Una politica leggera contro droghe tutt’altro che leggere

Dal libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita(Di Mirko Testa, da “L’Occidentale”, 3 agosto 2007, www.loccidentale.it)

Chiamatela pure marijuana, hashish, “maria” o semplicemente cannabis, ma non dite che è una droga leggera. Si tratta della sostanza illecita più venduta al mondo e la sua diffusione nel nostro Paese è in drammatico e costante aumento, complici soprattutto le famiglie sempre più instabili e una certa leggenda rosa che tende a sminuirne il rischio di dipendenza e i pericolosi effetti fisici e psichici. Un quadro a tinte fosche quello sul consumo di cannabis in Italia fotografato dalla Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze, presentata nel luglio scorso dal ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che mostra tra il 2001 e il 2005 “un aumento dei consumi di cannabis”, a cui va associato “un aumento dell’uso di eroina e cocaina sporadico/occasionale”.
Una seduzione quella a base di cannabis e cocaina cui troppi italiani sembrano non saper resistere, ma che ha inizio spesso con lo spinello scambiato a scuola e provato di questi tempi da un italiano su tre: il consumo della canna è cresciuto in quattro anni del 45% (quasi 3 milioni di persone in più si sono avvicinate a questa droga), si legge nella Relazione. Per quanto riguarda i consumi aumenta il numero dei soggetti (di età compresa tra i 15 ed i 44 anni): se nel 2001 era il 22% degli italiani ad aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita, nel 2005 la percentuale è salita fino al 32%, aumento che si riferisce anche al consumo nell’ultimo anno e nell’ultimo mese.
Il fenomeno, incentivato dalla disinformazione, prende sempre più piedi però fra i giovani. Il 24,5% degli studenti intervistati ha ammesso di aver fumato cannabis almeno una volta negli ultimi dodici mesi e fra loro, il 26% dice di averlo fatto più di venti volte. Nella Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze per il 2005, si riferiva che in quell’anno 145 mila studenti avevano fatto uso combinato di più sostanze (nel 98% dei casi una era la cannabis) e che in particolare 75.000 studenti (il 3% del totale) avevano fatto uso quotidiano di cannabis. Non stupisce quindi se, nel 2006, in merito alle segnalazioni per possesso di sostanze stupefacenti l’attività delle Prefetture ha riguardato per la maggior parte casi di detenzione di cannabis (75%).
In Italia, in generale, la cannabis risulta essere la sostanza di iniziazione per l’85% dei consumatori di cocaina e per il 74% dei consumatori di eroina. Mentre, in base alle indagini condotte negli ultimi anni soprattutto all’interno delle discoteche, sembra fortemente correlato anche il consumo in età adolescenziale di cannabis e l’utilizzo successivo di ecstasy e pasticche a base di anfetamine. Un dato quello del consumo di cannabis che si cela e spesso scompare dietro l’alto tributo di sangue (nel 2006 sono stati in tutto 517 i decessi per overdose) e dei costi sociali da “salasso economico” legati all’uso di sostanze illegali che, secondo la Relazione, sarebbero stimati intorno ai 10 miliardi e 500 milioni di euro.
Per quanto riguarda, invece, i soggetti presi in carico nel 2006 dai Servizi per le Tossicodipendenze (SerT) presso le Asl italiane, si parla di un trend in aumento dal 2001 (il 14% formato da nuovi utenti, l’86% da utenti già in carico dall’anno precedente o rientrati), il 10% dei quali hanno richiesto il trattamento per la cannabis. Inoltre, tra gli utenti dei SerT che sono stati sottoposti a trattamenti diagnosticoterapeutico-riabilitativi non farmacologicamente assistiti (il 38%), il 19% era costituito da consumatori di cannabis, per la maggior parte in trattamento con interventi di servizio sociale o lavorativi.
Così, mentre a Montecitorio i parlamentari si mettono in fila per i test antidroga e un deputato si abbandona per “solitudine” alla dolce vita di felliniana memoria, «il nostro Paese è l’unico a non avvisare i giovani che, con lo spinello, rischiano la malattia e il danno cerebrale, cognitivo, e caratteriale», osserva il professor Claudio Risé, psicoterapeuta e firma nota su diversi quotidiani e riviste nazionali per i suoi interventi su temi di psicologia sociale ed educativa, nel suo ultimo libro intitolato Cannabis: Come perdere la testa e a volte la vita (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, pp. 220, euro 12,50). «La disattenzione dei politici, la sdrammatizazione dei media e l’apologia del fumo da parte dello star system fanno sì che in Italia la cannabis non sia considerata un problema», osserva ancora Risé, che è docente di Psicologia dell’Educazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano Bicocca.
In un’Europa, ormai divenuta il principale mercato per lo smercio di hashish al mondo e dove l’andamento del consumo sembra essere legato alle politiche di maggior o minor intervento degli Stati, l’Italia continua a muoversi in direzione ostinata e contraria senza progetti di ampio respiro, e mostrando al riguardo incoerenze e assenze nell’ambito della educazione, della comunicazione e della sanità. Ne è riprova il decreto del Ministro della Sanità, Livia Turco, dell’agosto 2006 – successivamente bocciato dal Tar del Lazio nel marzo 2007 – che aveva innalzato da 500 a 1.000 milligrammi la dose di cannabis considerata per uso personale ed entro la quale non sarebbe scattata alcuna sanzione penale. E stiamo parlando della stessa Livia Turco che nell’introduzione alla Relazione del 1999 – allora ricopriva l’incarico di Ministro per la Solidarietà sociale – parlava di “impegno di informazione e prevenzione” contro la diffusione delle “nuove droghe”, dando particolare sottolineatura alla necessità di cercare «nuovi linguaggi e nuove modalità per comunicare con i ragazzi e le ragazze, nella consapevolezza che una vera prevenzione deve coincidere con un’attenzione vera alla vita dei giovani».
Una tutt’altro che amara constatazione affiora però sulla bocca del ministro Ferrero, il quale, nella recente presentazione della Relazione al Parlamento, ha ammesso: «Siamo […] – insieme a Malta – l’unico Paese che non si è dotato entro il 2005 dell’organico piano di lotta alle droghe quadriennale previsto dall’Unione Europea». Sull’altro fronte, invece, paesi come la Germania, l’Austria, la Francia, il Regno Unito e i Paesi Bassi – terra della liberalissima Olanda, patria dei coffee-shop – vedono il diffondersi di centri di consulenza specializzati in droghe particolari, “corsi sulla cannabis” o persino siti web di auto-aiuto, nel tentativo di correre ai ripari di fronte ai dati emersi sulla relazione tra uso di cannabis e patologie psichiatriche. E a quanto pare anche all’Ue si sono accorti dei nostri ritardi se nella Relazione annuale 2006: evoluzione del fenomeno della droga in Europa, curata dall’Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze, si afferma che «il modello culturale dominante in Italia è privo dell’elemento centrale necessario perché questi interventi preventivi ‘leggeri’ siano efficaci: la condanna sociale della cannabis, condivisa e diffusa dalle élites dirigenti».
La cannabis si conferma quindi di diritto la sostanza stupefacente più gettonata, e non solo tra i ragazzi. Stando alla Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia per l’anno 2005: «Circa il 35-40% della popolazione giovanile scolarizzata tra i 15 e i 19 anni approva l’uso di cannabis e lo stima un comportamento non a rischio per la propria salute». Nel corso degli ultimi anni poi quasi cinque milioni di italiani hanno cambiato il proprio giudizio nei confronti della pericolosità dell’uso di cannabis (nel 2001 il 71% degli uomini e l’80% delle donne esprimeva una forte disapprovazione, nel 2005 queste percentuali sono scese al 64-68%). Spesso la canna viene infatti assimilata alla classica sigaretta, sebbene i danni causati dalla cannabis siano superiori a quelli del tabacco (3-4 sigarette di cannabis equivalgono a 20 sigarette di tabacco per i danni polmonari arrecati).
«La leggenda mediatica e culturale, però, che in Italia parla di questa sostanza è invece rosa […], si tratta di una narrazione a lieto fine cui la classe dirigente italiana (particolarmente quella che si occupa di informazione e di politica) non vuole rinunciare», afferma il professor Risé che punta il dito contro quegli “ostinati partigiani della cannabis”, retaggio dell’“egoismo umanitario degli anni ’70”.
A dispetto dell’allarmismo lanciato dalla comunità scientifica internazionale – soprattutto a partire dalla metà degli anni ’90 -, nel Belpaese solo nel 2002 la Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, elaborata dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (in carica era allora Roberto Maroni), si è occupata per la prima volta della chimica del tetraidrocannabinolo (THC), descrivendone con precisione gli effetti sul cervello, constatando la conseguente dipendenza indotta dalla sostanza e l’associazione tra consumo di cannabis e sviluppo di problemi psichiatrici.
A questo proposito il volume del professor Risé offre un ampio e documentato campionario: l’assunzione di cannabis nell’età adolescenziale aumenta, infatti, in modo proporzionale alla dose, il rischio di sviluppare la schizofrenia, oppure la successiva comparsa di depressione e di attacchi acuti di ansia e panico, così come il rischio di dipendenza, con irritabilità, ansia, difficoltà di dormire, aumento di aggressività e delinquenza. Per non parlare poi dell’indebolimento del sistema immunitario e maggiori possibilità di contrarre infezioni; dei disturbi cognitivi e riduzione della capacità di ragionamento, di concentrazione, di immagazzinamento delle informazioni necessarie a pensare, ridotta espressività del linguaggio; e del contributo all’abbassamento del livello di testosterone e all’infertilità maschile. Nelle ragazze, invece, porta a irregolarità nel ciclo mestruale e nell’ovulazione tali da condurre all’infertilità, mentre nelle donne incinte può condurre al rischio di aborto e gravidanza extrauterina o può provocare nel bambino, sin dai primi anni, gravi deficit psicologici e cognitivi, iperattività, disturbi dell’attenzione ed eccessiva impulsività, ritardi nello sviluppo del linguaggio, problemi di integrazione sociale.
In conclusione, non bastano più delle voci isolate nel deserto. Servono messaggi (e direi anche testimonianze di vita) più chiari dall’alto, perché una felicità fatta di un’ora di risate, acquistata per pochi euro e mandando in fumo la propria vita, richiede un prezzo troppo alto da pagare.
Mirko Testa, L’Occidentale

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2 Responses to Una politica leggera contro droghe tutt’altro che leggere

  1. piero says:

    da lancet (riportata nel sito del dronet)

    30-07-2007 Il rischio di psicosi fra gli assuntori regolari di cannabis risulterebbe incrementato fino al 200% rispetto ai non assuntori. L’effetto sarebbe proporzionato alla dose. In media si può parlare di circa il 40% in più di rischio. E’ – in sintesi – il risultato a cui perviene una rassegna di studi (“meta analisi” a partire dal vaglio di un database di 4804 precedenti studi) portata a termine congiuntamente dalle università di Bristol, Cambridge, Cardiff e dall’Imperial College di Londra, pubblicata venerdì scorso su Lancet. Lancet evidenzia che, partendo dal dato che vede un uso lifetime (almeno una volta nella vita) di cannabis fra i giovani adulti del 40%, aggiungendovi un incremento di rischio pari al 40% (media di incremento dimostrata dalla ricerca), è lecito ipotizzare che almeno il 14% delle psicosi diagnosticate nel Regno Unito potrebbero essere evitate, se questi soggetti non facessero uso della sostanza. In particolare, considerato che il tasso di incidenza annuo della schizofrenia fra i soggetti dai 15 ai 34 anni è stimato in 37 unità ogni 100.000 abitanti, se ne deduce che – allo stesso modo – almeno 800 casi di schizofrenia potrebbero essere evitati nel Regno Unito ogni anno. Questo il link all’articolo in versione integrale, messo a disposizione da The Guardian: Theresa H M Moore, Stanley Zammit, Anne Lingford-Hughes, Thomas R E Barnes, Peter B Jones, Margaret Burke, Glyn Lewis, Cannabis use and risk of psychotic or affective mental health outcomes: a systematic review, The Lancet, Vol 370 July 28, 2007.
    Staff Dronet

  2. lucia says:

    segnalo l’ultimo rapporto usa sulla relazione droga e violenza tra i giovani, purtroppo la cannabis, come lei dice già nel suo libro, è al centro nel determinare violenza tra i giovani
    tutto in
    http://www.whitehousedrugpolicy.gov/news/press07/061907.html

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