Gli intellettuali postcomunisti, e la vita buona e felice

Claudio Risé, da “Tempi”, 21 giugno 2007, www.tempi.it

Ci sono momenti da non lasciar sfuggire tra la massa confusa di eventi. Per esempio l’incontro tra Partito Democratico e intellettuali della sinistra, sul tema: “Idee per un’etica pubblica”. Un incontro a due facce.
Da una parte, un punto di arrivo, dunque un momento di bilancio. E’ infatti da sessant’anni che il Partito Comunista “dialoga” con una fetta preponderante degli intellettuali italiani, ed è interessante chiedersi che cosa ne sia uscito. Dall’altra parte è interessante vedere cosa gli intellettuali abbiano oggi da dire al nuovo partito cui le vecchie formazioni figliate dal PCI hanno dato vita, e cosa questo voglia, o possa farne.
Sul primo punto, a cosa è servito questo dialogo, è stupefacente notare come esso non abbia segnalato ai politici della sinistra quanto accadeva nel mondo, e in Italia. Il sistema socialista esplodeva, ma gli intellettuali non ne parlavano. La modernità passava dalla fase del disincanto descritta da Max Weber al “nuovo incantamento”, ad una richiesta di senso che riguardava tutti i campi dell’umano e portava ad un forte risveglio religioso, ed intellettuali e politici si muovevano sul cliché novecentesco della “morte di Dio”.
Si apriva un dibattito internazionale sul concetto di ragione, in cui il cardinale Ratzinger, e l’ultimo epigono della scuola di Francoforte, Jürgens Habermas, prendevano posizione, ma gli intellettuali schierati, ed i partiti postcomunisti vi rimanevano estranei. La ricerca di appartenenze forti, radicate nelle tradizioni, metteva in crisi gli Stati nazionali, poggiati su apparati giuridico-burocratici, e ridava fiato e senso ad identità regionali e locali, ma tutto ciò passava inosservato, o veniva etichettato come localismo egoista.
Insomma, gli intellettuali della sinistra, oltre ad organizzare perfette cordate per la conquista di cattedre ed istituti universitari, o per la propria personale visibilità, non hanno registrato, e tantomeno segnalato al potere cui si riferivano, nessuno dei più importanti fenomeni accaduti nel mondo. Il dibattito nella sinistra è stato così colpito da asfissia, da mancanza di ossigeno, che derivava anche da una mancanza di informazioni su quanto, nel frattempo, si andava dicendo nel mondo sulla vita degli uomini, e sulle loro comunità e culture.
Intellettuali, e partiti postmarxisti, cercarono di riprendere quota attraverso una grande attenzione all’effimero, alla cultura/spettacolo, dai girotondi di Moretti alle confessioni personali di Vattimo. L’umano però, la “vita buona e felice”, di cui parlava intanto Salvatore Natoli, il suo rispetto per il sapere e la cura e non per l’indisciplina delle opinioni e dei corpi, rimanevano fuori dal dibattito spettacolo, ridotto a tecnologia del potere accademico e scolastico, con conseguenze devastanti per la scuola, e la vita pubblica.
Ha ammesso Alfredo Reichlin: «la Chiesa, in una modernizzazione che chiede significati, ha imposto il suo ruolo. Invece di polemizzare, affrontiamo anche noi il campo etico». Certo. L’etica, però, non è un’idea intellettuale. E’ una pratica. E’ la “vita buona e felice”. Sono gli affetti, quotidiani ed eterni, dell’essere umano. Il loro rispetto, la loro disciplina, il riconoscimento del loro sapere. Una politica che si metta al servizio di tutto questo, anziché irriderlo come ridicolo anacronismo.

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One Response to Gli intellettuali postcomunisti, e la vita buona e felice

  1. armando says:

    E’ come se gli intellettuali di sinistra, e non solo quelli che frequentano i quartieri alti della cultura ma anche insegnanti, professionisti, etc, che alla sinistra fanno riferimento, si fossero impantanati a concezioni datate decenni. C’è da capirli. Dopo la grande conversione ,forzata dalla storia, dalla sinistra di classe al progressismo buonista e individualista sembrano esausti. Cambiare ancora? Rimettersi in gioco una volta di più, e per davvero, non è cosa da tutti. Ed allora si preferisce ripetere le solite litanie contro l’altrui oscurantismo senza accorgersi che il mondo sta mutando sotto i loro occhi spenti.
    Quando si accorgeranno dovranno ringraziare.
    armando

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