La cura degli altri

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 agosto 2007

E’ ancora possibile assumersi personalmente la responsabilità verso altre persone? O, in parole più semplici, è possibile “curare”, “prendersi cura di” un altro, di qualcuno che ti viene affidato appunto per ricevere assistenza? Cosa si rischia? Viene da domandarselo leggendo le cronache, (oltre che dell’asilo di Rignano, ed altri simili), che riguardano don Pierino Gelmini, accusato di abusi sessuali da tossicodipendenti allontanati per furto da una delle Comunità da lui dirette.
Don Gelmini è un uomo navigato: 164 Comunità in Italia, 74 nel mondo, 300 mila persone curate in 40 anni nelle sue comunità: “un uomo potente”, come l’ha definito la deputata Katia Belillo, chiedendo quindi garanzie per chi l’ha querelato. L’onorevole ha accompagnato la sua richiesta con una serie di convinzioni (credo diffuse nell’opinione pubblica), che dimostrano appunto l’alto rischio che assume oggi chi si prenda cura di un’altra persona.
Una è questa: «solitamente se le persone denunciano non è che lo facciano solo per fare del male a qualcuno». Chissà se è mai stato così: basta pensare all’antico mito greco di Fedra, che denuncia di essere stata violentata dall’innocentissimo figliastro Ippolito proprio per farlo uccidere, per vendicarsi di essere stata rifiutata da lui. Comunque non è così oggi.
Anche in Italia la denuncia giudiziaria è da tempo uno dei principali strumenti di potere e di lotta politica, tanto da aver costretto la sociologia politica a creare il termine di “circo mediatico-giudiziario”, ed aver consentito addirittura l’abbattimento di un regime, la cosiddetta “prima repubblica”.
Del resto la Belillo va subito al punto nella sua interessante intervista, quando dice: «Lui (Gelmini) è il leader di quella comunità, e nei confronti del leader si scatena l’amore e l’odio». Infatti è così. La posizione di potere (di “leader”, ma anche di maestra, di autorità educativa, spirituale, o terapeutica), scatena sentimenti, ed anche interessi, contrastanti. Ecco quindi che, oltre alla necessità di garantire chi denuncia, è soprattutto evidente quella di tutelare il presunto “leader” o capo, o comunque la figura che ha avuto il coraggio (e l’imprudenza) di prendersi la responsabilità di un altro, di prendersi cura di lui. Che naturalmente è un soggetto debole, altrimenti non ci sarebbe stata alcuna necessità di farsene carico.
Oggi però la “debolezza” di chi è curato, oltre a provocare la presa in carico da parte dell’altro, di chi si sente abbastanza forte da farlo, diventa un’accusa in più contro chi ha osato esporsi in questo modo, e un rafforzamento nella posizione di chi lo attacca. Come illustra sempre l’intervista di Belillo: «di solito le accuse di violenze vengono da persone deboli, come i bambini, o le donne fragili». E’ vero, ma se non si tutela anche chi ha l’audacia di porsi come leader, o anche soltanto chi compie un semplice gesto di cura nei confronti dell’altro, il debole sarà sempre più solo, e abbandonato.
Ogni giorno si apprende di qualche bimbo, o donna in difficoltà, cui nessuno ha badato, in una metropoli (ma a volte anche un paese). Come mai? Ma perché per prenderti cura dell’altro indifeso, come ha fatto per decenni Vincenzo Muccioli, che per questo fu messo in catene, e forse anche Don Gelmini, dovresti avere, se non sei un Santo, o un temerario, un qualche tipo di garanzie. Oggi previste in abbondanza per i soggetti deboli, ma non per i “forti”, quelli che credono di avere energie e risorse per occuparsi di chi si rivolge a loro. E viene supertutelato quando si rivolta contro chi li cura. Ma poi abbandonato.

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One Response to La cura degli altri

  1. Roberto L. Ziani says:

    Caro prof.Risè,
    in effetti in poco più di mezzo secolo si è passati da una posizione in cui la figura-guida era accreditata di tali competenze da poter esercitare un potere facilmente suscettibile di totalitarismo e crudeltà ad una situazione in cui i vincoli ed i controlli posti sul “potere” si sono rafforzati fino quasi a divenire autentiche pastoie. “Chi controlla i controllori”, ottimo principio latino, pare essere un po’ degenerato, trascinando con sè (oltre alla tentazione dell’anarchia edonista) anche una certa paranoia popolare; tra la gente noto infatti che si tende a sospettare sempre di più colui che detenga nominalmente qualche facoltà, chiunque sia, di essere un raccomandato ed un corrotto.
    La saluto.
    RLZ

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