La battaglia dei brontosauri contro i giovani

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 ottobre 2007, www.ilmattino.it

Schiacciati nelle pagine di costume, grottescamente rappresentati dai partecipanti al Grande Fratello, i giovani hanno assunto nelle ultime settimane la loro vera fisionomia di Grande Problema Italiano. Ogni famiglia lo sapeva già da un pezzo, ma negli ultimi giorni i maggiorenti del Paese sono stati costretti ad occuparsi di loro. “Bamboccioni”, li ha definiti il Ministro delle finanze, per via del loro ritardare sempre di più l’uscita di casa. Ma Mario Draghi ha spiegato perché lo fanno.
Perché guadagnano troppo poco: il 30-40% in meno dei loro coetanei in Francia, Germania, Regno Unito. Siamo il Paese, ha ancora spiegato il Governatore della Banca d’Italia, fornendo le cifre necessarie a confermare ciò che gli italiani già percepivano ogni volta che andavano all’estero, che ha il minor numero di capifamiglia al di sotto dei trent’anni. Un Paese cioè che infantilizza i suoi giovani, trattenendoli in uno stato di figli (i “bamboccioni” insolentiti dal ministro Padoa Schioppa), fino a quando si ritrovano vecchi, senza mai essere stati davvero grandi.
Inutile ricordare che un Paese senza capifamiglia giovani, è anche un Paese senza bambini. Noi, infatti, siamo il fanalino di coda dell’Europa, mentre Paesi come la Francia registrano un brusco risveglio di natalità, dovuto non soltanto ai cittadini immigrati.
Non è solo un problema economico, ma anche psicologico. I giovani, da sempre il gruppo sociale per il quale batteva il cuore del paese, oggi sono vissuti come un peso. Non è un caso che un Ministro dell’economia, molto avanti negli anni, li definisca con un epiteto insultante, lui che dovrebbe essere al servizio loro, come degli altri cittadini italiani.
L’Italia è anche il Paese europeo nel quale la classe dirigente è più vecchia. I nostri leader politici hanno venti/trent’anni più dei loro corrispondenti europei. Nelle aziende gli ostacoli alla “Legge Biagi” sono un modo per non lasciar entrare i giovani, e mantenere ai loro posti funzionari obsoleti, con un effetto di scoraggiamento verso le nuove leve, e pesanti perdite di produttività e innovazione per tutto il sistema.
Quando chi scrive aveva 25 anni, l’Italia attraversava una situazione analoga. Ero appena tornato dalla Francia, dove De Gaulle aveva mandato in pensione un intero regime, la IV repubblica, per inaugurare la V, mettendoci ai vertici moltissimi giovani, e rimasi stupito dalla senescenza dei nostri potenti. Una delle prime inchieste che firmai (per L’Espresso) si intitolava: l’Italia dei brontosauri.
Ecco, oggi occorre una nuova svolta. I giovani inchiodati nella casa famigliare dai bassi salari e dall’assenza di possibilità di carriere, saldamente presidiate da ultrasettantenni, non possono crescere se gli attuali brontosauri non se ne andranno a casa. Per questo, però, occorre tornare ad amare la giovinezza, l’innovazione, il cambiamento, anche delle idee.
La celebrazione italiana del passato è stucchevole, e un po’ nauseante. Tanto da coprire di insulti un vecchio socialista come Giampaolo Pansa, che scrive presentando anche le ombre della Resistenza, proprio per poterla amare davvero, e non come una rappresentazione di maniera. Anche I Gendarmi della memoria di cui parla Pansa impediscono ai giovani di farsi avanti, di uscir di casa. Perché non consentono il cambiamento, difendendo un’immagine falsa del passato.
Come si vede, molte cose devono accadere perché i “Bamboccioni” smettano di essere tali. Una soprattutto: che gli italiani tornino ad amare il futuro dei loro figli, invece di mangiarseli. Come l’avido Crono, il vecchio Dio, che non voleva lasciare il potere.

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6 Responses to La battaglia dei brontosauri contro i giovani

  1. ermeneuta says:

    Gentile Claudio Risè,

    ho scoperto i suoi libri circa 5 anni fa, e da allora li ho comprati quasi tutti e letti e riletti più volte.
    Devo ammettere che l’incontro con le sue opere e il suo pensiero ha costituito per me una tappa fondamentale nel cammino alla ricerca di me stesso.

    Pur avendo chiaramente capito che a livello politico la pensiamo diversamente continuo a leggerla con attenzione, anche sul suo blog, e condivido molte delle cose da lei scritte (anche se su altre sono assolutamente all’opposto).

    Nel caso specifico di questo suo post che prende lo spunto dalle dichiarazioni di Draghi ( e di cui ho scritto anch’io in un mio post ieri), ne condivido l’impostazione di fondo sul fatto che i giovani in Italia sono da tempo in una situazione molto, vittime di una congiuntura economica difficile, di una società che non favorisce certo l’emancipazione e la voglia di indipendenza, di famiglie soffocanti ed egoiste, e per finire vittime anche di se stessi e della propria pigra voglia di comodità.

    Non ne farei però un problema di destra o sinistra, ma purtroppo si tratta di un problema molto più ampio e antico che affonda le sue radici in un certo substrato socio-culturale italiano molto diffuso che vede ancora nella “Madre” il centro gravitazionale delle relazioni familiari.

    Cordiali saluti
    Salvatore Campo

  2. Emanuelito says:

    Gentile Claudio Risè,

    Lei afferma che gli ostacoli alla legge cosiddetta “Biagi” impediscono l’ingresso dei giovani nelle aziende, una concausa (mi par di capire) del “bamboccionismo”.

    La mia esperienza di trentenne “bamboccione”: non esco dalla mia famiglia perché sono sotto contratto a progetto, in ossequio alle esigenze del flessibile “mercato del lavoro”, e in questo la legge cosiddetta “Biagi” ha la responsabilità pesante di non sfavorire i contratti atipici e di non incentivare i miei datori di lavoro a pagarmi DI PIU’ e NON DI MENO, in virtù del fatto che posso essere lasciato a casa quando (essi) vogliono.
    Il tipo di contratto, le mancate garanzie di cui sopra e il basso stipendio mi impediscono di uscire dalla famiglia per questa ragione: una casa costa. Costa a tal punto, è ovvio, che avrei necessità di chiedere un prestito a una banca. Allo sportello, quando presento la mia busta paga, ridono.

    Saluti.

  3. Ringraziando Claudio Risé per questo generoso articolo, vorrei rispondere ad Emanuelito giacché per solidarietà generazionale ne comprendo le difficoltà e le preoccupazioni, ma non ne condivido le analisi.
    Mi sembra ben evidenziata in questo post la logica che sta alla base dell’attacco alla “Legge Biagi”, che finalmente ha cominciato ad introdurre anche nel rigido mercato del lavoro italiano elementi di modernità e flessibilità.
    E’ nei fatti che la Legge 30 ha aperto le porte del lavoro regolare a moltissimi giovani (e donne): in dieci anni sono stati creati 3 milioni di posti di lavoro.
    I successi di questa nuova legislazione sono ormai riconosciuti da tutti i più attenti riformisti, di destra e di sinistra, ossia da tutti gli osservatori che hanno compreso come per rimanere competitivi la logica del cambiamento e dell’innovazione deve prevalere sulla difesa delle vecchie rendite di posizione.
    Semmai la “Legge Biagi” va applicata e completata. Dal punto di vista politico, si direbbe: costruendo una rete di ammortizzatori sociali e di accompagnamento dei giovani del tutto assente , oggi, nel nostro Paese. Ma come si può fare questo, se non per esempio riducendo burocrazie, lacci statali, e riformando seriamente (non controriformando, come sta facendo questo governo), il sistema previdenziale?
    La precarietà è un grandissimo male che oggi investe le stesse questioni antropologiche (ed in questo senso si legga lo straordinario recente intervento del Santo Padre). Ma la precarietà si vince non tornando indietro, ma andando avanti (perché è giusto, e perché non si può fare altro), non conservando, ma continuando ad innovare. Cioè, liberando energie, favorendo lo sviluppo, dando maggiori opportunità di crescere, di formarsi, di cambiare lavoro, di competere, di dimostrare quanto si vale. In un quadro di maggiori libertà ed opportunità. (E poi qual è lavoro precario? Non è forse precario un “posto fisso” all’Alitalia?)
    Le banche non danno mutui ai “giovani precari”? Certo, perché le riforme non sono completate, e perché il sistema bancario italiano è pienamente impantanato nelle logiche da brontosauri, di cui si parla in questo articolo. Anche qui: più innovazione, magari facendo entrare gruppi stranieri e/o dando forza alle banche più radicate nel territorio (qui in Veneto, ad esempio, gloriosa è la tradizione del credito cooperativo).
    Saluti.
    Ps: sui bassi stipendi, l’emergenza è tutta italiana, e non dipende dalle nuove flessibilità. Anni fa ho lavorato con un contratto interinale per un’azienda, poi quando questa mi assunse a tempo indeterminato, il netto in busta paga diventò più basso…

  4. Emanuelito says:

    Non ne condividi le analisi, Passaggioalbosco? E cosa non condividi, in particolare, del fatto che non posso permettermi di contrarre un mutuo per la casa, a causa del mio contratto che scade tra un anno e non so se verrà rinnovato?

    Leggo la tua risposta, articolata e piena di passione.
    Che bello. Tiro un sospiro di sollievo. Non avevo pensato a tutti quei posti di lavoro creati grazie alla legge 30.

    Caro passaggioalbosco, quasi mi hai convinto. Poi mi ricapita sotto gli occhi la mia busta paga, e all’improvviso parole come “andare avanti”, “liberare energie”, “innovazione”, “sviluppo”, addirittura “libertà”, “opportunità” mi sembrano grandi paroloni vuoti, tratti da un arioso discorso di qualche convegno dove, da un pulpito prestigioso, capi e capetti auspicano le sinergie, richiamano l’attenzione sulle sfide che ci attendono, mostrano diagrammi di crescita e snocciolano numeri a sei cifre.

    E loro, i capi e capetti, hanno uno stipendio bello grasso e un posto di lavoro fisso e duraturo. I successi della legge saranno anche riconosciuti dai parrucconi di destra e di sinistra, ma non sono riconosciuti da ME, che con questo contratto dovrei vivere, mettere via qualcosa, riuscire a pagarci le rate di tutto.

    E delle colpe del sistema bancario, di ammortizzatori sociali, di “completare la legge 30” (che mi domando come mai non è stata fatta già completa), nel suo generoso articolo Claudio Risè non fa il minimo cenno.

    Ecco. Per concludere, ho letto uno degli articoli a cui mi rimandi: mi sono fermato un minuto alla dichiarazione di tale Antonio Polito, in sostegno alla legge 30, cercando di capire cosa volesse dire:

    “Se in inghilterra ci sono meno lavoratori a tempo determinato, è anche perché ne esistono meno a tempo indeterminato.”

    Sarò io stupido, che devo dire?

  5. Il fatto che tu non riesca ad avere credito è un fatto, non un’analisi, l’analisi, che non condivido, è che ciò sia responsabilità della legge 30, che ha innovato il mercato del lavoro.
    Guarda che il “posto fisso” ce l’avranno sempre meno (e in molti casi non ce l’hanno più) neppure manager e professoroni.
    Sulla questione stipendi ho già scritto, dice niente che i Paesi dove le retribuzioni sono più alte, sono quelli dove il mercato del lavoro è più libero, per esempio l’UK?
    Su Polito: le sintesi dei giornalisti sono tremende. Vero è che il lavoro sarà sempre meno “dipendente” (a tempo in/determinato) e sempre più autonomo, per tutti.
    Saluti

  6. Redazione says:

    Sono d’accordo con Salvatore: il problema è il “maternalismo” italiano, prima che la destra o la sinistra. Cìò si incrocia però con un deficit culturale della sinistra, che non sa che nel resto del mondo il mercato del lavoro è libero, e questo consente una maggior spinta, positività, produttività, e quindi salari più alti, perchè le aziende, con un personale giovane e incentivato a migliorarsi, guadagnano di più, e possono pagare di più. Naturalmente la bassa produttività (quindi gli scarsi profitti, ed i bassi salari) è anche determinata dalla pessima qualità della formazione scolastica, professionale, e universitaria italiane. Nella quale anche la sinistra ha responsabilità enormi. Vedasi la lotta alla rivalutazione morattiana della scuola professionale, ridandole dignità (ovvia in un paese con un artigianato d’eccellenza come il nostro), e aprendola alle Università. Purtroppo non serve sostituire una cultura politica (che la sin. non ha più), con la sloganistica del rancore e dell’invidia sociale. Claudio

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