La sofferenza dell’uomo e gli slogan sulla società

Claudio Risé, da “Tempi”, 15 novembre 2007, www.tempi.it

Uno dei guai della cultura relativista è la confusione. Con la scomparsa di Dio, dell’idea di verità, e di un ordine simbolico che la esprima, i soggetti si sovrappongono, le categorie si mischiano. Il risultato non è un arricchimento ma, come sempre nella confusione babelica dei linguaggi, la falsità. Anche la crudeltà.
Uno dei casi più correnti di questa confusione è la trasposizione delle categorie cliniche che cercano di spiegare la sofferenza umana ai gruppi, le città, le civiltà. Come, per esempio, straparlare di anoressia attribuendo questo comportamento ad intere città, o culture. Un modo come un altro di diluire la sofferenza della persona anoressica, che non riesce a nutrirsi per un suo personale calvario, con una tendenza collettiva, in cui si intersecano moda, interessi, egoismi, od ottusità, delle masse e dei gruppi.
Cominciò il fotografo Toscani, autore del violento manifesto che celebrava l’anoressia facendo finta di condannarla. Milano, disse più o meno, non ha accettato il mio manifesto perché è una città anoressica. Affermazione apparentemente sorprendente: tutto si può dire di Milano, tranne che non mangi, che non cerchi di nutrirsi, magari male, ma insomma non è certo una città che si lasci morire d’inedia.
Naturalmente, però, non importava cosa sia, e cosa faccia Milano. Importava togliere il dibattito dal piano umano e della sofferenza personale in cui era naturalmente finito, staccandosi dalla fatuità del cartellone pubblicitario di partenza, e rimetterlo sul piano delle tendenze, delle mode. Bisognava far sparire al più presto il corpo vero, delle tante donne, e la sofferenza della loro anima e, come nel gioco delle tre tavolette, rimettere in campo le idee, i costumi, insomma i cartelloni pubblicitari. Chiamandoli però col nome di una sofferenza umana, che si manifesta nella carne e nell’anima delle persone. In questo, però, Toscani fa il suo mestiere, di fotografo pubblicitario.
Più sorprendente è stato vedere lo stesso concetto, di anoressia come caratteristica politica e sociale, applicato da un grande sociologo come Zygmunt Bauman, che ebbe intuizioni ben più interessanti. Sul mensile “Giudizio Universale”, in un numero dedicato appunto all’anoressia, Bauman prima attribuisce gli «attuali disturbi legati al cibo» alla cultura consumistica «che identifica la cura di sé con la cura della forma fisica e dell’aspetto fisico, come mezzo per attrarre i potenziali donatori di sensazioni piacevoli». Poi afferma che in questo modo il «resto del mondo» al di fuori dell’individuo, «genera nell’uomo ambivalenza tra desiderio e paura dell’esterno», (come in noti esperimenti che hanno studiato riflessi condizionati in topi e pesci).
Conclude infine dicendo che l’anoressia è l’equivalente del comportamento di «Paesi come la Corea del Nord e la Birmania: chiudere le frontiere e proibire tutte le importazioni», a costo dell’infelicità.
Queste disinvolte equivalenze tra le superstiti tirannie del totalitarismo comunista, e la sofferenza della singola, irripetibile, persona umana dimostrano solo come il cinismo possa cogliere chiunque, quando Dio scompare dal suo orizzonte.

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