Chi si fuma la testa

Piantatela! Leggi il numero di Tempi sulla cannabis (Di Laura Borselli, da “Tempi”, n. 22, 31 maggio 2007, www.tempi.it)

Processa le merendine e tollera la cultura dello spinello innocuo. È l’Italia che vive in un sogno a cui nessuno crede più.

«Suvvia, una canna non ha mai ucciso nessuno». Le infinite variazioni di una frase da bar si possono leggere sui giornali, sentire alla tv persino sulle bocche dei politici. «Perché parlare di cannabis e del fatto che fa male, come dimostrano i più recenti studi scientifici, fa paura, è un tabù».
Lo sa bene Claudio Risé, psicologo e psicoanalista che per aver dato alle stampe Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita si è visto ricoprire di insulti e minacce. Perché viviamo in un Paese in cui si processano, anche giustamente, le merendine dei bambini e i modelli femminili proposti dalla moda, ma si continua a chiudere gli occhi su quella che le Nazioni Unite definiscono «la droga illecita più prodotta e consumata» e gravemente dannosa sia a livello fisico che psichico, come documenta ampiamente il libro dello psicoanalista milanese.
«La leggenda rosa», spiega Risé, è che la marijuana sia la droga che aiuta a prendere la vita come viene, la droga «di quelli che fanno l’amore e non la guerra». Ma l’aura poetica che decenni di mistificazioni e incoscienza hanno prodotto intorno a questa sostanza si dissolve di fronte ai risultati degli studi più recenti. Se n’è accorto anche il britannico Independent, che dopo anni di campagne antiproibizioniste ha fatto una brusca marcia indietro.
Il fatto è innanzitutto che lo spinello di ieri era molto diverso da quello che si trova in commercio oggi. Lo spiega a Tempi Claudio Risé: in pochi anni la concentrazione di tetracannabinolo (Thc, il principio attivo) nei prodotti a base di cannabis è passata dal 2 al 20 per cento. Il World Drug Report 2006 dell’Onu avverte: «I trafficanti hanno notevolmente investito negli ultimi anni per aumentare la potenza – e con ciò la capacità attrattiva sul mercato – della cannabis. Il risultato è stato devastante: oggi le caratteristiche della cannabis non sono molto diverse da quelle delle altre droghe vegetali come eroina e cocaina».
Prodotti nuovi come i cosiddetti skunk e new skunk rappresentano un mercato totalmente nuovo, di cui, sottolinea Risé «i vecchi fans della cannabis non posseggono informazioni attendibili».

Mezza Europa corre ai ripari

Nel 2002 nel corso di un Simposio internazionale in Svezia è stato dimostrato che il Thc influenza negativamente le funzioni di apprendimento, memoria, umore ed emozioni, così come lo sviluppo di euforia e apatia e il mantenimento delle difese immunitarie. La relazione mostrava inoltre come la dipendenza da Thc, non comune tra i consumatori casuali, diventa invece significativa negli utilizzatori cronici.
L’anno scorso la rivista Neurology ha pubblicato uno studio secondo cui i fumatori di spinello vanno incontro a deficit cognitivi e di memoria, rallentamento delle capacità di riflessione e ridotta espressività del linguaggio. E mentre si moltiplicano i dati allarmanti, in Europa sono sempre di più e più giovani le persone che chiedono aiuto per patologie legate all’uso di prodotti a base di cannabis.
La liberale Olanda è preoccupata per l’escalation e un Rapporto nazionale sulla relazione tra spinelli e patologie psichiatriche nota che «fra il 1994 e il 2004 il numero dei pazienti visitati per la prima volta per cannabis è passato da 1.950 a 5.500. Ma tra il 2003 e il 2004 l’aumento è stato del 22 per cento. Nello stesso anno i ricoveri in ospedale per dipendenza e abuso di cannabis come seconda diagnosi è aumentato del 31 per cento».
Il risultato è che i nostri vicini di casa, dalla Germania, alla Francia fino alla Svizzera e alla Spagna corrono ai ripari, promuovendo campagne informative, rivolte soprattutto ai più giovani. Infatti mentre dilaga l’uso di cannabis, diminuisce, insieme al costo della sostanza sul mercato, l’età di coloro che ne fanno uso. Con il rischio, tutt’altro che astratto, di passare facilmente ad altre droghe.
È un mix che chiede di correre ai ripari, anche se spesso significa chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Confrontando le ultime Relazioni annuali al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze si scopre che tra il 1999 e il 2005 i consumatori di cannabis nel nostro paese sono raddoppiati; mentre la percezione del rischio relativo all’uso di sostanze illegali diminuisce a vista d’occhio, cosa che non accade negli altri paesi europei.
Insomma: in Italia si fuma di più e con sempre meno consapevolezza dei rischi che si corrono. Nonostante questo tutto tace. Di cannabis si è parlato quando il ministro della Salute Livia Turco ha raddoppiato i limiti quantitativi consentiti per uso personale di Thc (decreto poi annullato dal Tar del Lazio) e poche settimane fa, in occasione di tragici fatti di cronaca.
Dopo un incidente nel vercellese, in cui restano uccisi due bambini, nel sangue del conducente vengono trovate tracce di cannabis; su YouTube finisce un filmato in cui un professore rolla in classe una canna insieme ai suoi studenti; un ragazzino di Paderno Dugnano (Mi) muore sul banco di scuola dieci minuti dopo aver fumato uno spinello.
Ognuno di questi fatti è una storia a sé e non si presta a facili semplificazioni, tuttavia questa concatenazione tragica ha acceso un riflettore. «Queste vicende, insieme alla clamorosa presa di posizione dell’Independent, hanno certo avuto qualche effetto», sottolinea ancora Claudio Risé. «Ma attenzione, non c’è bisogno solo di fatti così espliciti. Leggiamo sempre più spesso di violenza cieca e immotivata negli stadi, di episodi gravissimi di bullismo a scuola e ci dimentichiamo che proprio quelli sono i luoghi in cui più facilmente si può comprare marijuana».
Secondo un opuscolo dell’Office of National Drug Control statunitense, la cannabis è una delle droghe il cui consumo è più frequentemente associato a fatti di violenza. E il pericolo è maggiore perché spesso chi assume cannabis vive in un ambiente che non considera pericoloso quel gesto.
Ecco, l’Italia è ancora uno di questi ambienti sordi, che si culla in un sogno da cui ormai tutti si sono svegliati.
Laura Borselli

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7 Responses to Chi si fuma la testa

  1. Redazione says:

    Il settimanale Tempi, nel numero 22 del 31 maggio u.s., dedica ampio spazio al problema della cannabis, e della diffusione delle droghe nella nostra società.
    Gli articoli sono disponibili anche al seguente indirizzo web:
    http://www.tempi.it/in_edicola.aspx

    La Redazione

  2. antonello vanni says:

    Segnalo qui sotto una sintesi di una relazione tenuta al convegno di Verona sulle dipendenze: il consumo di cannabis è estremamente pericoloso, soprattutto per gli adolescenti, e determina le stesse conseguenze dell’assunzione di droghe come cocaina ed eroina. Lo dicono gli studi dei neurobiologi di Cagliari e gli studiosi dell’Onu che hanno presenziato al Convegno.

    31-05-2007 VERONA – A distanza di pochi giorni dall’assemblea annuale degli psichiatri americani (APA) tenutasi a San Diego in cui Nora Volkov, direttore del National Institute on Drug Abuse (NIDA) ha esortato la comunità scientifica ad approfondire gli studi e le conoscenze in merito alla coesistenza sempre più frequente in un unico soggetto di patologie da uso e dipendenza da sostanze e disturbi mentali, oggi a Verona nel corso del congresso nazionale “Dipendenze: nuovi scenari e nuovi approcci”, organizzato dal Dipartimento delle Dipendenze dell’Azienda ULSS 20 di Verona nell’ambito del Progetto Regionale Formazione Rete Informatica della Regione del Veneto, con il patrocinio del Ministero della Salute, del Ministero della Solidarietà Sociale e delle Nazioni Unite (Office of Drugs and Crime), alla luce dei più recenti studi e ricerche in materia è stato illustrato quanto i disturbi mentali possano costituire uno dei principali fattori di rischio per l’uso e la dipendenza da sostanze, ma anche le modalità in cui possono svilupparsi patologie psichiatriche in un soggetto quale conseguenza della ripetuta assunzione di droga. Fino al 60% dei giovani prova una o più droghe; di questi, la maggior parte ne fa uso temporaneo ma più del 20% ne diventa dipendente: perché? Perché è maggiormente “vulnerabile”, in ragione di fattori di rischio di natura bio-psico-sociale, fra i quali prevalgono alterazioni genetiche che portano a disfunzioni nel cervello della cosiddetta “cascata della gratificazione” e dei recettori della dopamina, predisponendo l’individuo alla ripetizione dell’uso della sostanza e a patologie di natura psichiatrica a esordio precoce quali disturbo dell’attenzione con iperattività (ADHD), disturbi dell’umore (depressione, ansia), disordini della condotta, disturbi dell’apprendimento, comportamento aggressivo, attaccamento disorganizzato, schizofrenia. Nel pomeriggio, in una relazione dal titolo “Vulnerabilità all’addiction: le prevenzioni” è stato spiegato come buona parte dei comportamenti anomali del minore che vengono sovente fraintesi da famiglia e scuola dando luogo a conflitti relazionali tradizionalmente considerati caratteristica del cosiddetto “disagio giovanile” sono probabilmente dovuti al disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività, patologia che, se individuata nel minore problematico attraverso una diagnosi precoce con apposito screening (entro il 10° anno di età), può consentire un intervento adeguato e in tempo utile con trattamento a base farmacologica e supporto psicologico che, oltre a curare la patologia specifica, riduce significativamente il rischio dell’uso e dipendenza da sostanze, in quanto è noto che l’ADHD costituisce uno dei principali fattori di rischio che predispongono il giovane a un comportamento cosiddetto novelty seeking, sempre in cerca di esperienze forti e al limite della legalità quali l’uso di droghe e alcol. Secondo il modello della vulnerabilità, un soggetto ha maggiori probabilità di sviluppare un disturbo se è portatore di fattori di rischio non controbilanciati da fattori protettivi. I ragazzi che durante l’infanzia hanno sofferto di disturbi dell’attenzione e iperattività, disturbi della condotta, disturbo post traumatico hanno maggiori probabilità di usare sostanze lecite/illecite nella preadolescenza. Di solito questi soggetti hanno genitori problematici che possono per esempio avere problemi di alcol o droghe. Dalle ultime indagini per esempio risulta che le donne che hanno fumato tabacco durante la gravidanza hanno maggior probabilità di avere figli con deficit attentivo rispetto alle donne che non hanno fumato. Le attività di prevenzione debbono dunque necessariamente essere rivolte ad ambienti quali l’ostetricia, la ginecologica, la pediatria. Si tratta di una rivoluzione nelle modalità di approccio alla prevenzione. Allo stesso tempo vi sono sostanze che con l’assunzione possono sviluppare nel soggetto disturbi di natura psichiatrica. Fra queste in particolare la cannabis, di cui studi sperimentali e ricerche hanno dimostrato la pericolosità per l’organismo, principalmente per l’effetto dannoso che questa ha sulle abilità cognitive e sul comportamento umano. La neurobiologia ha dimostrato che la ripetuta assunzione di cannabis compromette seriamente numerose funzioni cerebrali, fra cui le funzioni pre-attentive, l’attenzione automatica, l’attenzione sostenuta, il sistema esecutivo, il controllo del movimento oculare, le funzioni inibitorie, la memoria di lavoro, la memoria verbale, l’apprendimento; ed è noto anche che l’uso regolare di cannabis è predittivo e aumenta il rischio di schizofrenia e altri disturbi di natura psicotica di cui è stata dimostrata sperimentalmente una relazione biologica causale. E’ di poche settimane fa la presentazione al meeting di Londra sulla salute mentale di uno studio condotto dai ricercatori del King’s College che dimostra gli effetti psicotici temporanei dell’assunzione di cannabis, fra cui prevalgono allucinazioni e ideazione paranoide.
    Staff Dronet

    CATEGORIA: Nazionali TIPO: Congresso/convegno FONTE: ORD Veneto

  3. Redazione says:

    Rilanciamo l’intervista pubblicata su Tempi di questa settimana a Jonathan Owen, il giornalista che ha firmato il noto articolo del 18 marzo u.s. con cui il quotidiano britannico The Independent ha preso le distanze dalla precedente linea editoriale antiproibizionista.
    Chiedendo scusa per la sottostima degli effetti deleteri per la salute umana di una droga, la cannabis, tutt’altro che “leggera”.
    La Redazione

    L’abbiamo presa alla leggera
    Dati medici allarmanti, consapevolezza di aver fatto una scelta eticamente assurda. Ecco perché l’Independent non può più dirsi antiproibizionista.
    «Bisogna dire che con l’erba si rischia la vita». Per Jonathan Owen,
    autore dell’articolo dello storico strappo, serve una battaglia culturale
    di Bottarelli Mauro

    Il 18 marzo di quest’anno la prima pagina del quotidiano britannico di sinistra The Independent ha fatto il giro del mondo. Quel giorno, infatti, a campeggiare sotto la testata non c’era l’ennesimo atto d’accusa verso Tony Blair per la guerra in Iraq e nemmeno una campagna contro il surriscaldamento globale del pianeta. No, quel giorno a richiamare l’attenzione dei lettori c’era una foglia di marijuana e una scritta che non ammetteva interpretazioni: «Cannabis, scusateci». Già, perché dieci anni prima il quotidiano della chattering society londinese aveva sposato una forte e netta campagna per la depenalizzazione delle droghe leggere, facendone uno dei tratti distintivi della propria linea editoriale. Cosa è cambiato, quindi? Tempi lo ha chiesto a Jonathan Owen, il giornalista che firmò l’articolo dello storico “strappo”.

    Mr. Owen, come maturò la vostra scelta di cambiare radicalmente rotta su un argomento di questa delicatezza? Fu una questione medico-scientifica?
    No, e ci tengo molto a sottolinearlo. Da quel 18 marzo sono stato interpellato e intervistato decine di volte ma sono in pochi casi il mio pensiero è stato riportato in modo integrale. Quella scelta fu il frutto di una combinazione di convinzioni: certamente i dati che giungevano dalla Nhs (la sanità pubblica britannica, ndr) e dagli studiosi hanno avuto un forte impatto, ma altrettanto forte è stata la presa di coscienza etica, sociale e morale rispetto all’errore di prospettiva che avevamo compiuto. Se tutto fosse stato riconducibile a una mera questione medica avremmo corredato quella copertina con uno o più interventi di medici e specialisti ma ci saremmo trasformati in Lancet, con tutto il rispetto per questa pubblicazione. Il fatto che a firmare quel pezzo sia stato io parla la lingua di una scelta politica, esplicitamente editoriale. Non ha caso in quel pezzo, nel finale, facevo notare come anche David Cameron abbia cambiato idea sull’abbassamento della cannabis nella scala di valutazione delle droghe dopo che si era scoperto che aveva fumato al college.

    Lei stesso però ha ammesso che anche i dati che giungono dall’ambiente sanitario hanno avuto un peso. Qual è la situazione in Gran Bretagna?
    Disastrosa. Lo scorso anno 22 mila persone hanno dovuto ricorrere a cure ospedaliere per prolemi correlati alla loro dipendenza dalla cannabis e oltre la metà di questi erano ragazzi sotto i 18 anni. In totale in ragazzi costretti a farsi aiutare a livello medico sono passati dai 5 mila del 2005 ai 9.600 del 2006 mentre gli adulti sono stati 13 mila. Sono i numeri di una guerra. Vede, sono praticamente i numeri della manifestazione che questo giornale organizzò un decennio fa ad Hyde Park per chiedere a gran voce la depenalizzazione della cannabis: allora eravamo in 16 mila. Il dottor Robin Murray dell’Istituto di Psichiatria di Londra ha reso noto che almeno 25 mila dei 250 mila schizofrenici che ci sono nel Regno Unito avrebbero potuto evitare questa malattia se non avessero fumato cannabis. La questione, inoltre, non è il crescente numero di consumatori ma la potenza della nuova cannabis, il contenuto spaventoso di principio attivo che contiene.

    Nelle ultime settimane in Italia abbia avuto alcune casi di cronaca legati all’uso della cannabis. Nel sangue dell’autista di un pullman che si è rovesciato costando la vita a due bambini sono state trovate tracce di cannabis, un ragazzo è morto a scuola dopo aver fumato uno spinello. Anche in Gran Bretagna avete casi analoghi?
    Mi rammarico per questi casi, di cui non ero a conoscenza ma non mi stupisco. Anche in Gran Bretagna abbiamo avuto casi di atti violenti compiuti sotto l’effetto di droghe considerate leggere. Non lo sono affatto! Dati alla mano la cannabis che si trova attualmente in circolazione è pericolosa esattamente come l’eroina, la cocaina e gli acidi. Questo ovviamente va a interessare soprattutto i teenager, maggiormente esposti ai rischi di una droga che loro ritengono poco più di una sigaretta o di una pinta di birra e che invece a lungo andare può creare danni gravi al cervello, ma soprattutto nell’immediato può causare pericolosi stati alterati di coscienza. Quei giovani non si rendono conto di cosa stanno facendo, dei rischi che corrono. Detto questo, la vicenda dell’incidente stradale che mi ha appena raccontato dimostra che non soltanto i ragazzini rischiano di pagare caro gli effetti della cannabis.

    A suo avviso cosa bisogna fare a livello politico e legislativo per invertire questa tendenza? Basta la repressione?
    Assolutamente no, la repressione non dico che non serve ma certamente è inefficace. Per due motivi: primo il proibizionismo tout-court non ha mai funzionato. Secondo, servirebbero tutti gli agenti del Regno Unito per tentare di bloccare il fenomeno e penso abbiano priorità più gravi e serie in questo momento storico. Occorre una grande battaglia culturale, nelle scuole come nelle famiglie e nelle comunità. Bisogna dire chiaramente a quei ragazzi che fumare cannabis fa male, mette a rischio la loro vita. Vede in Gran Bretagna, a livello legislativo, la cannabis è considerata una droga illegale nel tabellario ufficiale ma di fatto viene classificata come di serie C, ovvero pressoché legale. La politica deve dare risposte serie, eliminare questo tipo di storture e malintesi, ma, ripeto, prima di tutto occorre educare la gente, bombardarla di esempi, casi concreti, dati, ma anche valori positivi.

    Non pensa che alcuni modelli come i cantanti e le star del cinema diano il cattivo esempio amplificati dalla grancassa mediatica? Penso a George Michael o a Jason Kay?
    Non penso che il principale dei problemi sia questo. Vede, negli anni ’40 e ’50 in questo paese fumavano tutti. E non certo perché al cinema i grandi divi fumavano. Ora il numero di tabagisti è sceso di molto, sia per il costo delle sigarette sia per le campagne informative a tappeto riguardo i danni che il fumo causa nell’organismo. Allo stesso modo penso che il problema non sia vietare a George Michael di sproloquiare sul fatto che fumare cannabis sia meraviglioso, bensì riempire la società di messaggi positivi e opposti sui reali danni che questa abitudini ritenuta falsamente innocua in effetti porta con sè.

  4. Redazione says:

    Chi promuove la diffusione delle droghe in tutto il mondo? Chi investe nella promozione delle “safe injiection rooms”? Quali interessi economici si muovono in questa direzione? Chi vuole che anche «la cannabis sia tassata, controllata e regolata al pari dell’alcol»? Chi sono gli spacciatori della “cultura di morte” travestiti da filantropi?
    Il seguente articolo di Laura Borselli (da Tempi, di questa settimana), comincia a fornire alcune risposte.
    La Redazione

    Ecco i filantropi
    Milioni di dollari per una società in cui tutti siano liberi. Di drogarsi. La missione di Soros
    di Borselli Laura

    Tutt’altro che sguarnito, il fronte antiproibizionista conta sostenitori del calibro di George Soros, tra i maggiori sostenitori della Drug Policy Alliance (Dpa), un movimento internazionale per la liberalizzazione e legalizzazione della droga. Non si parla qui solo di marijuana, la droga leggera per definizione che poi tanto leggera non è, ma della «maggior parte delle droghe», come afferma lo stesso milionario nel suo libro Soros on Soros: «Non si può sradicare l’uso della droga, per questo costituirei un una rete di distribuzione strettamente controllata, attraverso la quale renderei legalmente accessibile la maggior parte delle droghe». Non è dunque un caso che il primo progetto finanziato negli Stati Uniti dall’Open Society Institute, meglio conosciuto come Fondazione Soros, sia stato il Lindesmith Center di New York, poi confluito, insieme alla Drug policy foundation nella già citata Dpa. L’associazione prende il nome dal dottor Alfred R. Lindesmith, sociologo baluardo dell’antiproibizionismo fin dagli anni Quaranta.
    Non si lotta a mani vuote e nelle casse del fronte arrivano ben più che briciole da otto per mille. Solo all’inizio degli anni Novanta, Soros ha donato 6 milioni di dollari alla Dpf, 4 al Lindesmith Center, 3 al Drug Strategies, dando così una significativa spinta alla sincronizzazione dei movimenti per la legalizzazione delle droghe, che fino ad allora procedevano in ordine sparso.
    Nel report sui dieci anni della Drug policy alliance si legge che l’associazione lotta «per una società in cui l’uso e la regolazione delle droghe siano fondate sulla scienza, la compassione, la salute e i diritti umani. La nostra missione è di far avanzare quelle politiche che riducono i danni sia dell’abuso sia della proibizione della droga, e di promuovere la sovranità degli individui sulle proprie menti e sui propri corpi». Ancora. «Cercare di creare una società libera dalla droga è tanto sciocco quanto pericoloso. La vera sfida è accettare che le droghe sono e saranno sempre parte dell’umana civiltà e che abbiamo bisogno di imparare a convivere con esse, così che esse possano causare il minor male possibile e il maggior bene possibile».
    Si moltiplicano così gli sforzi per orientare l’opinione pubblica su posizioni più liberali in materia di stupefacenti. Interventi della Dpa non mancano su riviste come Foreign Affairs, Foreign Policy e Rolling Stone. Ma basta anche solo sfogliare le pagine delle lettere del New York Times per leggere missive dei sostenitori dell’associazione che si scagliano contro i test antidroga nelle scuole americane.
    Un fronte caldo e quello della legalizzazione della cannabis per uso medico, riuscita, in forme differenti stato per stato, tra il 1996 e il 2000 in California, Alaska, Oregon, Washington, Maine, Colorado e Nevada. L’obiettivo dichiarato è quello di giungere a una situazione in cui «la cannabis sia tassata, controllata e regolata al pari dell’alcol». Tra il 1995 e il 2002 la Dpa ha promosso e organizzato decine di programmi per la distribuzione di siringhe in diversi stati d’America e anche in Europa, soprattutto in quella centrale e orientale. Sostegno pieno e incondizionato, ovviamente, va anche alle safe injiection rooms, che insieme alla distribuzione di siringhe costituiscono le cosiddette politiche di riduzione del danno. Tutto in nome della libertà e dell’autodeterminazione degli individui, va da sè. È notorio, infatti, che la libertà individuale sia all’ennesima potenza nelle cosiddette stanze del buco.

  5. Da liberale, pur schierato stabilmente a destra, devo dire che è davvero un cattivo articolo.

    Inutile ricordare che il ragazzo morto aveva in realtà fumato del crack (ovvero cocaina grezza) e on cannabis, per il resto leggo molte banalità, spesso errate (la svizzera ha legalizzato, l’inghilterra depenalizzato)
    .
    E’ sotto gli occhi di tutti il fallimento delle politiche proibizioniste, che oltre a non avere effetti nel combattere il consumo di sostanze stupefacenti costituiscono un enorme costo in tempo e denaro per la giustizia italiana. Sarebbe l’ora di pensare a cose più serie, come il tabacco che ogni anno uccide 80’000 italiani (la cannabis 0).

    Ricorderei inoltre che l’illegalità delle sostanze di fatto favorisce le mafie, che hanno nel traffico di stupefacenti la loro più grande fonte di introiti, e che la cannabis medica ha dato risultati comprovati nella cura di patologie quali glaucoma o anoressia e nella terapia del dolore. Scagliarsi contro di essa è quindi davvero una posizione discutibile.

    F. Ciantini

  6. A me francamente sembra davvero (in)discutibile la posizione di chi si scaglia contro le rare voci che finalmente riportano informazioni aggiornate, corrette e finora silenziate dalle cattive coscienze dei politici, degli “intellettuali” e delle “star”, sulla droga più consumata, specialmente dai giovani.
    Tralascio il confronto tra gli “80.000” morti per fumo e i 0 per cannabis, perché non credo né al primo né al secondo numero. Certo poi ci vuole volontà – politica – anche per guardare il volto di questa droga: allora in Francia hanno cominciato a contare i morti per incidenti stradali causati da automobilisti fumati (e fanno campagne con tanto di manifesti, a riguardo). Ma è solo un esempio, perché nessuno mette in guardia i ragazzi, dicendogli che quando si fanno uno spinello, non possono appunto sapere cosa c’è dentro, e che cannabis potenziata, fosse anche non mischiata con altre sostanze, può anche uccidere un ragazzo, che magari ha già dei problemi.
    Tralascio anche il discorso sull’uso terapeutico della cannabis, verso il quale sempre più spesso medici e scienziati avanzano perplessità, con il procedere degli studi che ne confermano la dannosità per la salute (e comunque la natura di “farmaco” ne confermerebbe quella di erba velenosa).
    Notevole invece il problema di quei “liberali” talmente pre-occupati di affermare la loro ideologia antiproibizionista, dal metterla davanti a tutto, anche alla verità. La verità che la droga toglie la libertà, e la verità che l’antiproibizionismo ha fallito.
    In Olanda (paese simbolo di tale politica), «con l’apertura dei coffee shops e la liberalizzazione di questa droga, il consumo dal 1984 al 1996 è quasi triplicato, passando dal 15 al 44% soprattutto nella fascia giovanile tra i 18 e i 20 anni».
    Come riportato precisamente in Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita, nel 2005 il Netherlands Institute of Mental Health and Addiction ha segnalato nel suo rapporto annuale che le richieste di trattamento terapeutico per cannabis sono triplicate dal 1999 al 2004 («In particolare i consumatori di cannabis presentano sempre più spesso problemi di comportamento, tra cui aggressività e comportamenti delinquenziali»).
    In realtà l’antiproibizionismo (come a mio giudizio il volto duro di certo proibizionismo, specialmente se unilaterale, “altalenante” e acritico, vedasi l’ultima della Turco che vuol mandare i cani nelle scuole senza però fare autocritica sulle sue responsabilità, e per nulla aver fatto al fine di mettere in guardia i ragazzi contro questa droga) fallisce perché rinuncia in partenza (basta stare ad ascoltare tutti gli antiproibizionisti, che ripetono sempre le stesse cose) ad una vera opera in-formativa, liquidando la realtà in un esperimento libertarista che calpesta la persona e la sua dignità.
    La politica giusta è quella che mette in primo piano l’educazione che informa e l’informazione che educa, sostenendo tutti i soggetti che si muovono nella società in questa direzione, in libertà.
    E allora certe volte i risultati arrivano: mediante una strategia di questo tipo, per esempio, negli USA «il consumo di marijuana è diminuito tra il 2001 e il 2006 del 25%» (da Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita).
    Paolo

  7. ivano says:

    Sono daccordo con Paolo. A me sembra che ormai da troppo tempo si confonda, probabilmente per non vedere la realtà, la questione cannabis con quella dell’alcol e del tabacco. Senz’altro il problema alcol e tabacco sono da affrontare con serietà, ma mi pare che la cannabis, come eroina, cocaina, ecstasy, e tutte le altre droghe oggi circolanti, vada affrontata nel suo specifico: appunto come una droga pericolosa. Tanto è vero che ormai in Usa, ma anche in Francia, Spagna, la si affronta, anche terapeuticamente con un approccio peculiare, gruppi precisi di lavoro, tecniche proprie di trattamento. Che si affrontino tutti i problemi con la massima attenzione e subito, con integrazione di tutte le forze. Ben venga chi dice che una droga fa male e devasta la vita dei giovani. Non è affatto vero poi che per la cannabis non è mai morto nessuno: oltre ai morti che in Francia contano sulle strade (con precise analisi sul sangue che rivelano che la causa è la cannabis), cui si affiancano quelli che rimangono invalidi per gli incidenti e le vittime collaterali provocate, vanno considerati tutti i morti di cui ancora non è emersa la notizia. Ad esempio il Prof. Schifano la cui relazione ho sentito al convegno dipendenze/verona ha detto che si è premurato di esaminare gli archivi dei coroner inglesi ed è rimasto sorpreso per tutti i morti trovati in cui la causa sicura, unica e principale era la cannabis. Probabilmente se ovunque si facessero esami seri la realtà sarebbe ben diversa da quella proposta dai miti sulla cannabis “peace and love natural is safe”. Anche i funghetti allucinogeni sono natural, anche le nuove ecodroghe lo sono, e ti rovinano, come la cannabis, che anzi a mio parere è ancora più pericolosa e subdola proprio per il mito che la circonda. Un capolavoro drammatico della criminalità, che prima di vendere la droga si forgia i consumatori.

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