ed altre che non si vedono più, a volte rimpiangendosi, è uscita lentamente la verità.
La famiglia è, semplicemente, il luogo dell’umano. Non che non ce ne siano altri al di fuori di essa. Il lavoro, il tempo libero, le compagnie sportive, gli amanti della natura, i movimenti politici, sono tutti luoghi associativi profondamente umani, nei quali ci appassioniamo ed amiamo, sviluppando uno sguardo più ampio sul mondo. Nessuno di loro, però, ci segna in modo altrettanto profondo della famiglia, nessuno plasma in modo altrettanto incisivo la nostra identità, i nostri sentimenti, e persino la nostra capacità di riconoscerli.
Tanto è vero che la psicologia contemporanea nasce proprio lì, osservando la famiglia. E scopre che l’inconscio si sviluppa in buona parte, fin dall’infanzia, proprio per consentire all’individuo di reggere le ricche e complesse dinamiche familiari, che sono alla base della sua personalità.
Tutt’altro che antiquata, dunque, la famiglia, se i suoi rapporti ed i suoi affetti sono alla base di uno dei saperi più scandalosi ed anticonformisti della modernità: appunto la psicoanalisi. Questa ricchezza antropologica, però, non viene riconosciuta né dai detrattori della famiglia, né da coloro che la rappresentano come un’oleografia sorridente e gentile, i cui protagonisti si metterebbero al riparo dalle esperienze, umane e vitali, della sofferenza e del dolore.
I nemici della famiglia sono riconducibili a due grandi filoni. Da una parte i nostalgici delle ideologie totalitarie del 900, che vedevano in essa il pericoloso antagonista dell’onnipotenza del partito unico, e che la combatterono fino a distruggerla, come accadde col comunismo sovietico. Dall’altra gli innamorati dell’anarchia, che vedono giustamente nella famiglia il luogo dove si forma l’ordine della personalità, e quindi il rispetto dell’individuo per le norme e leggi della società.
I difensori della famiglia, dal canto loro, hanno avuto finora troppa fretta nel presentarla come la condizione umana giusta e felice per antonomasia. Proprio perché ricchissima di contenuti affettivi, e profondamente calata nella realtà pratica di ogni giorno, di cui deve raccogliere le sfide, la famiglia vive invece, da sempre, in una condizione drammatica. Essa è il luogo dove l’individuo rinuncia a vivere solo per sé, sacrifica il proprio egoismo, per dedicare gran parte delle proprie energie agli altri: il coniuge, ed i figli.
Le ironie dei vecchi “viveurs”, che preferivano godersela invece che tirar su marmocchi, hanno oggi lasciato spazio alla supponenza, a volte un po’ acida, dei singles, o dei partigiani delle coppie informali, più elastiche e adattabili ai desideri del momento. Tutto ciò chiarisce ancor meglio la caratteristica della famiglia come luogo del sacrificio, per amore dell’altro, perché è giusto così.
Questa realtà difficile è la sua grandezza.

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