Negare Dio aiuta le dittature

Claudio Risé, da Tempi, 4 ottobre 2007, www.tempi.it

I totalitarismi odiano Dio, perché odiano la libertà che egli dà all’uomo. Sanno però usare con grande abilità la domanda religiosa che risiede nel cuore umano, per affermare il proprio potere. Il fenomeno era stato in parte già studiato, prima di tutti da Lederer, negli anni Quaranta (Lo Stato delle masse, Bruno Mondadori editore), che, prima ancora di Hannah Arendt, aveva mostrato come i regimi totalitari si fondassero sulla distruzione delle culture e delle appartenenze trasmesse dalle tradizioni (quelle di cui parla Giussani ne Il rischio educativo), la cui origine profonda è sempre religiosa, per costruire l’uomo massa, permeabile alle richieste dei capi, e del loro sistema di schiavitù.
Prima di distruggere le religioni però, i totalitarismi in statu nascenti le usano, conoscendone a fondo la forza inestinguibile. Anzi una delle leve di cui si servono per abbattere le democrazie secolarizzate nate dalle rivoluzioni borghesi del Settecento e dell’Ottocento è proprio il disprezzo che queste ultime, intrise di razionalismo superficiale e di mitologie giacobine, mostrano per il fenomeno religioso.
Hitler, un indiscutibile esperto di totalitarismo, ricordava che «la fede esiste dappertutto in uno stato di dormiveglia, ed il trucco sta nel risvegliarla con un credo politico entusiasmante, così come si fa quando si getta un fiammifero sulla paglia secca». Questa consapevolezza è oggi fortissima anche nei totalitarismi islamici, che Hitler l’hanno studiato molto bene (anche per via del comune nemico: gli ebrei), ed hanno inventato il fondamentalismo come strumento per la propria affermazione e diffusione, servendosi del timore/orrore del popolo per il secolarismo occidentale.
Ora uno degli ultimi studi in materia, “In nome di Dio”, dello storico Michael Burleigh, pubblicato da Rizzoli, fornisce ulteriori prove sulla relazione tra la svalutazione della religione nelle democrazie secolarizzate, ed il rafforzamento di tendenze totalitarie. Mentre infatti il modello culturale occidentale adottava la visione “relativista” (non c’è nessuna verità universalmente valida, e comunque non la si può conoscere), la ricerca di Dio ha vissuto una nuova fioritura. Molti giovani occidentali però, trovando le nostre Chiese troppo “incredule” sulla loro fede, e deboli nella riproposizione delle proprie tradizioni (lo stupefacente dibattito contrario al Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino ne è una prova), finiscono – certo sconsideratamente – con l’aderire a organizzazioni religiose che appaiono più agguerrite e convinte, dall’Islam fondamentalista, ad ambigue sette giapponesi ed orientali.
Ciò accade appunto perché la domanda cui la religione risponde è profonda, e ineludibile nell’essere umano, il quale, proprio perché è dotato della ragione, si chiede quale sia il senso della sua vita.
L’esperienza religiosa, da sempre originata da questa domanda, quando viene emarginata o inibita da un modello culturale laicista, viene ricacciata nell’inconscio collettivo. E’ proprio lì, “sotto la paglia”, che i dittatori come Hitler, Lenin, Saddam, Assad e gli altri, ripescano le forze della domanda e della tradizione religiosa per dare forza ai loro regimi di repressione burocratica ed atea.

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2 Responses to Negare Dio aiuta le dittature

  1. antonello says:

    Bellissimo e interessante. Mi vengono in mente i bei libri di Rigoni Stern e Nuto Revelli in cui nella terribile ritirata sul Don, in quella marcia apocalittica di fuga, mentre i tedeschi fuggivano indietro passando, ciechi e con disprezzo, sui corpi dei morenti urlanti nella neve, gli alpini camminavano silenziosi trovando nelle gambe l’ultimo sforzo per vivere al ritmo dell’Ave Maria: “prega per noi nell’ora della nostra morte”. Un diverso senso religioso, per due diverse risposte, mi pare. antonello

  2. armando says:

    Per Don Giussani il senso religioso è immanente all’essere umano. Anche nel marxista convinto, anche in chi, senza nulla teorizzare, trova il proprio dio nella “propria ragazza, gli amici, il lavoro, la carriera, i soldi, il potere, la politica, la scienza: ma qualunque sia l’implicazione ultima che la coscenza umana realizza di fatto vivendo, è una religiosità che si esprime e un Dio che si afferma. Magari il dio di un istante, di un’ora, di un periodo”.
    Se così è, e per me lo è, i contenuti specifici della religiosità balzano in primo piano. Il “pensiero debole” della modernità che si propone di costruire una umanità più buona e mite sulla scomparsa di Dio si rivela una illusione pericolosa. La sfrutta il potere per proporre e imporre gli effimeri feticci di cui parla Don Giussani. Ma proprio perchè sono effimeri, lasciano l’uomo in uno stato di perenne e incolmabile inquietudine, indebolito e permeabile, pronto a lasciarsi manipolare da ideolgie totalitarie ma apparentemente portatrici di valori forti e di senso. Ieri il marxismo e il nazismo, oggi il fondamentalismo islamico, come ben scrivi, caro Claudio.
    Armando

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