Donne in camice bianco

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 1 ottobre 2007

Il medico sarà sempre più spesso una donna. Già nel 2003 il 60% dei laureati in Medicina erano donne. Un’impennata vertiginosa: nel 1990 erano meno del 15%. La tendenza è però ancora all’aumento: nei prossimi 10 anni 8 su 10 dei nuovi medici saranno donne. Una rivoluzione non dappoco, sia nella pratica, che nell’immaginario dove la professione del “dottore” è da sempre uno dei punti di forza del fascino maschile, non a caso celebrata da romanzi e film dedicati all’eroe in camice bianco.
Il femminile si avvia così ad occupare una posizione che rappresenta uno dei suoi punti di forza naturali: il prendersi cura dell’altro è infatti qualcosa che la donna ha sempre fatto, e per cui possiede un talento naturale. E’ possibile però che questo cambiamento così rapido produca qualche problema.
Innanzitutto negli uomini che operano in questo settore, fino a poco fa quasi tutto maschile, e dove tuttora la grande maggioranza dei posti di responsabilità è occupata da maschi. Ma anche nei pazienti, soprattutto maschi, che si aspettano un medico uomo, e si trovano di fronte una donna.
In alcune specialità, urologia per esempio, le donne erano finora pochissime, e molti pazienti si teme che manifestino segni d’imbarazzo, al contrario delle intrepide dottoresse che hanno deciso di dedicarsi ai loro disturbi. Anche per andrologia, che si occupa dei disturbi sessuali maschili, alcune associazioni sembrano perplesse: come si sentirà un uomo nel raccontare i propri guai ad una donna?
Molte di queste preoccupazioni, però, sono probabilmente infondate. In realtà, per esempio per quanto riguarda l’intimità maschile, l’uomo è da sempre abituato a presentare i suoi problemi alla donna: dalla mamma, alla fidanzata, alla moglie, sono loro le prime interlocutrici cui il maschio porta le sue incertezze, le sue domande, e le sue paure. Tanto che il padre, che necessariamente dovrebbe comunicare col figlio su questo terreno, fa non poca fatica per ritagliarsi uno spazio di dialogo nello stretto rapporto che il bimbo tende a mantenere con la madre.
Se poi qualcosa si inceppa nelle comunicazioni tra i maschi e queste figure femminili istituzionali, le loro confidenti diventano spesso le prostitute, come sembra ignorare il Ministro dell’Interno italiano con la sua visione repressiva di questa professione, che in molti paesi occidentali è invece utilizzata come funzione ausiliaria, ad esempio, della psicoterapia.
Gli uomini, insomma, hanno sempre presentato il loro corpo alle donne, perché se ne prendessero cura: è un atteggiamento istintivo, che risale alle prime esperienze di accudimento ricevuto dalla madre. Sembra dunque difficile che, ora che sotto i camici bianchi aumentano le presenze femminili, scattino blocchi psicologici importanti proprio nella cura medica, dove l’aspetto corporeo (che rimanda, anche nell’inconscio, alla figura materna) è così importante.
E’ probabile, invece, che questa crescita di presenze femminili della professione medica ponga nuove sfide, certo scomode, ma forse benefiche, ai medici uomini. Non certo sulla capacità tecnica: l’idea che le abilità cognitive dell’individuo adulto siano maggiori o minori nell’uno o nell’altro sesso fa parte delle fantasie razzistiche, di superiorità o inferiorità tra i gruppi, che da sempre turbano la mente umana.
Nello stile di relazione, però, una maggior presenza femminile potrebbe forse cambiare qualcosa, dando più spazio al rapporto, all’ascolto, all’attenzione affettiva, rispetto ad un atteggiamento più tecnico, che soddisfa in realtà solo alcuni aspetti della richiesta di cura.

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4 Responses to Donne in camice bianco

  1. cesare says:

    L’ipotesi delle donne medico portatrici di una maggiore capacità di ascolto e di accoglienza è sensatissimo, è secondo dottrina e, forse, anche vero per diffusa esperienza. E naturalmente auspicabilissima una sfida tra personale medico, grazie alle donne in corsia, per un di più di affetto per chi sta male, maschio o femmina che sia.Ma verità vuole che non taccia l’esperienza dei reparti oncologici e geriatrici fatta nell’ambito dela mia parentela stretta: sarà senz’altro un caso che conferma la regola ma ad essere maggiormente comprensivi e accoglienti erano (e sono) i maschi. Forse Eraclito che ci ha lasciato l’invito ad aspettarci sempre l’inaspettato, non aveva tutti i torti.

  2. Alanus says:

    Apprezzo molto, di solito, le sue ricerche e le sue considerazioni. Però non capisco come si possa parlare della prostituzione come di una professione: è un fatto, ma non un fatto positivo, come lei sembra supporre nell’articolo. Oppure ho capito male? La prostituzione non è forse distruzione del senso della sessualità, inganno e autoinganno deludente, frustrante?

  3. Redazione says:

    Per Alanus. Nel pezzo, dedicato all’abitudine maschile di essere “accolti” dalle donne, dicevo che quando questo accoglimento da parte di figure “istituzionali” non funziona, gli uomini sono da sempre abituati ad essere accolti, anche affettivamente dalle prostitute (ci sono molti documenti di prostitute su questo). Aggiungevo che in diversi paesi la psicoterapia ha utilizzato questa loro disponibilità e capacità a fini terapeutici, senza chiudere il fenomeno in una visone solo poliziesca- come fa il nostro ministro degli interni con un moralismo che mi sembra molto ottuso, disinformato, e disumano. La sua domanda mi chiede un giudizio “assoluto” sulla prostituzione, che non sono in grado di dare. Si tratta di un fenomeno molto ampio, non a caso praticato da sempre e dovunque, con motivazioni molto diverse. Avendo una lunga vita dietro di me, ho visto prostitute rovinose, e prostitute generose, prostitute schiave ed altre del tutto libere. Ne ho viste di moralmente caste, e di profondamente corrotte, così come ho visto mogli che avevano col marito un rapporto peggio che mercenario, ed altre sante. Mi sembra del resto che anche nel Vangelo questa figura sia tutt’altro che appiattita sul vizio. Come ogni figura che ha a che fare con la passione, il desiderio, e l’affetto umano, ritengo la si debba guardare con attenzione, umanità, e rispetto. Claudio

  4. armando says:

    E’ di uno sguardo sugli eventi umani come quello prospettato da Claudio Risè nella risposta a Alanus, ciò di cui abbiamo più bisogno. Non quello ideologico di chi vuole ricondurre la complessità della vita e dei sentimenti a una verità precostituita, e neanche quello moralistico di chi giudica.
    armando

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