La nostalgia di un padre sconosciuto

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 17 settembre 2007

La nostalgia di un padre sconosciuto, che non ti ha iniziato alla vita, può distruggere la vita di un uomo. Aleksander, ad esempio, aspettava uomini avanti negli anni in uno dei grandi parchi della città, con una bottiglia di vodka in mano. Raccontava sempre la stessa storia: voleva berne un goccio con qualcuno, seduto su una panchina, per ricordare il cane morto da poco. Gli anziani erano colpiti da questo giovane sensibile, e dalla vodka “Veles” (un dio pastore del paganesimo russo).
Poi Aleksander, e la vodka, facevano il loro effetto. Gli uomini si ubriacavano, e il giovane li uccideva, fracassandogli il cranio. A volte infilava nella loro testa dei rametti del bosco, immedesimandosi col dio pastore (quindi guida, inziatore) Veles, cui era dedicata la vodka. Man mano che la conversazione avanzava, si sentiva loro padre. Appena arrestato ha dichiarato: «Io ero come un padre per quelle persone. Ero io che aprivo loro la porta di un altro mondo».
Come spesso accade, il delirio della follia esprimeva, anche in questo caso, un bisogno profondo. La più profonda, tra le funzioni paterne, è proprio quella di aprire al figlio, che è ancora nell’infanzia, “le porte di un altro mondo”, quello della vita adulta.
Aleksander Pichushkin questo padre non l’aveva mai avuto, come tanti altri bambini nell’U.R.S.S., dove la famiglia unita era stata spazzata via dall’ideologia. Cresciuto con la madre, aveva però avuto, nell’infanzia, un nonno, che gli aveva fatto un po’ da padre. Anche il nonno, però, l’aveva lasciato, risposandosi, prima di averlo davvero iniziato alla vita ed al mondo. Da allora per Aleksander la nostalgia per la figura paterna era diventata odio. Aveva cominciato a bere. Era diventato anche appassionato di scacchi, ansioso di vincere la partita della sua vita, che sentiva perduta. Per via di quel padre, che non l’aveva iniziato, che non era stato il suo pastore, come in cuor suo, e nel profondo del suo inconscio, ogni bambino si aspetta che il padre sia.
I padri, dunque, dovevano pagare. Aleksander si trasformò così nel celebrante notturno dell’antico dio dei pastori-guida delle loro pecore, e delle iniziazioni, Veles dalla testa di lupo. Gli uomini, padri mancati, dovevano essere puniti dal nuovo sacerdote della vendetta dei giovani privati del padre iniziatore.
Ma dove incontrarli? Gli uomini amavano la vodka, questo Aleksander lo sapeva, sua madre glielo aveva detto tante volte; del resto anche lui, che era un uomo (anche se non del tutto: non aveva mai avuto una ragazza), l’amava. Allora Aleksander li avrebbe aspettati, con una bottiglia di vodka in mano, in uno dei viali del Bitsa, il parco vicino a casa, la sera, quando il buio inghiotte gli alberi. Quella sarebbe stata la sua partita da vincere: ne avrebbe uccisi 64, quante sono le caselle della scacchiera. Così incominciò la sua opera, 15 anni fa, a 17 anni. Con pazienza, perfezionando il rito, ne uccise 61, ha raccontato ora alla polizia. Ma dopo il sessantunesimo (gliene mancavano solo 3), la polizia arrestò dalle parti del parco un transessuale, nella cui borsetta aveva trovato un martello. Per Aleksander era troppo.
Lui, che apriva come un buon padre una nuova vita ai padri che non l’avevano aperta a lui, scambiato per un transessuale. Invitò nel parco la sua collega, una donna matura, che non gli interessava affatto. Lei, stupita, telefonò davanti a lui al figlio, avvisandolo che intendeva fare una passeggiata con quel collega silenzioso. Lui la uccise, alla svelta, senza completare il rito. Poi aspettò la polizia.
La partita era finita. Male. Lo sapeva fin dall’inizio.

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