La crisi delle ideologie stataliste e il ritorno del Sacro

Claudio Risé, da “Tempi”, 8 novembre 2007, www.tempi.it

Secondo il pensiero postmarxista dovremmo preoccuparci della crisi degli Stati nazionali, perché essa mette in pericolo la democrazia. La doppia pressione esercitata sugli “Stati nazione”, figli delle rivoluzioni del Settecento, dalle culture e tradizioni locali, collegate a quelle della globalizzazione, sarebbe sostanzialmente antidemocratica. Così la pensa lo storico di formazione marxista, Eric Hobsbawm, nel suo libro La crisi dello Stato, pubblicato ora in Italia da Rizzoli.
In realtà, tutto il blocco culturale che riconosce le proprie origini nelle “rivoluzioni borghesi” europee del Settecento, protagoniste del processo di secolarizzazione poi realizzatosi nei due secoli successivi, è fortemente preoccupato dal grave indebolimento che ha colpito l’attore politico di questo stesso processo, lo Stato nazionale.
La crisi è precipitata dopo l’avvenimento decisivo che decretò il fallimento dell’utopia secolarista e antireligiosa: l’esplosione, nell’ultimo decennio del secolo scorso, dell’Unione Sovietica. E, con essa, la fine del socialismo reale come prospettiva politica di liberazione e la sua definitiva trasformazione in strumento di oppressione e macelleria sociale, come la realtà di oggi dimostra, in Estremo Oriente, a Cuba, e dovunque venga ancora applicato.
E’ infatti da allora (cioè dalla consunzione dell’utopia di un pensiero unico internazionalista, superiore alle tradizioni religiose e materiali dei vari popoli, un pensiero astratto, ideologico, che uccidendo Dio e le tradizioni che ne parlano facesse dell’uomo la misura di tutte le cose) che i popoli tornano, invece, proprio a Dio, alle origini, alle radici delle tradizioni e degli affetti.
Questo processo indebolisce gli Stati divenuti istituzioni essenzialmente giuridiche, costituzioni e dispositivi legislativi e giudiziari (passione delle sinistre di derivazione marxista), e riavvicina i popoli alle vecchie “nazioni” organiche, all’incirca le attuali regioni e i comuni, che, nella loro maggiore vicinanza ai cittadini e flessibilità burocratica, sono molto più in grado (anche) di inserirsi efficacemente nel processo di globalizzazione.
Ma questo non coincide affatto, come teme Hobsbawm, con un indebolimento delle democrazie. Anzi. I totalitarismi del Novecento, di cui anche lo storico marxista è costretto a parlare, non si erano affatto imposti “contro” gli Stati nazionali, ma furono piuttosto il momento del loro maggior potere, con repressioni anche molto dure verso quei popoli che, al loro interno, non si riconoscevano interamente nello Stato stesso.
Lo stesso sterminio degli ebrei è stato compiuto dal Reich tedesco contro un popolo e una tradizione religiosa che non si identificava con lo Stato, così come furono guidati dagli Stati gli stermini etnico-religiosi nell’Urss, in Turchia e dovunque nel mondo.
Far passare gli Stati nazionali, la cui smania di potere sostanziò i totalitarismi, come campioni di democrazia è un tentativo smascherato dalla storiografia realista, e dai fatti. Il futuro della democrazia non è nelle ideologie stataliste, ma nel lasciare che i popoli si liberino dalla sacralizzazione degli Stati e riconoscano il Sacro lì dov’è, e dove i loro antenati l’hanno da sempre riconosciuto.

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2 Responses to La crisi delle ideologie stataliste e il ritorno del Sacro

  1. Nereo Villa says:

    “Il futuro della democrazia non è nelle ideologie stataliste, ma nel lasciare che i popoli si liberino dalla sacralizzazione degli Stati e riconoscano il Sacro lì dov’è, e dove i loro antenati l’hanno da sempre riconosciuto”.

    Sono in assoluta sintonia con questa posizione di pensiero.
    Credo che il pensiero postmarxista non sia neanche un pensiero ma una patologia del pensare contemporaneo.
    Chi si pre-occupa della crisi degli Stati nazionali, perché essa metterebbe in pericolo la democrazia, o per qualsiasi altro motivo, può farlo solo perché quello è un modo come un altro di non occuparsi della crisi economica di tutto il pianeta.
    La parola “crisi” evoca un concetto ambiguo, polisenso, e difficilmente definibile, riguardante una realtà disordinata. Contemporaneamente esso è metafora d’indecisione e di mutamento, a cui la filosofia, la socio-politologia e l’economia contemporanee dedicano notevole attenzione.
    Riflettere sulla crisi odierna significa, infatti, per lo più, valutare l’adeguatezza metodologica dei più recenti modelli interpretativi della crisi, come, appunto, quello neo-marxista.
    Le modalità del conoscere, della politica, e dei valori, vengono oggi continuamente riformulate alla luce di ipotesi interpretative volte a particolarizzare questo grande fenomeno nelle sue multiformi manifestazioni: quali, ad esempio, la crisi dei paradigmi scientifici, la crisi di governabilità, la crisi delle ideologie e della persona in quanto individualità.
    Ciò che in realtà è veramente in crisi è l’unità dell’io umano. E l’io, in quanto unito in sé, è l’unica risposta possibile.
    L’io disunito in se stesso è invece l’aggregato sconnesso di percezioni che si manifesta come disordine o caos.
    L’io umano va in crisi quando non riesce a percepirsi in modo ordinato, cioè cosmico.
    La percezione cosmica dell’io è pertanto il superamento di ogni crisi.
    L’uomo in crisi è l’uomo “normale” dell’Occidente, che si comporta di fronte ai propri sensi superiori come un vecchietto che, di fronte ad un gruista, affermi: “Comodo oggi costruire le case servendosi della gru… Ai miei tempi, il costruttore di case era un vero costruttore di case, che non sapeva muovere solo leve come fa questo gruista…”.
    A lungo andare, questo atteggiamento interiore porta alla chiusura verso il nuovo…
    Questa è la vera crisi di fronte alla quale ci si comporta come le tre scimmiette del “non vedo”, “non sento”, “non parlo”…

  2. armando says:

    La questione degli Stati nazionali in rapporto alle identità etniche è sottovalutata anche dal pensiero conservatore. Roger Scruton ne “Il manifesto dei conservatori”, libro che a mio parere presenta anche molti lati positivi, titola il primo capitolo “Conservare le nazioni”. Vi si fa un elogio degli stati nazionali moderni come portatori di democrazia in contrapposizione ai legami religiosi o etnici che sarebbero portatori di intolleranza. Nonostanti lo neghi Scruton rimane ancorato al concetto di “contratto sociale”, nonostante lo rivisiti dandogli un significato parzialmente diverso. E’ difficile ma necessario fuoriuscire dall’alveo del pensiero illuminista/razionalista, se si vuole tentare di capire quello che accade intorno a noi. Persistere in vecchi schemi produce danni, perchè il mondo va per suo conto e se ne frega di ciò che in quegli schemi non è compreso.

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