Quando muore il padre…

il Timone - Luglio 2007(Intervista a Claudio Risé, di Roberto Beretta, da “Il Timone”, n. 65, luglio 2007, www.iltimone.org)

Professore, lei è stato tra i primi a denunciare con decisione l'”assenza del padre”. Si tratta di un fenomeno che riguarda solo la famiglia? Di quali “padri” manchiamo, a suo parere, nella società, nella cultura, nella scuola, nella Chiesa?
Si tratta di un lungo processo, che comincia, per certi versi, con Lutero e la riforma protestante. Come la storia delle religioni riconosce, la divisione luterana tra Regno di Dio e Regno dell’uomo, e lo spostamento della famiglia in quest’ultimo campo, su cui decide lo Stato, secolarizza la famiglia che non è più ambito di riferimento diretto al Padre celeste, mentre il padre terreno (Lutero stesso) comincia proprio allora a spogliarsi della funzione educativa, in buona parte trasferita alla moglie.
Tutto ciò però parzializza e limita anche il riferimento della vita umana complessiva al Padre, che sbiadisce nell’alto dei cieli, e consente l’accelerazione del processo di secolarizzazione, accentuato dopo l’Illuminismo.
Poi, dopo la seconda guerra mondiale in particolare, ed ancor di più nel tragico trentennio che va dagli anni 70 alla fine del millennio (quello della generalizzazione delle legislazioni abortiste e divorziste), ogni riferimento al padre, anche lessicale (paternalismo, patriarcale, patria, etc.), viene criminalizzato. Oggi lo slogan, di sapore pop, “uscita dal patriarcato”, concetto antropologicamente quanto mai incerto, viene spesso invocato nei programmi politici, con l’unico senso di opposizione ad ogni autorità che rinvii ad interessi ed obiettivi sovrapersonali, anche trascendenti, anziché collocarsi sul piano dei bisogni e delle pulsioni, per distruttive e contraddittorie che siano.

E le madri? Per loro tutto va bene, o la crisi dell’idea di autorità ha creato qualche problema anche alle donne?
Al di là di un superficiale appagamento sul piano narcisistico, e del simulacro di un immaginario potere, per la vita delle donne tutto questo processo rappresenta un vero disastro. Private quasi per legge del supporto del marito e del padre (spinto dai dispositivi legislativi e culturali all’assenza e all’irresponsabilità), cacciate a forza in un percorso di realizzazione modellato su quella maschile, che rinvia troppo tardi l’esperienza della maternità e rende impossibile un autentico e importante incontro di anima, le donne sono stanche, infelici, e stanno male.
Questa è la realtà delle donne, appena coperta dagli inni narcisistici di poche comunicatrici mediatiche, ascoltate dagli uomini (a cui devono il loro potere), ma del tutto scollegate dal mondo femminile.

Si è perso il senso dell’autorità, si dice spesso. Ma non è troppo facile addossarne la colpa al solito, “famigerato” Sessantotto? Non c’è anche un evidente difetto di autorevolezza, in coloro che dovrebbero esercitare il potere?
Ho spesso sostenuto che il 68 sia stato nella sostanza (in Italia, e nei paesi socialisti dell’Europa dell’est, situazioni caratterizzate da forti partiti comunisti di fatto al potere), una disperata protesta dei figli contro padri che avevano già abdicato ad ogni autentico principio di autorità e ad ogni sostegno educativo, per occuparsi, appunto, del potere, del piacere e del denaro. Cosa che il potere fece anche coi leader del 68, cooptandoli al proprio interno, e compromettendoli nell’autoassoluzione relativista della “verità inesistente”, traduzione più generica e confusa della “Morte di Dio”, e del padre.
A questi potenti non interessa affatto l’autorevolezza, che comporterebbe coerenza con riferimenti ideali e quindi il rischio di perdere il potere ma, appunto, il potere in sé.

Abbiamo ormai un’idea negativa dell’obbedienza, anzi esiste nell’opinione comune un senso di incompatibilità tra libertà personale e obbedienza. Da dove deriva questa ideologia e come si potrebbe correggerla?
Se quello che ho detto sopra è vero, e la classe dirigente al potere è caratterizzata dall’anteporre il proprio interesse a riferimenti ideali rappresentativi dell’interesse generale, allora obbedirle comporta dei rischi più o meno gravi sul piano della libertà.
Mentre scrivo, ad esempio, è al potere in Italia un governo che l’ha conquistato con una maggioranza ridicola, in parte con brogli accertati (il voto degli italiani all’estero. Io, ad esempio, ho parenti italiani all’estero, a cui non è stato consegnato nessun certificato elettorale). Ciò nonostante ha occupato tutti i posti disponibili, ha evitato ogni confronto che ne mettesse a rischio la continuità, ha clamorosamente perso le elezioni amministrative nel frattempo fatte, e governa malgrado sondaggi di ogni parte, lo diano come pesantemente minoritario nel consenso dei cittadini.
I rappresentanti internazionali dell’Italia contrari alle droghe vengono rimossi, così come i finanzieri contrari ad affari in cui il potere governativo è coinvolto.
Come sempre quando il potere non ha un riferimento sovrapersonale, la Patria, ma obiettivi personali e di gruppo, l’obbedienza tende a rafforzare la perdita delle libertà.
Come nelle dure polemiche anticattoliche successive ai pronunciamenti del Papa e dei Vescovi su questioni che coinvolgevano direttamente la visone cristiana della vita, peraltro confermata poco più di un anno fa da un referendum in cui i tre quarti della popolazione italiana si sono espressi secondo le indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana.

Nonostante l’apparente dilagare del permissivismo, sussistono tuttavia in vari settori molti abusi di autorità: vedi la prevaricazione della politica sui cittadini, dei mass media o della pubblicità sui consumatori, persino di certo clero sul laicato. Come mai?
Non c’è contraddizione. Il permissivismo è funzionale agli abusi del potere di parte. Sono tutte situazioni nelle quali si manifesta quanto ho detto nella risposta all’ultima domanda.
Il fatto è che il Padre, nel suo amore infinito per l’uomo, è la più grande tutela della nostra autentica libertà. Chi vuole allontanarlo dall’uomo, lo fa perché pensa ad una società di schiavi. I grandi totalitarismi del secolo scorso erano fortemente antipaterni, ed anticristiani. Quella storia non è ancora finita.

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2 Responses to Quando muore il padre…

  1. armando says:

    Semplicemente un grazie, Claudio, per la lucidità con cui metti il dito nelle piaghe d’oggi dell’Italia e dell’Occidente.

  2. Pingback: Anna Vercors

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