La famiglia, e l’accoglienza del diverso

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 giugno 2007

Non è vero che l’egoista sia il vero protagonista del nostro tempo. In questi giorni, hanno festeggiato il venticinquesimo anno di vita le “Famiglie per l’accoglienza”, un’associazione di più di 5000 persone che si dedica ad accogliere nelle proprie case chi ne ha bisogno. Bambini innanzitutto, ma anche anziani, o adulti in difficoltà. Gli associati si dedicano ad adozioni, ma si impegnano anche nell’esperienza difficile dell’affido, dove il bambino poi se ne va per la sua strada.
Presente in 82 province italiane, ed in altre sei nazioni nel mondo (Brasile, Irlanda, Romania, Spagna e Svizzera), quest’associazione controcorrente (ma non fuori dal suo tempo: in Internet è presente, col sito www.famiglieperaccoglienza.it), è rivelatrice di un disagio, e di una direzione di ricerca.
Il disagio è quello della famiglia che si chiude in se stessa, che rappresenta solo l’interesse dei suoi membri, che interrompe i rapporti con gli altri, con chi è al di fuori di lei, delle sue reti di relazione. Raramente quella famiglia è sana, ed i suoi membri sono davvero felici. In Lombardia, dal cui mondo cattolico l’associazione è nata, c’era fino ad un secolo fa la forte tradizione delle cascine: grandi unità abitative di contadini e artigiani, dove per chi arrivava da fuori (il viandante, la persona in difficoltà), c’era sempre un posto a tavola, anche perché era considerato un rappresentante, una figura, di Gesù Cristo.
Proprio fra gli anni 80 e 90, quando più forte si fece il richiamo dell’edonismo, del piacere individuale, molte famiglie già impegnate in esperienze di adozione o di affido, diedero vita a quest’associazione. La parola chiave della quale è: accoglienza. Accogliere l’altro come uno della famiglia, i figli degli altri come i propri. Amandoli nello stesso modo. Non però per compiere un’azione virtuosa, ma perché è vero. L’altro è davvero come un proprio figlio. Noi possiamo essere padri, e madri, a bimbi che vengono da lontano (o vicino), da esperienze a volte disastrose.
Quest’accoglienza, però, non fa bene solo a loro, ma anche a noi. Ci rende più forti. Riavvicinandoci a realtà dalle quali i meccanismi della promozione sociale, che tendono all’esclusione del diverso, ci allontanerebbero. Semplificando, in apparenza, la nostra vita. Ma in realtà impoverendola, inaridendola. E spingendo la “famiglia nucleare”, ristretta, a quella contrazione affettiva, e di comunicazione, che la porta poi spesso ad esplodere. A trasformarsi improvvisamente in quella sua controfigura, spesso altrettanto drammatica e poco equilibrata, che è la “famiglia allargata”, con pluralità di genitori, e di figli, ma altrettanto disagio per tutti.
Che tipi sono, dunque, questi genitori che accolgono figli diversissimi da loro, dai bimbi della Romania, ad altri portatori di handicap, anche molto gravi? Verrebbe da pensare a tipi austeri, legati ad un modello anche rigido di virtuismo cristiano. Non è così. E’ gente qualsiasi: medici, commercianti, piccoli imprenditori, insegnanti. Con uno stile di vita di chi la vita la ama: spesso ottimi mangiatori, sportivi, piuttosto estroversi, convinti che la socialità e la comunicazione interpersonale siano un valore importante. E soprattutto, istintivamente portati a perdonare la diversità dell’altro.
Si potrebbe dire tolleranti, se non fosse che la parola giusta è: amorosi. L’Io rigido, infatti, che in genere è così perché insicuro, fatica ad accettare l’altro, con la sua inesorabile diversità. Pronto ad accogliere, è invece l’Io forte. Sempre curioso, e stupito, per l’altro e la sua realtà.

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