Perché si mangia troppo

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 30 luglio 2007

Sembra proprio che gli occidentali mangino troppo. La cosa colpisce non solo perché vaste zone del resto del mondo, da cui molto di quel cibo proviene, mangiano troppo poco, o quasi nulla. Ma anche perché questo eccesso di cibo si traduce sempre più spesso in obesità: condizione ormai frequente anche in bambini e adolescenti, e fonte di molti disturbi fisici, ed anche psichici. Tra questi, il più evidente, e per certi versi prevedibile, è una sorta di rischiosa tendenza all’eccesso.
L’obeso eccede in quasi tutto, nell’allegria come nella depressione, nella mitezza o nella crudeltà, nel divertimento o nella privazione. La misura non è il suo forte. I sostenitori della libertà di stramangiare, e quindi di ingrassare quanto ci pare, obiettano che l’eccesso, fino a quando non danneggia altri, rientra nelle libertà personali, e che la società non dovrebbe occuparsene. E’ un’argomentazione fondata: occorre cautela nelle campagne salutiste, l’idea della perfezione fisica, come ogni ideale che neghi il limite costitutivo della condizione umana, ha in sé un aspetto autoritario, oltre che folle.
Ciò non deve però autorizzarci a non ascoltare il dolore di quegli obesi che a un certo punto della loro vita ne hanno abbastanza di essere tali, e vorrebbero smettere. A quel punto però è molto difficile. E la crisi aperta dal tentativo di uscire dall’eccesso di cibo, e dalla difficoltà di riuscirci, insegna a tutti, supermangiatori e no, alcune cose importanti.
La prima è l’importanza del senso della misura, come metodo e criterio di una vita felice. Un concetto notissimo fin dall’inizio della civiltà occidentale, nella cultura greca ad esempio, dove proprio l’attenzione alla misura aveva ispirato non solo uno stile di vita che ha segnato la storia del mondo, ma un’idea di bellezza e di equilibrio che è poi alla base – ad esempio – dell’architettura.
La contemporaneità invece, convinta che l’individuo sia misura di tutte le cose, e che quindi non debba riferirsi a nessun criterio esterno a sé, ha inaugurato uno stile (già annunciato nell’800-900 dai romantici), dove l’eccesso è apprezzato e spesso suggerito come modello di vita (per esempio nell’immaginario dello star system). In questo, però, si manifesta una forma di onnipotenza.
In realtà l’essere umano, che ha un istinto molto più debole di quello degli animali e quindi può facilmente smarrire la capacità di autoregolarsi che ogni istinto possiede, deve coltivare, per una sopravvivenza equilibrata e felice, la cultura della misura. L’animale (tranne eccezioni, come la tigre), quando ha mangiato a sufficienza smette, l’uomo può continuare fino a star male.
La cultura della misura, dell’equilibrio, della giusta forma fisica, è quindi uno strumento indispensabile per vincere la spinta all’eccesso, che si sviluppa anche a partire dall’eccesso di cibo.
Ma cosa spinge, però, a questo specifico eccesso? L’esperienza terapeutica coi grandi mangiatori, ed i sogni che essi fanno, mostrano con grande chiarezza che il loro inconscio percepisce la ciccia che essi accumulano come una barriera difensiva dagli altri. L’obeso è vittima, soprattutto di un problema di relazione che tende a superare mettendo tra sé e gli altri uno spesso strato di adipe.
Gli attori raramente eccedono nel cibo, perché danneggerebbe la loro carriera. Marlon Brando, uno dei più grandi attori cinematografici, era invece obeso: è noto però che la sua vita affettiva fu un disastro. Molti si riempiono di cibo perché sentono un vuoto d’amore. Se lo chiedono, è giusto aiutarli a capire. E’ il cuore che soffre, non la pancia.

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2 Responses to Perché si mangia troppo

  1. armando says:

    Aroposito di misura e saggezza degli antichi. Mia madre, che ha 91 anni, ci diceva sempre due cose semplicissime.
    La prima è che, per non privarsi del piacere del buon cibo, si deve mangiare di tutto, ma poco.
    La seconda è che è buona norma alzarsi da tavola sempre con una punta di appetito non soddisfatto.
    A me paiono cose ovvie, di normale buon senso, ma evidentemente sbaglio, se questa è la società dell’anoressia, della bulimia e delle mille assurde ed anche crudeli diete comminate da così detti esperti (a me sembrano furboni).

  2. roberto says:

    “Ma non potrei ingozzarmi fino a starne male, fino a stufarmi?
    Se ne sento lo stimolo perché non soddisfarlo?
    Hai un bel dire tu che il mio equilibrio naturale richiede un tot di cibo ad un tot di ore.
    Ho bisogno di sentire i denti che masticano, che sbattono, ho bisogno di sentirmi pieno, di scoprire i colori delle nuove merendine, ho bisogno di latte, di sapori e li voglio adesso.
    Hai un bel dire di scavare nel passato per trovare la causa di questa fame: dove è ora il mio passato?
    Come? Che cavolo vieni fuori con queste idee secondo cui è colpa della cultura, che non c’è senso di misura, che tutto ruota intorno a me? E allora? Sono io che faccio questo cazzo di lavoro, sono io che mi barcameno e non so che cosa succederà domani”.
    Non solo le rispettavo le parole di R., ma anche le condividevo: forse la misura da cui partire non è un limite ideale che immaginiamo tracciato dalla natura o dalla tradizione. Forse la misura delle cose è data dalla sofferenza. E dalla possibilità di ascoltarla.
    E poi R. ha visto la sorte di suo padre fumatore e ha guardato negli occhi la propria figlia e vi ha letto il bisogno di un padre presente e il baricentro si è spostato: è la cura per lei che da quel giorno gli ha dato la misura nel cibo.
    [ho trovato questo post che mi sembra significativo nel blog http://code0111.blogspot.com/%5Dciao

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