L’individuo e la relazione con una comunità d’appartenenza

Claudio Risé, da”Tempi”, 22 novembre 2007, www.tempi.it

A sinistra si discute con preoccupazione della consunzione delle categorie politiche postilluministe: l’idea stessa di destra e sinistra e, soprattutto, lo sbriciolamento degli Stati nazionali. Per inciso, non sarebbe male se anche la Casa delle Libertà desse più spazio a questi temi, tra una barzelletta e uno scorcio di autoreggente. Michele Salvati, che è uomo di sinistra intelligente e informato, in un ampio articolo sul Corriere della Sera ha segnalato lacune e superficialità di diversi libri sul tema, in particolare Destra e sinistra, di Marco Revelli.
Se ho ben capito, il ragionamento di Salvati è questo. È vero che le categorie di destra e sinistra tradizionalmente intese faticano a capire il mondo di oggi, e in particolare la globalizzazione. Il fatto è – argomenta con ragione Salvati – che «la destra e sinistra liberali, e in fondo anche socialiste, hanno sempre faticato ad affrontare problemi che trascendono l’individuo, che sono radicati in un “noi” che precede l’affermazione dei diritti individuali. Un noi nazione, comunità religiosa, etnica, culturale».
Ciò di cui Salvati qui parla, col fastidio caratteristico del pensiero postilluminista, è anche quella che la scienza della politica chiama “nazione organica”, contrapponendola appunto agli Stati nazionali, costituiti essenzialmente da dispositivi giuridici e burocratici.
Spesso, lamenta Salvati, «le ragioni del noi prevalgono sulle rivendicazioni dell’io. È in nome di qualche noi che si sono mobilitate le masse e fatte guerre e rivoluzioni». Contro questi pericolosi “noi” Salvati propone che la parola passi a una «destra e sinistra individualistiche», attuali «eredi di quelle formatesi nell’esperienza postilluminista europea».
Si metta dunque francamente al centro l’individuo, sbarazzandosi dei pericolosi “noi” («etnici, religiosi, nazionali, comunitari, più raramente di classe», secondo Salvati), che tendono a coinvolgerlo e fagocitarlo.
Il fatto è, però, che senza appartenenze che lo trascendano l’individuo non è un io. È solo un potenziale componente di masse in cui cerca l’identità di cui si sente privo. Identità che invece nel corso della storia l’individuo ha sempre trovato in appartenenze dotate di senso, in “noi”, come la comunità religiosa, locale, la nazione organica (non lo “Stato nazionale”), la cultura condivisa attraverso una tradizione.
I totalitarismi del Novecento hanno sostituito questi “noi”, che permettevano all’individuo di dire “tu”, e quindi di sentirsi “io”, con masse unite dall’ideologia e identificate negli Stati nazionali. Sono le ideologie totalitarie, intellettuali, degli Stati, con le quali si è cercato di espiantare l’individuo dal proprio contesto umano e religioso, che hanno portato alle guerre e alle rivoluzioni armate, non le appartenenze trascendenti in cui ogni io affonda, da subito, le sue radici e le sue possibilità di sviluppo.
Se la globalizzazione mettesse al proprio centro, come sembra proporre Salvati, l’individuo, negando l’importanza delle appartenenze affettive e simboliche che gli conferiscono identità, diventerebbe l’organizzatrice di un totalitarismo globale ancora peggiore di quelli, nazionali, che hanno insanguinato il Novecento.

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3 Responses to L’individuo e la relazione con una comunità d’appartenenza

  1. Giulio says:

    Il pensiero di Zygmunt Bauman riguardo la globalizzazione,la moderna civiltà “liquida”,la sua laicità riguardo la religione consumistica e capitalistica imperante (individualistica),è sicuramente piu’ realistico e lucido di quello di Salvati.Bauman (da lei criticato nell’ultimo blog)anche se non propone soluzioni pragmatiche,rimane,secondo me,un ottimo analista dei problemi della nostra società.Ho letto tutti i suoi libri ( dott.Risè) e parecchi di Bauman,trovo molta affinità nelle analisi sociologiche ed antropologiche di entrambi,creare comunità vuol dire anche unire le forze e i pensieri e non dividersi su opinioni male interpretate.
    cordiali saluti,Giulio

  2. marco baldassari says:

    Se la globalizzazione mettesse al proprio centro, come sembra proporre Salvati, l’individuo, negando l’importanza delle appartenenze affettive e simboliche che gli conferiscono identità, diventerebbe l’organizzatrice di un totalitarismo globale ancora peggiore di quelli, nazionali, che hanno insanguinato il Novecento.

    Bravo Claudio, hai focalizzato perfettamente il senso del rischio di uno “stato del pensiero unico” globalizzato.

    Lo sradicamento dalle relazioni (famiglia, tradizione, esperienza, cultura) che distrugge l’identita’ dell’individuo e lo rende amorfo e folle.

    Ci vuole un libro di 500 pagine per spiegarne le implicazioni e le cause che individualmente concorrono in questo risultato sistemico.

    Il rischio e’ tutt’altro che teorico e ne abbiamo gia’ moltissimi segnali nel nostro degrado in Italia, terra di tradizione.

  3. Redazione says:

    Per Giulio. Come è evidente da tutto ciò che scrivo, ho la massima stima e rispetto per il lavoro di Bauman.Non credo però che affratellarsi con ciò che non si condivide del pensiero altrui crei comunità, ma piuttosto confusione. Non condivido, dunque, lo sforzo di Bauman di evitare di menzionare la scelta comunista dei regimi oggi più oppressivi, come appunto Birmania e Corea del nord, cui si riferisce nei brani riportati dal mio post “La sofferenza dell’uomo e gli slogan sulla società” (dove mi accorgo ora che sono saltate molte virgolette, rendeno meno comprensibile ciò che dice, ed anche la sua gravità). E’ evasivo che si riferisca a generici : regimi chiusi, tirando in ballo poi le loro ipotetiche tendenze anoressiche. Dica che sono comunisti, e che fanno morire la gente di fame. Con questo, è certamente un grande. Ma dove non son d’accordo, lo dico.
    Per Marco: il rischio c’è, e tutti i miei libri, da quelli sulla guerra in poi, cercano di presentarlo, e contrastarlo. Claudio

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