L’autorità a scuola

Claudio Risé, da “Tempi”, 31 maggio 2007, www.tempi.it

Sembra che il nuovo ministro dell’Istruzione di Sarkozy, Xavier Darcos, abbia pronto un pacchetto di misure per intervenire rapidamente sulla situazione della scuola francese, definita da un libro di successo “La fabrique des cretins” (la fabbrica dei cretini). Anche nella scuola pubblica francese, infatti, la situazione è tutt’altro che brillante. Centomila episodi di violenza all’anno, abbandoni scolastici crescenti, preferenza per le scuole private da parte di chi vuole davvero imparare qualcosa.
Anche se, a differenza che da noi, quel Ministero si era già impegnato, ad esempio, nel contrastare la più diffusa delle droghe, con una capillare campagna di informazione volta a smascherare il vecchio mito della “droga leggera” e inoffensiva, ormai negato da tutte le evidenze della cronaca, e della scienza.
Darcos però, consapevole che la scuola sarà uno dei banchi di prova più importanti della presidenza Sarkozy, sembra che abbia delle idee di ampio respiro. Che, come sempre, cominciano non dalle metodologie analitiche (la mistica delle fotocopie sostituite ai libri di testo, che ha precipitato nell’analfabetismo le nostre scuole), ma da aspetti simbolici, dunque sostanziali.
Sembra dunque, ad esempio, che abbia intenzione di sostituire al “tu”, col quale nella maggior parte delle scuole gli allievi apostrofano maestri di qualunque età, con il tradizionale “vous”, che in francese è l’equivalente del nostro lei. Naturalmente i cronisti si sono profusi in commenti sul formalismo dei nostri cugini d’oltralpe, e di Sarkozy in particolare.
Il sociologo Pierre Le Goff ha detto con sufficienza che quest’iniziativa «si risolverà nel semplice rafforzamento del principio d’autorità». Come se si trattasse di qualcosa di irrilevante, o forse persino dannoso. Il fatto è, invece, che l’indebolimento del principio d’autorità è uno dei fatti più drammatici, e gravi, dell’Europa contemporanea.
Dal punto di vista psicologico, ad esempio, un principio d’autorità debole denuncia la fatica, che tende a diventare incapacità, del soggetto a governare la propria vita. In queste persone, che la difficoltà di autogoverno tende a far scivolare nella situazione “boderline”, al confine tra nevrosi e psicosi (cioè follia), la situazione comincia a migliorare quando (anche per effetto del lavoro di analisi), compaiono finalmente nei sogni figure appunto d’autorità: vigili che danno multe, presidi che richiamano, poliziotti che controllano. Da allora diventa più facile capire il senso dell’autorità.
Il riconoscimento dell’autorità esterna, al di fuori da te, è, dunque, ciò che consente alla persona di esercitare autorità su se stesso e sulla propria vita: un aspetto in assenza del quale nessun processo educativo è possibile. Non solo, ma il rivolgersi la parola con una forma che segna una distanza è un segno di stima, che genera autostima: ho a che fare con qualcuno che implica la mia considerazione per lui, e quindi anche per me stesso, che con lui ho un rapporto.
Tutto ciò, e molto altro, porta alla graduale realizzazione del significato originario di auctoritas (di cui parla Il rischio educativo): quell’augeo, aumento, faccio crescere, sviluppo, che è al centro del processo educativo, e di una comunità sana e vitale.

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3 Responses to L’autorità a scuola

  1. Nicola says:

    L’unico punto dell’articolo che non mi convince molto è quello in cui il Prof. cita la psicoanalisi…In breve e da profano: è così immediato innanzitutto “sognare” e/o poi interpretare correttamente quelle figure simboliche? Possono capitare dei soggetti diciamo con una tendenza alla “borderlife” che però… non sognano mai o quasi mai? Tra i numerosi rami delle scienze relative alla psiche la psicoanalisi che posto occupa? Per ritornare all’esempio che facevo: è sempre applicabile ed efficace la tecnica psicoanalitica? Probabilmente lo è, però… beati coloro che frequentemente sognano!
    Cordiali saluti
    Nicola

  2. Redazione says:

    Per Nicola. Tutti sognamo, ma non tutti ricordano i sogni. Accade più facilmente in analisi, se l’analista se ne serve nella terapia ed avverte il paziente che i sogni arriveranno, e che sono importanti per creare un dialogo tra conscio e inconscio. In genere il non ricordare di sognare corrisponde ad una ipervalutazione del mondo delle cose e della coscienza, e funziona da difesa verso i contenuti profondi, che potrebbero movimentare la scena psichica. e cambiare aspetti della vita. L’analisi in molti casi è inutile, o impossibile : spiegare quando e perchè non si può fare in un blog; il libro in cui ho affrontato più da vicino questi temi è: Diventa te stesso, pubblicato da Red. Interpretare correttemente i sogni, come ogni operazione ermeneutica, è piuttosto difficile (molti analisti non lo fanno più), e richiede innanzitutto averlo sperimentato direttamente attraverso l’interpretazione fatta da un altro sui propri materiali onirici. Non è insomma un’operazione speculativa, svolta secondo tecniche precise, del tipo di quelle usate nelle scienze naturali. Oltre che nella cura psichica, il sogno è spesso stato utilizzato anche nella direzione spirituale e religiosa, prima e dopo Cristo. Ciao, Claudio Risé

  3. Nicola says:

    Grazie Professore per la Sua risposta.
    Tanto per cominciare, allora, poiché lo posseggo, mi riprometto di rileggere “Diventa te stesso”.
    Cordiali saluti
    Nicola

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