L’impresa dell’estate? Resistere alle cronache intossicanti dei cinici senza cuore

Claudio Risé, da “Tempi”, 23 agosto 2007, www.tempi.it

La fatica maggiore di quest’estate? Non farsi sopraffare dai cattivi, disperanti, sentimenti. Che poi ti fanno sentire meschino, futile, alle prese con cose da niente, che tendono, quindi, a ridurti a niente.
Bisognerebbe, forse, non leggere i giornali. Ma come fa uno che è – tra l’altro – giornalista da più di 40 anni, e che grazie alla dipendenza, parziale, dalla carta stampata è riuscito ad evitare del tutto quella da tubo catodico?
Non sono solo le gesta dell’onorevole Mele. Roba sua, se non che poi dichiara che è stato bravo perché ha telefonato al ricevimento dell’albergo per avvisare che la ragazza stava male «invece di andarmene semplicemente, come moltissimi avrebbero fatto». La norma di riferimento è, dunque, non solo la “fragilità umana”, dallo stesso invocata a scusante (ed in effetti umana), ma la vigliaccheria, la protervia, il mollare una che sta male, forse a causa tua, o comunque. Se tu sei un pelino sopra di quella norma, quella del senza cuore, sei un tipo bravo, notevole.
La rabbia aumenta quando ti accorgi che nessuno, poi, si indigna per questo: tutti avanti sull’ipocrisia del cattolico che tradisce la moglie, sulla “squillo” (precipitando anche lessicalmente dall’era delle chat e SMS, all’indietro negli anni 50, va be’ che erano quelli democristiani), sulla planimetria dell’albergo in via Veneto, dolce vita e via scemenziando. E la viltà, dove la mettono, gli opinion maker? Il sentirti riscattato, e dirlo, solo perché hai fatto una telefonata balbettando, da cui nessuno ha capito cosa era successo, tanto che poi la poveretta ha dovuto richiamare lei per far capire, e scagliare poi le tue autodifese in testa a milioni di poveri diavoli che, invece, fanno quel che possono, aiutano la vecchietta, rimettono in piedi il bambino caduto, dicono scusi, e adesso leggono di te, dalla sdraio, tra un grido di bambini, loro e di altri, e mogli accigliate, che tuttavia faranno la loro parte, come ieri, come sempre?
Come non essere travolti dalla vergogna, che lui non prova, e neppure quelli che commentano parlando di carne debole, ipocrisia, cattolicesimo, matrimonio, e non di viltà, dell’altro usato come oggetto, anche dopo, anche quando sta male, e non c’è più scusante. Siamo miserabili non perché e quando cediamo alla carne, di cui siamo fatti, ma quando non abbiamo cuore. Questo delitto però, il più grande, non è neppure visto, e quindi mai commentato.
Ed allora non è l’esistenza della cattiveria, o dell’assenza di bontà che sconcerta, ma il fatto che nessuno si ponga il problema. Che i tossicodipendenti (come ogni persona debole e bisognosa) possano ricattare e mordere la mano che li ha aiutati è cronaca e storia, ma perché non una parola sulla difficoltà di chi aiuta, di chi cura, che in queste condizioni può essere travolto dal primo PM che raccolga tre testimonianze concordate, come già fu per Vincenzo Muccioli, incatenato in tribunale, dopo migliaia di ragazzi salvati? E’ possibile aiutare, curare, accogliere, nel modello culturale e comunicativo, dei senza cuore?
E’ il cuore, il vero nemico del potere secolarizzato. Per questo non se ne parla mai. Per questo le sue cronache sono intossicanti. Ma non bisogna lasciarsene avvelenare.

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One Response to L’impresa dell’estate? Resistere alle cronache intossicanti dei cinici senza cuore

  1. piera says:

    Sui giornali finalmente qualcuno chiede interventi. Ad esempio a Milano

    Sezione: droga lotta – Pagina: 001
    (26 agosto, 2007) Corriere della Sera

    Campagna di prevenzione a Milano

    LA DROGA E I DANNI

    Nel 1995 il Lancet scriveva: «fumare cannabis anche per molto tempo non è dannoso per la salute». Non è più così. Lo spinello fa male. «Ottomila giovani poco più che ventenni in Lombardia hanno disturbi psichici legati all’ uso di droghe» ha detto Carlo Lucchina al meeting di Rimini. Cocaina, eroina, ecstasi, certo, ma è vero anche per la cannabis, che provoca psicosi transitorie come difficoltà di concentrazione, attacchi di panico, e disturbi affettivi. Ma è vero che a lungo andare la cannabis causa malattie più gravi come schizofrenia e depressione? Questo era meno chiaro, ma sarebbe stato importante saperlo. Sono malattie invalidanti, per la famiglia è un dramma, e c’ e un costo per il sistema sanitario. Il Lancet di questi giorni ha preso in esame tutte le evidenze finora disponibili. Il rischio di malattie mentali aumenta del 40% in chi usa cannabis. Rischia di più chi fuma di più, ed è logico. Qualcuno pensava che la cannabis avesse effetti particolarmente negativi per chi iniziava ad utilizzarla molto presto (il cervello continua a svilupparsi nell’ adolescenza esporlo a sostanze tossiche in quel momento lì poteva essere pericoloso). Ma non pare sia così. L’ avere una malattia mentale dopo dipende da quanta cannabis si è consumata, non tanto da quanto presto si è cominciato. Chi ha sempre negato che lo spinello potesse far male aveva qualche buona ragione. Ammettiamo che qualcuno subito prima dell’ insorgere di certi disturbi psichici incominci a prendere cannabis per alleviare i sintomi. Allora sarebbe la psicosi che porta all’ uso di cannabis non il contrario. Ma nel lavoro del Lancet certi sistemi statistici che correggono per i fattori di confusione hanno fatto vedere che l’ associazione fra uso di cannabis e malattie mentali resta significativa comunque indipendentemente da queste considerazioni. Facendo due conti viene fuori che se nessuno consumasse più cannabis si eviterebbero solo in Inghilterra 800 nuovi casi di schizofrenia all’ anno. Questo studio non risolve tutto e non spiega i meccanismi che legano il consumo di cannabis allo sviluppo di malattie mentali. Per saperlo di più ci vorrà altra ricerca. Ma è venuto il momento di fare marcia indietro. Non è vero che lo spinello «non fa poi così male». I dati adesso ci sono e ce n’ è abbastanza perché chi governa la sanità informi ragazzi, genitori, e insegnanti su questi rischi. Perché non cominciare e farlo a Milano?

    Remuzzi Giuseppe

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