Lo spinello, anticamera di vite bruciate

(Di Anita Loriani Ronchi, da “Il Giornale di Brescia”, 23 ottobre 2007, www.giornaledibrescia.it)

Il Consiglio Superiore di Sanità, già nel 2003, in un documento dal titolo “La cannabis non è un droga leggera”, dichiarava che l’impiego della sostanza stupefacente più diffusa in Italia è gravato da pesanti effetti collaterali quali dipendenza, possibile induzione all’utilizzo di altre droghe come cocaina e oppioidi, riduzione delle capacità cognitive, disturbi psichiatrici ed eventuali malattie broncopolmonari. Due anni prima, nel 2001, il noto psichiatra Giovanni Battista Cassano aveva denunciato in un’intervista la situazione degli ospedali psichiatrici, che vanno sempre più affollandosi con un nuovo tipo di utenza: soggetti affetti da gravi patologie derivate dalla consuetudine all’utilizzo di cannabis.
Eppure – afferma Claudio Risé, che sul tema ha recentemente pubblicato il volume “Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita” (ed. San Paolo) – le conseguenze legate al consumo di una droga ritenuta in una certa filosofia degli anni ’70 portatrice “della pace e dell’amore” continuano ad essere sottovalutate. «I dati sono incontrovertibili. Ho voluto scrivere questo libro per far conoscere i gravissimi danni che questa sostanza provoca e per togliere di mezzo le semplici opinioni, presentando i risultati della ricerca internazionale su cui si basa la politica dei grandi Paesi, ad eccezione dell’Italia» ha detto il noto psichiatra e scrittore, ieri ospite al Teatro Sancarlino per i “Lunedì” curati da Carla Boroni, dove è stato affiancato da Antonello Vanni, curatore della parte documentaria dell’opera, e intervistato da Paolo Ferliga, psicanalista e docente di filosofia.
Il problema coinvolge tutti specie chi, come genitore o insegnante, ha un rapporto diretto con giovani e adolescenti e ha il dovere di sapere quali sono le implicazioni, sia mediche sia psicologiche, di un rituale oggi ancor più praticato di 20 anni fa. «Sentiamo molto parlare, in questi mesi, di persone che per effetto della cocaina e dell’alcol, causano incidenti mortali – ha osservato Ferliga-: sembra siano questi i principali responsabili di tragedie che coinvolgono i ragazzi, ma lo studio di Claudio Risé dimostra che non sempre è vero».
La Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze per il 2005 stima che, in confronto al 2001, i consumatori di cannabis sono aumentati da circa 2 milioni a 3 milioni e 800 mila; soprattutto si è abbassata la fascia di età dei fruitori, che spesso manifestano un’impressionante precocità. Quello che preoccupa maggiormente – ed è il punto su cui Risé e Vanni, che è docente di Lettere insistono – è l’assenza di una corretta informazione, da parte dei media, ma anche della classe dirigente, per ragioni non indagate dallo psichiatra («Ho voluto illustrare qui fatti e statistiche, esentandomi dal fornire giudizi che sarebbero stati prontamente utilizzati per svalutare l’apparato scientifico»).
«Con un decreto del novembre 2006 – ricorda Risé, che è anche Docente di Psicologia dell’educazione alla Facoltà di Medicina dell’Università di Milano Bicocca – il ministro della salute Livia Turco, raddoppiava da 500 a 1000 milligrammi il limite massimo consentito dalla legge, per uso personale di THC (che è il principio attivo dell’hascish). Con questa disposizione veniva sancita la possibilità per chiunque di detenere una quantità di cannabis sufficiente per un’intera classe di studenti».
Andrebbe sgomberato dunque il campo dall’idea che lo spinello sia innocuo. «La cannabis – aggiunge Vanni – è molto pericolosa. Ha specificità che altre droghe non hanno: agisce su parti diverse del cervello e conduce allo smantellamento di siti recettori preposti al funzionamento dell’attenzione e della memoria. L’individuo appare sganciato dalla realtà ed esiste una stretta relazione fra questa droga e comportamenti violenti. Perché nessuno lo dice?». «Probabilmente alla base c’è un modo errato di intendere la libertà e il concetto di limite» sostiene Ferliga.
«Sicuramente è una questione politica, anche se il mio obiettivo non era affrontarla sotto tale punto di vista – commenta Risé -. Sono stato accusato di proibizionismo per il mio libro, ma non è così. Guardo alla Francia, per esempio, dove chi viene trovato in possesso di cannabis non va in tribunale, ma è obbligato a frequentare a proprie spese un corso di informazione sull’argomento». «I giovani – osserva ancora Claudio Risé – sono attratti prevalentemente da fattori identitari, vogliono “riconoscersi” nel gruppo dei pari e non venirne esclusi. Che cosa possiamo fare noi come adulti, terapeuti e insegnanti? Sviluppare un discorso di prevenzione e mettere in atto una strategia educativa, ma soprattutto informare: perché nessuno ha spiegato a questi ragazzi come questa presunta droga leggera influisca sul loro intero percorso di vita e sulla loro futura carriera lavorativa».
Anita Loriana Ronchi

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One Response to Lo spinello, anticamera di vite bruciate

  1. Matteo says:

    Mi sembra molto interessante questa intervista rilasciata dal ministro della Salute dell’Islanda, Paese che negli ultimi anni grazie ad una precisa strategia ha raggiunto grandi risultati nella lotta alle droghe.
    Di grande significato, a mio avviso, soprattutto il passaggio in cui si sottolinea la necessaria spinta che deve partire dai genitori e dalle famiglie e la collaborazione che va instaurata tra famiglie, scuola, associazioni di volontariato e istituzioni politiche.
    Una società drug-free è possibile, se lo si vuole veramente e se ci si muove con determinazione in questa direzione.
    Matteo

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